Oggi assistiamo a un
capovolgimento assoluto nel concetto di parlamentarismo, e persino dell’idea
che le elezioni servano a produrre rappresentanza, e conseguentemente ipotesi e
proposte di governo
In questi giorni che ci hanno separato tra la formazione del
governo e la votazione della fiducia in Parlamento ci è capitato, attraverso il
blog: http://sinistrainparlamento.blogspot.it
di intervenire più volte sul tema sollevando alcune questioni di fondo legate
assieme dall’idea di una possibile svolta autoritaria non collegata
semplicemente al concretizzarsi materiale dell’ “uomo solo al comando” che le
modalità concrete dell’avvento al governo di Matteo Renzi naturalmente
suggerisce: è nato un “governo personale” non legato alla tutela del Presidente
della Repubblica (come è stato nel caso dei governi Monti e Letta), al rapporto
con il sistema dei partiti e neppure da intendere quale “concerto” di notabili.
Una situazione, dal punto di vista della valutazione
meramente istituzionale, simile a quella determinatasi nel 1924 dopo la
vittoria elettorale del fascismo ottenuta attraverso la Legge Acerbo (oltre
ovviamente a uccisioni, assalti, incendi: beninteso) e l’assunzione da parte di
Mussolini di un vero e proprio ruolo da “furherprinzip” .
Riassumiamo di seguito alcuni dei punti sollevati
proponendoci, nelle prossime settimane, di avviare i termini di una riflessione
collettiva su questi temi a dimensione nazionale per non lasciare nulla d’intentato
perché questo pericoloso stato di cose non risultati, alla fine, colpevolmente
sottovalutato da parte dell’area politica della sinistra d’opposizione e di
alternativa cui facciamo riferimento.
Il primo punto da sollevare è quello della prospettiva di
cancellazione del concetto stesso di democrazia rappresentativa : tentativo di
cancellazione che ha proceduto di pari passo con l’esaltazione del concetto di
personalizzazione della politica, nato è bene ricordarlo in precedenza a
livello periferico rispetto a quello centrale.
“Con gli ultimi
provvedimenti in materia di enti amministrativi (scomparsa delle Circoscrizioni
cittadine e delle Province) hanno prodotto un sostanziale imbavagliamento delle
assemblee elettive che, senza contare il ridotto ruolo assegnato al Consiglio
Comunale, sono superate dalla figura del Sindaco scelto direttamente dalla
cittadinanza, con un sopravanzamento inusitato della personalizzazione della
politica ,a discapito del ruolo ormai
asfittico dei partiti cui fanno riferimento gli assessori (licenziabili al pari
di uno staff di una qualunque azienda), che non appartenendo più al Consiglio
(almeno per i Comuni di una certa consistenza) perdono il collegamento con le
compagini politica che forma la maggioranza di governo.
A livello nazionale
siamo state vittime di una legge elettorale incostituzionale che ha prodotto
non solo sconquassi ma anche una distorta percezione della realtà.
Tale da far dire –
senza essere smentito – a Berlusconi d’essere l’ultimo presidente del Consiglio
eletto dal popolo.
Oggi assistiamo a un
capovolgimento assoluto nel concetto di parlamentarismo, e persino dell’idea
che le elezioni servano a produrre rappresentanza, e conseguentemente ipotesi e
proposte di governo”
L’insieme dei fenomeni degenerativi già denunciati ha
trovato espressione nella caduta della partecipazione politica, derivante prima
di tutto dall’implosione del sistema dei partiti e della trasformazione di
questi in soggetti di tipo “aziendalista” o di tipo “elettorale/personale” e
successivamente concretizzatasi in una costante disaffezione dal voto:
“ Il fenomeno della
diminuzione della partecipazione al voto risultò del tutto sottovalutato e
scambiato, anche dai grandi centri di analisi politica, per un progressivo
allineamento ai modelli più avanzati di democrazia occidentale.
Si ravvide, in
quell’epoca, una responsabilità collettiva, quella dell’illusione
dell’alternanza convergente al centro nell’ottica al centro nell’ottica di una
“governabilità” intesa quale fattore esaustivo dell’azione politica, mentre
veniva meno la possibilità di presenza per una sinistra d’opposizione, in grado
di presentare una vera e propria alternativa di sistema.
Si esaurisce così, in
breve, la stessa funzione storica esercitata per decenni dai comunisti
italiani.
Nella sostanza la fase
di transizione avviata fin dagli anni’90 si trasformò in un vero e proprio
fenomeno di degenerazione del sistema.
Un fenomeno di
degenerazione fondato su 3 elementi portanti:
a)
Il
decisionismo, impersonificato dalla modifica di ruolo del Presidente della
Repubblica;
b)
L’evidenziarsi
di un vero e proprio “sfarinamento sociale”
c)
L’idea
della governabilità intesa quale unico e solo “Bene in sé” dell’azione politica
In questo contesto si pone il tema della legge elettorale,
al riguardo della quale si deve riflettere in termini sistemici e di
prospettiva politica prima ancora che sulla convenienza delle tecnicalità da
adottare;
“ Ovvio che
l’obiettivo principale di una legge elettorale, nel contesto che si prefigura,
non è garantire la rappresentatività politica del Paese nel suo complesso
(Parlamento specchio del Paese) ma questa dovrà solo garantire un gruppo
ristretto di dirigenti utili al progetto. E qui, a nostro parere, non valgono
davvero più i concetti di destra e sinistra.
Alla popolazione
rimarrà il gioco dei sondaggi. Degli eventi spettacolo, le primarie (logicamente
sempre meno affollate), la calca massmediatica che indirizza non solo
l’opinione (e i sondaggi) ma che prepara l’agenda politica.
Nel frattempo però
l’azione politica che ne discende, così apparentemente evanescente e distante,
si traduce in leggi e provvedimenti. Reali che pesano sempre di più
profondamente nella vita delle persone”.
I temi in discussione ci appaiono quindi essere quelli:
a) La
personalizzazione della politica e il crescente peso del presidenzialismo a
tutti i livelli;
b) La
cancellazione del concetto di rappresentatività politica;
c) Il
ruolo delle assemblee elettive, a partire da quello del Parlamento in relazione
al dettato della Costituzione Repubblicana”.
Tenendo conto come la cornice di
tutto questo quadro è composta dalla gestione capitalistica della crisi e della
pesante riaffermazione della contraddizione di classe vista dalla parte dei
padroni e di conseguente, necessità di costruire riferimenti adeguati di piena
rappresentanza politica a questo livello, si può, nella sostanza concludere:
“ Il rischio è quello di una vera e propria elisione (e non di un
semplice distacco come si è scritto in tante occasioni da molti anni) tra la
società , la politica e l’azione istituzionale: il risultato potrebbe essere
quello, mentre aumenta la disaffezione, di un inasprimento dei meccanismi di
decisione, di forzatura nell’idea di un sistema politico – istituzionale
“escludente” di per sé (al di là dei concetti di formazione delle maggioranze e
di rappresentatività delle minoranze) di sostanziale restringimento nei margini
di agibilità democratica, di personalismo autoritario”.
1 commento:
Analisi azzeccata e condivisa. Un'osservazione: la disaffezione al voto è perseguita dalla classe dirigente, cioè è voluta, oltre che l'ovvio risultato degli avvenimenti, ben delineati. Il problema, per il banditismo politico dei giannizzeri del capitale, è solo quello di dimostrare "democrazia", coprendo, con le elezioni, le loro bestiali porcherie. Non importa se oltre il 50% non voterà, a quello c'è rimedio, si potrà sempre dire che è "colpa loro", cioè dell'elettore stesso, che rifiuta il momento elettorale truccato.
G. Angelo Billia
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