IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno
la possibilità di riflettere su di un lascito
politico che andava ormai completamente perduto
L'identità
Sistema di valori? Identità Politica? Senso di appartenenza a
una grande comunità solidale'?
Quale il lascito del PCI, nella realtà quotidiana vissuta da
coloro che sono stati militanti di quel partito, a distanza di oltre vent’anni
dal suo scioglimento (uno “scioglimento negato”, mai formalizzato ma mascherato
da “trasformazione”, ma in realtà reso reale ed evidente dal rifiuto di
centinaia di migliaia di donne e di uomini a proseguire il proprio impegno
politico in un diverso contesto)?
Questo è l'interrogativo, cui cercheremo di fornire una
parziale risposta attraverso questo nostro lavoro elaborato in occasione dei
novantadue anni dalla fondazione del Partito avvenuta a Livorno nel gennaio
1921.
La premessa di carattere generale, può essere così
riassunta: nei sistemi contemporanei è difficile immaginare che vi possa essere
attività politica senza i (o al di fuori dei) partiti.
Probabilmente, esperienze particolari sono costituite da
società tradizionali governate da famiglie con relazioni di potere di tipo
patrimoniale e personale, oppure da sistemi che hanno messo al bando le
organizzazioni politiche (regimi militari o autoritari).
Tuttavia, le moderne democrazie sono democrazie partitiche,
e un sistema rappresentativo post partitico sembra ancora lontano
dall'orizzonte della politica democratica, anche se all'orizzonte si profila un
dibattito sulla cosiddetta “democrazia elettronica”, con le scelte affidate ai
cittadini attraverso l'uso del computer.
L'analisi politologica contemporanea abbonda di termini
quali “tramonto”, “crisi”, “declino” dei partiti e affolla le proprie indagini
di metafore quali “destrutturazione”, “deallineamento” o “terremoto” dei
sistemi partitici ma l'osservazione della realtà delle dinamiche politiche
reali indica come i partiti politici, benché abbiano molti critici, molti
antagonisti e un numero crescente di competitori, sembrano avere ben poche
alternative concrete e attraenti.
Il PCI, cui intendiamo riferirci in quest’occasione, agiva
in un quadro politico italiano contraddistinto, per un lungo periodo, da
partiti dal forte radicamento di massa, prevalenti per un lungo periodo (almeno
fino alla fine degli anni'70) sulla società civile, che agivano all'interno di
un sistema pluripartitico di tipo classico, imperniato su di un sistema
elettorale di tipo proporzionale corretto da uno sbarramento, derivante dal
conseguimento di un quoziente pieno in almeno un collegio.
Il nostro riferimento sarà rivolto al “partito nuovo” di
Togliatti che nacque, all'indomani della liberazione, con la decisione di
abbandonare la concezione del partito di quadri e trasformare il PCI in un
partito di massa, largamente radicato, come già si faceva cenno, nella società.
Il Partito cercò così elettori e iscritti in quasi tutti i
gruppi e i ceti sociali: dagli agricoltori, ai fittavoli, ai braccianti, agli
operai dell'industria, ai nuovi ceti medi e ai piccoli e medi industriali.
Malgrado tutti gli sforzi dei dirigenti questa presenza
sociale del PCI, fino a buona parte degli anni'60, si limitò essenzialmente
alla classe operaia del Nord e ai vecchi “ceti medi” del Nord e del Centro
(artigiani, piccoli industriali, cooperatori).
La massiccia organizzazione interna, la crescente
urbanizzazione, la laicizzazione diffusa attenuò tuttavia gradualmente i
vincoli del singolo, con la propria tradizionale area culturale.
Di conseguenza, di fronte all'aggravarsi della crisi sociale
ed economica, aumentò sempre di più il numero delle persone che si sentivano
attratte da quelle forze politiche che propugnavano un superamento della crisi,
un ammodernamento dello Stato e della Società, oltre che una maggiore giustizia
sociale.
Il PCI guadagnò così in misura più che proporzionale, e in
modo spettacolare, con le elezioni del 1975 e del 1976, un gran numero di voti
fra le donne, i cattolici praticanti e i ceti urbani occupati nel settore dei
servizi e in quello dell'istruzione.
In quella fase il PCI riuscì anche a compiere notevoli
puntante in quelle zone precedentemente dominate dalla DC, grazie soprattutto
alla sua forte caratterizzazione cattolica, come nel Veneto, nel Mezzogiorno,
nelle Isole.
L'espansione della presenza nella Società, che dal punto di
vista della struttura dell'elettorato fece apparire il PCI come un “Partito
popolare di sinistra”, in verità portò solo in minima misura a una
modificazione nella composizione di massa dei suoi iscritti.
Gli operai continuarono a costituirne il nerbo (circa il 50%
nel 1977).
Se si calcolano i pensionati e le casalinghe, il potenziale
classico del Partito salì, in quel periodo al 79%.
Quei gruppi sociali che, negli anni'70, contribuirono
fortemente ai successi elettorali del PCI, ossia l'intellighenzia scientifica e
tecnica, liberi professionisti e gli addetti ai settori dei pubblici servizi,
furono invece chiaramente sottorappresentati nelle fila del Partito.
La composizione sociale dei quadri intermedi rivelò, invece,
una tendenza opposta.
Infatti, mentre nel 1975 gli operai costituivano oltre il
50% dei segretari di sezione, rappresentavano soltanto il 36% dei delegati al
XIV Congresso e scendevano al 24,9% nei componenti dei Comitati Federali.
Il PCI ebbe così, sostanzialmente, i caratteri di un Partito
con una strategia radical – socialista, rivolta alle riforme.
In questo modo il PCI divenne il principale antagonista e
concorrente della DC.
I Comunisti italiani, se furono soddisfatti della tendenza
dell'elettorato tradizionale di Centro – Sinistra a scivolare verso il PCI,
furono, invece, contrari a una mera identità con il PSI e a una polarizzazione
del sistema partitico italiano.
La creazione di un “grande Partito della Sinistra”, di cui
si parlò subito dopo il 1945 e più tardi nel 1965/65, non risultò praticamente
attuabile.
Il PCI non riuscì, in sostanza, a sciogliere il nodo
decisivo di una pratica dell'opposizione, attraverso il modello dualistico tra
un Partito cristiano – conservatore e un grande raggruppamento socialista, o un
tentativo di sostituire la DC come partito egemonico accelerando da una
posizione di preminenza, la sperimentazione della “via italiana al socialismo”.
Un dilemma non risolto che fu alla base della mancata
realizzazione della strategia del “compromesso storico”, di cui fu
testimonianza parziale il tentativo della “solidarietà nazionale” (1976 –
1979), il cui fallimento aprì la via a un declino lento ma inarrestabile.
Le grandi coordinate strategiche
La linea del PCI fu orientata, nel corso dei decenni centrali
del secolo scorso e fino alla vigilia della liquidazione del partito, da almeno
quattro grandi coordinate strategiche, che possono essere così riassunte:
1) Il rapporto tra la teoria e la prassi.
Questo elemento ha rappresentato un punto decisivo nell'identità
del PCI, legato all'idea dello sviluppo delle forze progressive, di una scienza
in grado di produrre una tecnica sulla basare una linea di sviluppo
“naturalmente” progressista.
In quest’ambito avveniva la rivalutazione del cosiddetto
“intellettuale organico” (nella definizione gramsciana), cui Togliatti aveva
affidato la concretizzazione della linea politica;
2) L'intreccio tra politica e cultura.
Un intreccio molto stretto, al limite dell'indissolubilità,
quello tra politica e cultura, con una concezione della cultura di tipo
“classico”, di studi robusti e solidi, riservando alla base sociale il livello
“nazional – popolare”.
Questo elemento lo si rileva osservando i diversi livelli
della pubblicistica del PCI e delle espressioni di sinistra affini al partito,
in una scansione ben definita rispetto agli obiettivi da raggiungere.
Questa “classicità” e “solidità” dell'interpretazione
culturale, stava anche all'origine di ritardi nel riconoscere il ruolo delle
avanguardie (sia in campo letterario e artistico), sia nell'ammettere
situazioni ai limiti e ai margini dell'ortodossia “socialista” (i casi più noti
sono clamorosi e non è il caso di ricordarli, se non per rammentare che anche
in periferia vi furono interpretazioni del rapporto cultura/politica e del suo
sfociare nel “totus politicus” tali da suscitare difficoltà e incomprensioni).
Pur tuttavia fu attraverso il rapporto stretto tra politica
e cultura, così come si è cercato di intendere fin qui, che, in particolare
nella strategia togliattiana avvenne la selezione dei quadri dirigenti: mentre
per la classe operaia questa stretta relazione tra politica e cultura, risultò
alla base della ricerca del riscatto sociale;
3) La relazione tra ideologia e razionalità politica.
La continua ricerca della trasformazione in linea politica
dell'ideologia può far definire il PCI come un partito “neo – illuminista”,
fortemente impregnato di positivismo e contrario all'idealismo.
In realtà il PCI presentava al suo interno una molteplicità
di modelli culturali (si pensi alle diverse case editrici cui il partito faceva
capo, al di là delle “ufficiali” Rinascita e, successivamente, Editori Riuniti)
che, appunto, l'applicazione della linea politica concreta permetteva di far
convivere fruttuosamente, attraverso un meccanismo davvero definibile come “neo
– illuminista” (non a caso Togliatti amava Voltaire e fu autore di una delle
più importanti prefazioni edite in Italia del “Trattato della tolleranza”);
4) Il peso del filtro
della concezione di classe nell'agire politico.
Questo fattore è stato sicuramente presente, in una
dimensione massiccia, sulla realtà operativa del Partito fino agli anni'70
inoltrati.
Era sulla base della concezione di classe applicata
all'agire politico che si realizzava il rapporto tra trasformazione e gestione
nell'iniziativa quotidiana del partito, all'interno delle istituzioni,
nell'amministrazione pubblica, nella guida delle Regioni e degli Enti Locali.
Ancor maggiore importanza il filtro della concezione di
classe sull'agire polito lo ebbe nello stabilire la relazione tra moralismo e
rigore politico, che stava alla base della concezione berlingueriana, prima del
“compromesso storico” e, successivamente, dell'alternativa, basata, appunto per
iniziativa del segretario Enrico Berlinguer, sulla “questione morale”, intesa
come piena “questione politica”.
Le ragioni e l’esito del declino
Dall'inizio degli anni'80 l'emergere di questioni e problemi
sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso
rinnovamento, così come nell'elaborazione che nella proposta furono, invece,
assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia
nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in
quel momento, raccoglievano i più facili consensi.
Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o
almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica
neoconservatrice che, proprio in quegli anni'80, favorita del precipitare della
crisi del sistema comunista in tutto l'Est europeo, sia dal logoramento e
dall'esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell'Europa
Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l'insegna
del reaganian – tacheterismo), e i paesi dell'Est come in quelli dell'Ovest.
Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una
sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.
A questo punto debbono essere richiamate almeno tre
posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni,
anche in un paese come l'Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio
perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d'Occidente, quest’offensiva
“neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse
nell'area dell'opinione pubblica progressista, compresa buona parte della
sinistra d'opposizione, con conseguenze fortemente negative che poi si
sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei comportamenti
politici:
1) In primo luogo
cominciò a raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della
sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di
pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione
centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell'Europa dell'Est, sia nelle
forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato
Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle
grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici
seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva
dell'impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo,
del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell'individualismo
consumistico. Non a caso l'idea di
riaffermare o ricostruire un “punto di vista di sinistra” in economia (a
partire, per esempio, dai problemi dell'occupazione o della tutela ambientale o
del definire una diversa gerarchia di priorità e di finalità nella produzione e
dei consumi) incontrava difficoltà via, via, più estese e anzi veniva
rigettata, quasi pregiudizialmente, nell'opinione più diffusa, come astratta e
velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che
il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra
risiedeva, ormai, nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza
concessioni a ideologismi solidaristici o a interessi corporativi, il rispetto
dei vincoli “oggettivi” delle compatibilità finanziarie e monetarie (da ciò è
derivata l'accettazione acritica dei parametri imposti per l'unificazione
europea, dal trattato di Maastricht: acriticità che impedito di vedere in tempo
le possibilità di rivedere il patto di stabilità, fino alla crisi che oggi
investe, appunto, gli equilibri politici ed economici del processo di
allargamento dell'Europa a 27).
Tornando però al periodo di avvio del declino del PCI deve
essere, ancora, fatto rilevare che il diffondersi di queste posizioni di
accettazione dell'impostazione neo-liberista ben al di là della tradizionale
area moderata, avvenuta tanto più in una fase di intense ristrutturazioni (a
partire dai 35 giorni della Fiat del 1980) che già tendevano, in allora, a
ridurre e a rendere più precaria l'occupazione, ad accentuare la flessibilità
della risorsa lavoro (fino alle esasperazioni attuali) e della risorsa
ambiente, a diminuire i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla
produzione, abbia avuto il risultato pratico di contribuire a indebolire la
tutela del mondo del lavoro e a modificare, a svantaggio della sinistra, i
rapporti di forza nella struttura produttiva e sociale.
Non a caso, proprio a partire da quella fase, è stato
possibile parlare dell'affermazione di quello che è stato definito “pensiero
unico” ispirato, appunto, dalla teoria neoliberista;
2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che
ebbe, nel corso degli anni'80 l'insistente campagna sulla “crisi” e sulla
“morte” delle ideologie.
Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti
di larga parte dell'opinione pubblica.
E' quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e
continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle
ideologie.
Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica
appena ricordata finì con l'essere largamente accettata anche a sinistra, non
solo come critica dei “partiti ideologici” (e partiti ideologici per eccellenza
erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista),
ma anche come demistificazione dell'idea stessa di una finalizzazione ideale e
morale dell'azione politica.
Alle “finalità”, e al loro presunto retroterra ideologico,
andava così contrapposta l'idea della presunta “concretezza” dell'apertura al
nuovo, al moderno.
Al punto da presentare, sulla scena del confronto politico,
una inedita contraddizione tra “vecchio” e “nuovo”.
Una contraddizione assunta, al punto, da considerare il
cosiddetto “nuovismo” come criterio di commisurazione della validità
dell'iniziativa politica.
Non c'è bisogno di ricordare, sia pure a distanza di oltre
vent’anni, quanto peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio
del PCI al PDS, cioè dal vecchio “partito ideologico di massa” alla “cosa” di
cui non si riconosceva né il nome, né il programma, e neppure le finalità e i
contenuti;
3) Il terzo punto riguarda, infine, il fatto che la critica
alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via, via, nel corso
del decennio, anche in settori, via, via più estesi del gruppo dirigente
comunista, un mutamento di segno.
Si era passati, infatti, dalla domanda di “rinnovamento
della politica”, così come era stata formulata da Berlinguer, a una proposta di
mutamento del solo “sistema politico” (inteso in senso stretto) attraverso il
cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali.
Si spalancò così, in quel modo, la porta alla deriva
decisionista, in particolare all'idea che bastasse “sbloccare” il sistema
politico per realizzare l'alternanza e mettere così fine alla spartizione dello
Stato, alla corruzione, al malgoverno.
Per “sbloccare il sistema politico” il PCI avrebbe dovuto,
così, mettere in discussione se stesso, ponendo fine al “partito diverso”,
omogeneizzandosi agli altri partiti.
Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento
la storia del Partito Comunista Italiano.
Tutto questo è avvenuto mentre la crisi della democrazia
italiana era giunta, verso la fine degli anni'80, a un punto di estrema
gravità.
La grande occasione che si era pur presentata nel corso del
decennio precedente era andata perduta, per cause oggettive e soggettive, senza
che si riuscisse a dispiegare quella capacità di promuovere un radicale
rinnovamento nel modo di governare, del costume, dello spirito pubblico, del
senso dello Stato di cui il paese avrebbe avuto estremo bisogno, ma che, ancora
una volta era stato mancato.
IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno
la possibilità di riflettere su di un lascito
politico che andava ormai completamente perduto (come dimostra la
traiettoria senza parabola compiuta da Rifondazione Comunista che, addirittura,
sta concludendo la propria storia all’interno di un contenitore elettorale
egemonizzato da quel “filone legalitario” apparso nel sistema politico italiano
dopo “Tangentopoli” e promosso da alcuni Pubblici Ministeri passati alla
“politica”, con molte virgolette).
Lo scioglimento del PCI rappresentò un punto di vero
squilibrio per l’intero sistema politico, cui seguirono altri momenti di
sconvolgimento determinati dall’implosione dei grandi partiti di massa avvenuta
poco tempo dopo: i suoi eredi, mutate diverse denominazioni da PDS, a DS e PD e
collegandosi con alcuni dei residui del vecchio apparato del partito cattolico,
hanno accettato “in toto” i meccanismi
fondamentali di quell’eterna “transizione italiana” apertasi con lo
scioglimento del partito, dal maggioritario, al presidenzialismo (esercitato
direttamente, ponendosi ai limiti della Costituzione Repubblicana dal primo
Capo dello Stato proveniente dalla storia del PCI), all’accettazione delle
formule liberiste che sono state e stanno all’origine della grande crisi che
stiamo vivendo.
Il PD, infatti (usando addirittura ed incredibilmente la
struttura delle “primarie” per la selezione del gruppo dirigente, inteso come
gruppo “elettorale”) si è reso pienamente competitivo sul terreno di quella
concezione esaustiva della “governabilità” che ha soffocato l’idea della
necessità di un partito capace insieme di sviluppare pedagogia, radicamento
sociale, rappresentatività politica della classe: è questo il vuoto più grande
che, pur nella consapevolezza di un declino forse irreversibile attraversato
nell’ultima fase della sua esistenza, il PCI ha
lasciato.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie