venerdì 4 gennaio 2013

I CARISMATICI E GLI ESPERTI GREZZI di Gianni Marchetto


Sul fenomeno del voto a Renzi e Grillo…

Io così ho cominciato a darmi delle risposte:
su RENZI: 1° ogni tempo ha i suoi personaggi. Ieri il personaggio più famoso era il Berlusca, poi è arrivato Vendola (almeno nella sinistra) – 2° Carlo Freccero anni fa sul Manifesto scriveva che con le TV commerciali (di Berlusconi) quello che si è imposto al grande pubblico è stata la “periferia incolta che ha spodestato la TV pedagogica”. Mi pare avesse ragione. Il Renzi mi pare un prodotto di questa deriva che ovviamente tocca anche il centrosinistra. A sentire tra la gente i suoi sostenitori, noti una grandissima superficialità: “ha ragione, bisogna farla finita con questi vecchi bacucchi” e un eccetera sconfortante, quando non il fastidio di guardare il nostro da un “profilo di sinistra” (quando non di classe).
Il disastro che sta sotto i nostri occhi è davvero grande e secondo me è figlio anche degli ultimi anni del PCI, della sua alterigia, del suo “leninismo straccione”, ho riletto l’intervento di Ivar al Convegno Scienza e Organizzazione del Lavoro del 1973, specie là dove muove l’accusa ai vertici sindacali e del PCI in merito all’ipotesi dell’orda… (i lavoratori sia visti dal padrone sia visti dalla sinistra) quanta ragione aveva!
Su GRILLO: i moderati (e anche il PD) un monumento dovrebbero erigerli.. perché: è pur vero che la situazione in Italia non è come in Grecia, però poco ci manca. Però, una domanda: come mai l’opposizione a Monti nel nostro paese si muove tutta o quasi su un terreno di “buona educazione”, come mai la ribellione  (quella di massa) fa fatica a manifestarsi? Io penso che paradossalmente il Grillo con l’uso del web abbia “sussunto” su di sé e sul web tutta la carica di frustrazione e rabbia popolare che altrimenti troverebbe altre vie per manifestarsi (la mia è una tesi..). E sono pure comprensivo del suo dirigere il “Movimento 5 Stelle” con fare padronale, visto come è andata ad un suo sodale: Antonio Di Pietro e l’IDV..(!) e visto che li conosce fin troppo bene i suoi militanti e simpatizzanti, di cui non ha fiducia alcuna, o comunque molto poca.
Tutti e due rappresentano le facce di una unica medaglia: integrazione-ribellione – alla fine non cambia nulla.
Tutti e due sfruttano a mani basse una sorta di alleanza con i media sia dei giornali, riviste, che delle varie TV, una nuova alleanza con un’altra casta: quella dei giornalisti, gente superficiale e saccente, senza un’ombra di responsabilità. Ai nostri tempi i giornalisti li trattavamo come dei pennivendoli (cosa erano per davvero..). Il sottoscritto diede il cane ad uno come Giorgio Bocca che voleva parlare con me della Mirafiori..
Chi sta aspettando la “ribellione” come fatto palingenetico è il nostro F. Bertinotti (vedi il suo ultimo scritto: “La rottura”), e chi tenta di praticarla è il nostro G. Cremaschi con il suo “NO Debito”. L’uno (il Bertinotti) tutto in una situazione di “opportunismo”: non fare niente perché la rottura accada e aspettarla come un lavacro.. non sapendo che quando accadrà magari sarà anche (come quasi sempre accade) nei confronti dei “contigui” (lui per primo, ma anche noi) non fosse altro perché questi hanno predicato per anni solo le disgrazie e le miserie (attraverso la sola critica) e non hanno prodotto niente in termini di “esempi positivi”. L’altro (il Cremaschi) tutto preso da un rinnovato “leninismo” dove il progetto altro è solo nella sua testa e ha bisogno per avverarsi di una “giusta ribellione”.
Non so come evolverà la situazione, è difficile prevederlo. Mi pare però si possano prevedere, in questa situazione di crisi generale e profonda, un emergere di figure “carismatiche” (vedi al proposito alcune note di Gramsci a proposito di “figure carismatiche”).
Ieri. I partiti e gli esperti grezzi. La situazione odierna la si può leggere attraverso “gli esperti grezzi”. Costoro nella “1° repubblica” erano in gran parte interni ai partiti di massa (nella DC, nel PSI e maggiormente nel PCI). Nel PCI degli ultimi anni avevano un ruolo molto utile, in quanto erano da un lato le antenne sensibili del partito e dall’altra rappresentavano un “saper fare” diffuso nel territorio, nel sindacato, nella cooperazione, ecc. Con la fine di questi partiti questo saper fare da un lato si è consolidato in alcune figure presenti nelle istituzioni e/o nella cooperazione (diventando una sorta di professionisti, però perdendo per strada la pazienza di ascoltare e diventando alfieri del cinismo), dall’altro si è progressivamente staccato dalla militanza politica.
Oggi. Gli esperti grezzi nel territorio: questo non significa che questi “esperti grezzi” siano scomparsi. Ci sono eccome, solo che non si manifestano più politicamente.. e la sinistra neanche li conosce e neanche li cerca! Il partito politico (odierno) mi pare tutto fiondato alla pura propaganda (negli spot televisivi: vedi le primarie appena fatte) e il progetto politico invece delegato ai “tecnici” (alla Monti, o alla Virano, o alla..). È questa una deriva che ha investito tutti i partiti da oltre 30 anni: basta vedere quale potere hanno i “tecnici” nelle amministrazioni comunali e regionali, quando non nei ministeri. Quindi il fenomeno Monti è la sintesi di un processo avvenuto in anni ormai lontani e il grave è il mallevadore di questo processo: Giorgio Napolitano.
Il cambio di paradigma. La cosa che mi ha colpito nella seconda lettura del testo di Minucci (La crisi generale tra economia e politica) è il capitolo V che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel senso di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni “socialiste” nel 20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in embrione il “socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era in Cina? Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito Comunista Cinese è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere capitalista con annesso sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe masse e tutto l’armamentario tipico della fase di costruzione del capitalismo.. e si che la borghesia nascente nel tardo medio evo attraverso le scoperte scientifiche e non, attraverso l’affermarsi di nuove professioni nell’arco di 3 secoli o giù di lì, si installo via via nell’ambito della società medioevale fino ad arrivare al 1779 a scoprire l’inutilità delle classi allora al potere e.. tagliando le teste ai nobili e al clero. Prima di morire Ivar Oddone precisò cosa, nelle attuali società sviluppate, con questi modi di produzione, si potrebbe tentare di fare: con quella che lui chiamava “la carriera dell’operaio”, ovvero colmare l’indeterminatezza della strategia della lotta contro questa divisione del lavoro, per puntare ad un’altra divisione. Sarebbe sul serio costruire gli embrioni di novità per una società altra. Nel senso che se un numero sempre più grande ed esteso di lavoratori lotta e porta a casa 1° una organizzazione del lavoro NON NOCIVA E PRIVA DI COSTRIZIONI (alla Marchionne per intenderci) e che si ponga l’obiettivo di sfruttare al massimo tutte le potenzialità della persona che lavora (che stanno non nei muscoli ma nel cervello), il che significa la fine di ogni precarietà (tra le persone meno sfruttate intellettualmente c’è ovviamente tutto il lavoro precario), può 2° dedicare tutta la sua attenzione all’acquisizione di un’altra professionalità molto più ricca di contenuti e di saper fare, riappropriandosi di tutte quelle mansioni che un taylorismo (senza Taylor) ha nel corso dei decenni instaurato nei luoghi di lavoro, e se 3° di questo ne ha coscienza e consapevolezza, ne può derivare della INUTILITA’  del padrone di turno.. quindi “prendere il mazzo in mano”, però dopo, (un lungo periodo di “evoluzione rivoluzionaria” per dirla con Marx). Mi pare ovvio (una cosa difficile da scoprire!) che questa coscienza e consapevolezza può nascere e svilupparsi se ci sono dei sindacati e dei partiti che la fanno propria, non nel senso di RAPPRESENTARE i lavoratori e la loro esperienza, ma invece di ORGANIZZARE questi piani individuali e collettivi di mutamento dello “stato di cose esistenti” (di questi tempi la vedo una “gara dura”!).
Già nei primi anni ’70 la critica che Ivar muoveva alla sinistra e ai sindacati era data dal fatto che: “quando fanno delle ricerche, studiano la normalità (= la sghinga) mentre dovrebbero ricercare la “devianza”, a carattere negativo (per non caderci dentro) ma ancor più quella positiva per essere elemento di imitazione tra i più”.Tu sai la traduzione colorita di E. Pugno: “lo sport che piace di più a certi intellettuali (e a certi dirigenti) è quello di spalare continuamente il lievito sulla merda.. fino a quando questa monta, monta e.. li soffocherà!”
Nel convegno su Ivar mancavano alcune citazioni a T. Khun e a Ittelson. Ittelson rappresenta una delle basi teoriche da cui Ivar si è abbeverato (vedi gli 8 punti per leggere un ambiente). Maggiormente T. Khun rappresenta anche per Ivar un salto nell’acquisizione di nuovi concetti  per leggere le “rivoluzioni”, da quelle scientifiche alle altre. Quelle scientifiche: Ivar mi diceva così che lui fino a quando non aveva letto il Khun pensava che le rivoluzioni fossero nient’altro che una “quantità che ad un certo punto si trasforma in qualità” (vedi l’acqua che 0 gradi si trasforma da elemento liquido in solido e a 100 gradi si trasforma invece in gassoso). Per le altre si riferiva alla nota di Gramsci del 1918 “La rivoluzione contro il Capitale”, nel senso di leggere il “cambiamento di paradigma” che un gruppo di uomini (i bolscevichi) imposero alla storia, alla sua “naturale evoluzione” anche accettata dal marxismo dell’epoca. La stesso cambio di paradigma lo si è avuto con il passaggio dalle Commissioni Interne ai Delegati di G.O.: la linea di montaggio era sempre la stessa, le persone che lavoravano la vivevano, prima e dopo i Delegati, in maniera del tutto diversa. Per dirla con Khun: un bicchiere se lo si vede da un lato è un parallelepipedo, se lo si vede da sopra è un cerchio!.. ed è sempre lo stesso bicchiere.
Nel saggio “L’uso umano dell’essere umano” di N. Wiener ad un certo punto si dice: “nell’epoca dello schiavismo, un essere umano legato al remo di una galera era usato solo come fonte di energia, così come oggi nella fabbrica moderna l’essere umano è costretto alla catena di montaggio e quindi alla ripetizione stupida di alcuni manciate di secondi di attività, ne viene che l’uomo moderno è utilizzato per un milionesimo delle sue capacità” – in pratica l’essere umano moderno non è “sfruttato”, se per sfruttamento si intende le sue capacità mentali.
Allora si pone la vera sfida con il capitalismo globalizzato – progettare un lavoro e una fabbrica dove maggiore produttività sia insieme a maggiore democrazia. Se non ci si pone questa sfida la battaglia è persa in partenza.
Per maggiore chiarezza espositiva vedere lo schema seguente:

I fattori che influenzano la produttività

1° - La durata del lavoro = l’orario
2° - L’intensità del lavoro = la prestazione
3° - L’innovazione = di progetto, di prodotto, di processo
4° - La professionalità e l’OdL
5°  -La produttività
Se aumenta il 1° e il 2° fattore aumenta lo sfruttamento
Se aumenta il 3° e il 4°, bene, è quello che vogliamo 
Inoltre entrano in gioco alcuni fattori di carattere “politico-ideologico” come i seguenti:
Per il padrone: PIU’ COMANDO = PIU’ PRODUTTIVITA’
Per i lavoratori: PIU’ DEMOCRAZIA = PIU’ PRODUTTIVITA’

È evidente che è un assunto che va dimostrato nella pratica – in pratica è prima di tutto una sfida a noi stessi prima ancora che al padrone.
A questa mia esposizione, due amici (Giancarlo Cerruti di Torino e Pier Franco Pellizzetti di Genova, tutti e due professori) mi obiettano che “non è il caso.. guarda che finisci in una trappola. Il problema centrale nell’epoca attuale è che da ca. 20 anni  i padroni non investono più né sul prodotto né sul progetto, vogliono tirare la produttività quasi esclusivamente dal “fattore umano”. Vero, però questa idea è a proposito su un crinale: può cadere da una parte (del padrone) o dall’altra (una nuova egemonia dei lavoratori). Se non si tenta cosa c’è da fare? I guardiani del 133 di rendimento?! Domanda: quanti ad oggi lo sanno fare e dove? Ma poi, è stato il limite più grosso nell’epoca delle maggiori conquiste del passato.. mi pare proprio non valga la pena riproporlo.

Quale specializzazione.. le istruzioni al sosia e la riappropriazione dei modelli tecnico scientifici.. in prima approssimazione penso io che bisogna attrezzarsi per recuperare l’esperienza dei lavoratori, sia quella operaia sia quella altra. C’è una tecnica ormai consolidata (Sandra Re ne è la detentrice): le istruzioni al sosia. Le istruzioni del piano di comportamento professionale dei più bravi perché siano di esempio ai lavoratori “allievi”. In fondo si tratta di dare seguito alla invocazione di Taylor il quale chiedeva di “produrre una scienza che raccogliesse tutto il sapere dei lavoratori e non una tantum ma in progress, che servisse a completare il sapere delle direzioni aziendali. In caso contrario ci sarà un sapere che andrà del tutto disperso”. Così come va precisato e indovato il percorso di “riappropriazione” degli elementi tecnico-scientifici oggi in mano a gli istruttori. Es.: perché mai in Italia le schede e/o i programmi delle macchine a C.N. devono essere fatte solo dagli Uffici Analisi Lavoro e non invece in una stretta collaborazione tra questi e i lavoratori?
Partito o movimento? Se si fa un partito è ovvio dargli un nome evocativo di qualche cosa di identitario, ecc., se inoltre lo si richiama alle “tradizioni” deve comparire il “socialismo o il comunismo”. Boh! A me questa cosa non mi emoziona più di tanto. E un giovanotto di 20 anni????
A me pare proprio il tempo in cui è bene produrre qualche cosa d’altro più che evocare.. e avere un Movimento che sappia raccogliere il meglio dell’intraprendenza umana.
Sono quindi per un movimento il più aperto possibile: al saper fare diffuso nella società e nei luoghi di produzione.
Sono per la produzione di un archivio delle “esperienze esemplari” che raccolga da una parte il meglio della contrattazione oggi fatta, il  meglio delle “aziende esemplari” fino ai comuni eccellenti. Ed ovvio che ad ogni esperienza esemplare devono corrispondere delle persone in carne ed ossa. Da qui il “Movimento….” – mi sa tanto che ci vorrà un po’ di tempo e tanta buona volontà e determinatezza.
I tempi della “rivoluzione”. Tutte le rivoluzioni che si sono succedute nell’ultimo secolo hanno dato vita a lotte esaltanti con immani sforzi e sacrifici (fino alla morte) di masse di lavoratori e di popolo. Tutte le rivoluzioni (compresa quella cubana) hanno fallito l’obiettivo di costruzione dell’uomo “nuovo”. Io penso che in parte ciò sia dovuto al fatto di non avere rispettato i tempi di maturazione di coloro i quali erano stati protagonisti degli elementi di rottura. Valga per tutte l’affermazione di Che Guevara che nel suo libro di istruzioni per la guerriglia dice che l’andatura della banda guerrigliera deve essere data “dall’ultimo della pattuglia”. In caso contrario i più forti rimarranno soli e alla fine perderanno. Così come è avvenuto in piccolo anche alla FIAT (vedi i 35 giorni).
Rovesciando, quindi, i termini: la validazione consensuale al posto del leninismo.

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