Un gesto individuale ma di grande significato politico come
quello compiuto, qualche settimana fa da Rossana Rossanda nell’abbandonare la
redazione del “Manifesto” può essere assunto come il punto di arresto di un’intera
fase politica: spariscono definitivamente di scena i soggetti politici di
diretta derivazione dalla storia della sinistra comunista e della nuova
sinistra post-sessantottesca che hanno caratterizzato una lunga fase delle
vicende del sistema politico italiano.
Le scelte elettorali compiute da un lato da SeL,
completamente subordinata all’impostazione complessiva del PD, e dall’altro da
Rifondazione Comunista e dal PdCI con la confluenza, eseguita al di fuori da un
qualche capacità di preservare una propria autonomia al riguardo – almeno –
delle questioni di fondo, nel contenitore del partito “giustizialista –
legalitario” per di più impostato sulla personalizzazione (come del resto SeL),
chiudono definitivamente questa storia, al di là del mantenimento surrettizio
di apparati e di presenze di potere nelle amministrazioni locali, avvalorando
di fatto la tesi che ho cercato di sostenere all’inizio.
Si impone quindi la necessità di porre all’ordine del giorno dell’agenda
politica della sinistra italiana la questione della costruzione, in tempi
rapidi, di una nuova soggettività politica rappresentativa della storia del
movimento operaio italiano e di quei ceti sociali che oggi si trovano alle
prese con una pesante riaffermazione, da parte dell’avversario, della
contraddizione di “classe”.
Occorre cercare l’opportunità di ricomposizione e di una
nuova soggettività.
Per muoversi efficacemente in questa direzione è però
necessario però tornare alla fase della destrutturazione del sistema dei
partiti, all'inizio degli anni'90 del XX secolo e alla chiusura della fase di
predominio democristiano (questo mio lavoro avrà sicuramente il difetto di
essere eccessivamente incentrato sul “caso italiano”, ma si tratta di una
scelta dovuta a mere esigenze di economia e possibile produttività del
discorso).
Il ruolo dominante della DC era derivato, più che da una
propria intrinseca forza, dalle condizioni nazionali e internazionali, in cui
si era trovata l'Italia nel dopoguerra, e in particolare dalla divisione del mondo
in blocchi e dalla presenza nel nostro paese del più grande partito comunista
d'Occidente, inutilizzabile però per un’alternativa di governo.
Fino a quando queste condizioni nazionali e internazionali esercitarono
la loro influenza la DC, grazie a un’azione politica estremamente duttile e
articolata, che ebbe la sua massima espressione in Aldo Moro, riuscì a
esercitare la sua egemonia su di un ampio arco di forze politiche.
Fu solo tra la fine degli anni'80 e l'inizio degli anni'90
che quelle condizioni svanirono o si modificarono.
Venne meno, innanzi tutto, la necessità di una politica
interclassista, come strumento di attenuazione delle tensioni e degli scontri
di classe, a causa dello sviluppo dei ceti medi, che erodevano e inducevano
trasformazioni nelle vecchie classi.
Si stavano formando due grossi blocchi, dal differente
comportamento sociale e politico, che si esprimevano con due voci molto
diverse.
La prima, caratteristica soprattutto dei piccoli imprenditori
e dei commercianti, era localistica, consumistica, fortemente orientata
all'interesse personale e a una totalizzante etica del lavoro.
L'altra, prevalente tra coloro che lavoravano nella scuola e
nei servizi sociali, tra le frange critiche delle libere professioni e i
lavoratori salariati (tutti settori in cui si faceva sentire in maniera
particolarmente incisiva la nuova presenza femminile, parlava una lingua
diversa, non puritana ma critica, che non rifiutava il nuovo consumismo
individualistico ma cercava di collocarlo in un contesto sociale.
La crisi della DC, al Nord si verificò quando la prima voce
non chiese più ascolto attraverso il Partito.
I piccoli imprenditori e i commercianti abbandonarono la DC
al Nord- Est e in altre regioni dell'Italia settentrionale e si volsero alle
leghe, facendo emergere tendenze autonomiste, federaliste o addirittura
separatiste.
Per questa ragione venne meno anche la funzione mediatrice
della DC tra Nord e Sud.
In ogni caso, però, essa non avrebbe potuto continuare a
svolgersi con la stessa intensità di prima, perché l'azione dei magistrati
stava scardinando il sistema clientelare e le difficoltà finanziarie dello
Stato italiano avevano prosciugato il flusso di risorse che erano servite ad
alimentarlo.
Negli anni'90 la conversione all'idea dell'unità europea di
gran parte della sinistra e la crisi della concezione dell'Europa cattolica e
cristiana come baluardo contro il comunismo tolsero alla DC, anche il ruolo di
mediazione che aveva svolto tra l'identità nazionale e la formazione di una
coscienza europea.
Come aveva detto molti anni prima Gramsci a proposito delle
società arrivate a un alto grado di sviluppo economico, l'egemonia nasceva ora
dalla fabbrica, cioè dall'economia stessa.
Era il mondo delle aziende a creare direttamente bisogni,
aspirazioni ideologie.
Alla fine del XX secolo l'esercizio del potere si era venuto
configurando ormai in maniera molto diversa dal passato.
Ma le ideologie restavano indietro rispetto ai cambiamenti
sociali ed economici e le forze di sinistra stentavano a rendersi conto delle
trasformazioni in atto.
Negli anni '60-'70 i ceti medi, attratti dal consumismo e
della possibilità di avanzamento individuale, erano diventati degli stabili
fautori di un moderato e democratico statu quo.
E' possibile pensare che negli anni'80 questo consenso,
insediatosi dapprima tra i ceti medi si sia generalizzato alla società intera.
In altre parole, i valori tradizionali della famiglia si sono
sposati a quelli del consumismo capitalistico.
Questi valori, con poche eccezioni, sono divenuti dominanti
in ogni settore della società.
Il giudizio sul consumismo, che significava comunque il
raggiungimento di un elevato livello di benessere per una larga parte della
società italiana e non più soltanto per gruppi ristretti, rappresentava un
elemento importante nella costruzione di un giudizio complessivo sulla storia
d'Italia.
Sarebbe riduttivo pensare al fallimento della politica come
all'esito di una contrapposizione diretta tra una “società e un'economia
prospere e virtuose” e uno “Stato sordo e corrotto”.
Il fallimento deve, invece, essere attribuito al ceto
politico.
Un giudizio che può anche essere allargato: infatti, negli
anni'90 non fecero bancarotta soltanto i partiti, quanto apparve evidente
l'insufficienza della politica, se entrata in contrasto o in conflitto con le
tendenze dell'economia.
La fine degli anni'90 non fu drammatica per una momentanea
inadeguatezza della politica, ma perché mostrò che essa era strutturalmente
inadeguata a indirizzare lo sviluppo dell'economia lungo una strada rigorosamente
prefissata.
L'economia ebbe il sopravvento proprio in conclusione di un
periodo in cui il primato della politica, e in particolare dei partiti, era
apparso indiscusso.
Il ceto politico aveva creduto (forze di governo e forze di
opposizione: convinte le prime che la volontà politica riformatrice fosse in
grado di risolvere tutte le questioni aperte; sicure le seconde che esse
potessero essere risolte da una lotta politica tenace ed anche aspra) di poter
andare avanti ignorando la trasformazione delle basi economiche.
La politica era vista, da questo ceto, come fonte di
discrezionalità ( e quindi come espressione di una sorta di onnipotenza
plasmatrice), una discrezionalità da riproporre nei termini della dominanza e
dello scambio (consenso contro risorse).
La discrezionalità si risolse nella settorializzazione, con
una sorta di deformalizzazione dello Stato, nella diffusione e dispersione dei
centri decisionali: si aprì, in questo modo, con il crollo della prevalenza dei
partiti sul sistema economico e sociale quella transizione italiana, che oggi
può essere considerata ancora non conclusa.
E' il caso, svolte queste considerazioni di carattere
generale, esaminare più specificatamente un aspetto delle dinamiche politiche
interessanti, al tempo, il processo di liquidazione/trasformazione del PCI.
Il sistema, infatti, già in precedenza alla liquidazione
della Dc aveva perso l'altro punto di fondamentale equilibrio con lo
scioglimento del PCI e la scissione tra PDS e Rifondazione Comunista.
Nell'impossibilità (visto il particolare “terzaforzismo”
esercitato dal PSI, in quella fase politica: PSI che poi sarebbe stato
anch'esso spazzato via dalla “questione morale”) di tentare un approccio
rivolto alla sinistra socialdemocratica europea, il gruppo dirigente del nuovo
partito (PDS) dimostrò tutta la sua insufficienza nella lettura della fase
storica e dei mutamenti sociali in atto: in particolare fu assunta come
riferimento la tradizione liberal degli Stati Uniti che si pensava potesse
trovare eco in una vasta ma molto eterogenea area di opinione pubblica che si
definiva di sinistra senza essere però legata a nessun partito (ricordate la
famosa “sinistra sommersa”?).
La formazione di questa presunta “sinistra sommersa” era il
risultato della crisi delle ideologie tradizionali, il cui posto era stato
preso però da una nuova ideologia, dai caratteri molto più incerti ( e quindi,
teoricamente, in grado di adattarsi meglio al variare rapido delle situazioni
sociali e politiche), ma comunque centrata sulle celebrazioni delle “esigenze
individuali”.
C'era in tutto questo una sorta di capovolgimento: quanto più
si era creduto nei passati decenni nei valori della morale cattolica o di
quella rivoluzionaria, nella preminenza degli interessi collettivi su quelli
individuali, tanto più si era portati ora all'esaltazione dell'etica
dell'individuo, con la piena affermazione non solo di ogni diritto, ma anche di
ogni passione, sentimento, e persino istinto.
Non era facile, quel punto, conciliare la preminenza data
all'individuo con il costante richiamo alla solidarietà, che doveva esprimersi
nella difesa dei gruppi sociali più deboli.
Ma soprattutto non era facile passare dal piano dei principi
a quello dell'azione concreta.
Era spesso ignorata la connessione tra il riconoscimento dei
diritti e i mezzi occorrenti per soddisfarli.
Si ripeteva il fenomeno contro il quale aveva già messo in
guardia Calamandrei, quando si era discusso dei diritti sociali da inserire
nella Costituzione.
L'affermazione delle necessità di rispondere a una serie di
richieste provenienti dagli strati sociali che non erano partecipi del
benessere trovava opposizioni molto deboli, ma restava frequentemente sulla
carta, per la mancanze delle risorse finanziarie indispensabili per dare
risposte concrete.
Tra società ideale e società reale si verificava così una
sorta di scollamento, che di solito veniva attribuita alla cattiva volontà dei
governanti, ma in realtà nasceva anche, e in misura non irrilevante,
dall'immaginare una “società dei diritti” che non aveva sufficiente base
materiale.
E si diffondeva, di conseguenza, l'ipocrisia sociale, con un
forte scarto tra i comportamenti ispirati dagli interessi individuali e le
professioni di fede ideologica e politica.
Intanto, cambiavano i modi con cui i partiti, i movimenti, e
anche i singoli uomini politici si rivolgevano all'opinione pubblica, per
ottenerne il consenso.
In passato il prestigio acquistato all'interno dei partiti
era stato il fondamento del successo politico personale.
Con gli anni'80, ma il processo aveva avuto inizio già da
tempo esso fu ottenuto, soprattutto, attraverso la televisione.
Ciò portò a una forte spettacolarizzazione della politica,
come osserviamo ancor oggi pur a distanza di tanti anni dall’emergere del
fenomeno.
Non era necessario il prestigio, ma bastava la notorietà,
comunque conseguita : ed anche questo elemento è proseguito nel tempo, come ben
dimostra il meccanismo di formazione delle liste proprio in occasione delle
prossime elezioni politiche.
Le immagini prevalsero sugli scritti ed anche sulla parola,
la televisione fu più seguita della stampa.
M anche la spettacolarizzazione, una volta generalizzatasi,
apparve insufficiente e, per risultare veramente efficace, dovette essere
portata ai limiti estremi.
A quel punto, implosi i principali soggetti politici per
varie cause (caduta del muro di Berlino, Tangentopoli, ecc.) modificato, per la
via “antipolitica” del referendum, il sistema elettorale orientandolo appunto
nel senso dell'esaltazione del personalismo e della governabilità quale fine
esaustivo dell'agire politico, entrò in campo il soggetto agente della decisiva
trasformazione del sistema: il partito personale.
Il “partito personale” può essere catalogato come frutto di
un processo di evoluzione del “partito pigliatutti”, individuato da Kirchheimer
fin dagli anni'60 quale variante di natura prettamente elettoralistica della
categoria dei partiti a “integrazione di massa”: si tratta di una categoria
che, all'interno di un sistema politico particolarmente complesso come quello
italiano, assume un significato particolare perché si tratta di un modello
introdotto direttamente dall'attuale Presidente del Consiglio (in connubio con
l'altro modello del “partito-azienda”) per esaltare in maniera esasperata la
personalizzazione della politica intesa come funzionale all'uso dei mezzo di
comunicazione di massa (in particolare della televisione) in luogo dei
meccanismi tradizionali di partecipazione, con gli effetti sul linguaggio, la
qualità dell'agire politico, il rapporto tra politica e società, l'uso delle
istituzioni che abbiamo tutti davanti agli occhi ( altri modelli di “partito
personale” all'epoca furono, con diversa fortuna, la Lega Nord che è rimasta
ancorata comunque a quello schema anche dopo la caduta del padre fondatore
verificatasi soprattutto per i vizi scoperti ai componenti il “cerchio magico”
e il Patto Segni, invece rapidamente esauritosi).
L'utilizzo di Internet come mezzo di velocizzazione del
messaggio ha poi completato il quadro di una radicale trasformazione del soggetto
collettivo e dell'agire individuale in politica (come in tanti altri campi,
compresa l'economia).
La premessa, quindi, è quella che il modello del “partito
personale” è un modello che non appartiene alla tradizione della sinistra.
E' necessario, quindi, interrogarsi perché, proprio in questa
fase, il modello del partito “personale” è assunto come punto di riferimento
per la costruzione di una “nuova sinistra” in grado, nuovamente, di affermarsi
nel panorama politico italiano.
Tre movimenti si sono
mossi, nel corso di questi anni, nella direzione appena accennata: l'Italia dei
Valori, il movimento a 5 stelle, Sinistra Ecologia Libertà.
In realtà il punto che ha accomuna i tre movimenti ( o
partiti, visto che sono stati presenti e si presenteranno alle elezioni e la
partecipazione elettorale è quella che segna la diversità proprio tra movimenti
e partiti) è stato quello di trascurare la categoria delle contraddizioni
sociali e di essrsi assestati, legittimando così il tipo di strutturazione
leaderistica cui si sono affidati, su “issues” completamente diverse, collocate
al di fuori o al di là delle definizioni correnti del contesto sociale.
Sono state, infatti, declinate categorie inusuali che
suscitano forti interrogativi.
IdV si è collocata, come sappiamo sulla frontiera della
“legalità” portata come valore intrinseco (trascurando, dal centro, ciò che il
partito fa sul piano periferico: ma anche questa è una caratteristica legata
all'impostazione personalistica) e collegandosi, per quel che riguarda l'iniziativa
relativa alla sfera economico-sociale, a una impostazione prettamente
populistica – corporativa; il Movimento a 5 Stelle tenta di rovesciare il
rapporto politcs/policy, rifiutando una elaborazione politica complessiva sia
pure di settore ma partendo dalla singola questione per costruire un movimento,
la cui traduzione istituzionale poi diventa alquanto problematica e lasciando
libero il campo alle improvvisazioni del “leader”; Sinistra e Libertà, quella
più legata alla tradizione della sinistra italiana e le cui componenti derivano
direttamente da quella storia (anche la più recente) affida al carisma del
proprio numero uno il tentativo di bypassare lo schema del rapporto politico
legato ai corpi intermedi, per rapportarsi direttamente a un popolo indistinto
(da qui è derivato il tema, ossessivamente ripetuto, delle “primarie”:
rivelatosi alla fine, però, del tutto esiziale per una qualsiasi prospettiva di
ripresa di una qualche autonomia politica di questo partito) mutuando modelli
dell'avversario (il “partito dell'amore” versus “i comizi dell'amore”) e
richiamando categorie pre-politiche come la cura, il coraggio, la speranza,
l'impegno e la libertà (tema , quest'ultimo ,da maneggiare con grande cura. In
questo momento ci sono due partiti della destra italiana che si richiamano
indistintamente alla “libertà”. E se si ha a cuore la qualità del messaggio è
bene starci attenti).
Dalla pratica dissoluzione dell’IDV è nato il filone
principale sul quale sta assestandosi, dal punto di vista identitario un nuovo
soggetto fondato sulla personalizzazione, attraverso la figura di un altro
ex-magistrato, Antonio Ingroia (mallevadore, ancora, un altro protagonista
passato dalla magistratura alla politica: il sindaco di Napoli, Luigi De
Magistris): ed è stato in questo contenitore, per adesso dal punto di vista
elettorale, che sono confluiti – come ricordavo all’inizio – il PRC e il PDCI
allineandosi così, in cambio di una presenza parlamentare che se si verificherà
non avrà certo il significato del ritorno della “Sinistra d’alternativa” nel
Parlamento Italiano, perché in quella dimensione i due soggetti si allineeranno
definitivamente all’interno del filone principale che anima il sistema politico
italiano anche nella sua parte apparentemente progressista: quello del mancato
riconoscimento delle contraddizioni sociali.
Stein Rokkan, nel suo libro tradotto in italiano nel 1982, ne
individuava quattro, sorte al momento della formazione dello Stato-Nazione e
della rivoluzione industriale: centro/periferia, Stato/Chiesa, città/campagna,
capitale/lavoro.
Davvero questi “cleaveges” non dicono più nulla, non agiscono
più nella realtà alla vigilia delle elezioni del 2013l, non ci si può
ricostruire sopra una soggettività politica che lotti, appunto, sulla base
delle contraddizioni sociali, individuando i punti di approdo e di passaggio in
forma collettiva, riproponendosi il compito di produrre cultura ,
rappresentanza, organizzazione politica radicata sul territorio ?
Tutto è ormai demandato all’individualismo elettoralista?
Per cercare di rispondere ho cercato di ripercorrere un
tratto importante di storia della trasformazione della società italiana, del
suo sistema politico, della fase di transizione che ancora stiamo
attraversando, in una fase di assoluta “emergenza democratica” come ha ben
dimostrato la vicenda del “governo dei tecnici” ed il tentativo in atto di
produrre, ancora, una soluzione di governo posta al di fuori dallo stesso esito
elettorale.
Il PD, infatti, è ancora figlio di quella trasformazione dal
collettivo all’individuale (come hanno ben dimostrato le “primarie”)che ho già cercato di analizzare e si è mosso su
di un terreno di “bipolarismo squilibrato” , laddove all'interno del sistema
sono assenti punti di equilibrio tali da consentire una strategia di “movimento”
sul piano dei rapporti politici, delle alleanze, delle stesse prospettive di
governo.
Il quadro fin qui descritto appare però del tutto in
arretrato rispetto alle caratteristiche che ha assunto la crisi finanziaria ed
economica in atto: si tratta della crisi strutturale di un intero modello di
sviluppo, acuita dalle scelte compiute in sede di costruzione dell’Unione
Europea, in particolare attraverso le rigidità monetariste presenti nel testo
del tratto di Maastricht e non compensate e corrette nel quadro di un
avanzamento di una “Europa Politica” in grado di colmare quel “deficit
democratico” via via accumulato e che, oggi, presenta un conto salato a
governanti e governati.
L’Italia soffre in particolare di questo stato di cose per un
motivo molto preciso, non derivante semplicemente dall’accumulo del debito
pubblico e dalla scarsa credibilità dei suoi governanti a livello
internazionale.
Questi due elementi hanno portato, affrontati dal punto di
vista dei ceti dominanti, all’esasperazione delle politiche neo-liberiste,
portate avanti con un piglio tutto ideologico.
Politiche neo-liberiste che hanno fornito un esito disastroso
come dimostrano tutti gli indicatori economici , sia in riferimento ai temi
delle dinamiche politiche interne, sia in riferimento agli elementi
fondamentali di vincolo esterno.
L’esito, provvisorio ma già sufficientemente analizzabile
almeno sul piano delle dinamiche sociale, è stato quello – da un lato – di far
crescere una profonda disaffezione verso il “ceto politico” (disaffezione
alimentata, è bene ricordarlo, anche dall’emergere di una qualità nuova della
“questione morale” afferente direttamente il sistema dei partiti) e dall’altra
di rompere quello schema di appoggio sociale al “consumismo capitalistico” che
aveva caratterizzato la fase a partire dagli anni’80.
Riemergono, con nettezza, le contraddizioni di fondo della
società, che – impaurita – si divide e si spacca, senza trovare adeguata
risposta da soggettività politiche preparate a questo tipo di situazione per
esse inedita, o colpevolmente dimenticata.
In questa condizioni diventa del tutto improcrastinabile
porre il tema della ricostruzione di un soggetto nuovo della sinistra italiana,
partendo dal rovesciamento, sul piano teorico, dell'impostazione fin qui
analizzata e fondata sull'assunzione dell'individualismo quale categoria
fondativa dell'agire sociale e politico: occorre ritornare all'idea del
collettivo, al soddisfacimento dei bisogni sociali non soltanto in funzione di
“diritti” individuali, ma di spostamento di rapporti di forza sociali,
strappando all'avversario, via, via, pezzi di potere (ricordate le “casematte”
gramsciane?) in una società in cui va sviluppata una articolata strategia di
trasformazione verso l'eguaglianza.
La sinistra italiana nei suoi vari soggetti non ha compiuto
una analisi di fondo di questi mutamenti sociali, così come non ha ancora
affrontato le ragioni delle sue divisioni storiche, che oggi non hanno più
funzione sul piano dell'identità politica: una identità politica tutta da
costruire con l'obiettivo di realizzare una “nuova egemonia” nel quadro di una
alternativa di società e di sistema, ponendo non semplicemente il tema
dell’antiliberismo, ma quello del superamento del sistema capitalistico.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie