Le formule elettorali hanno sempre fornito l’occasione per
dibattiti molto accaniti e intensi tra le forze politiche, che hanno cercato
frequentemente (come poi è stato realizzato in tempi più recenti) di elaborare
dei meccanismi utili alla contingenza della fase e alla convenienza di parte,
piuttosto che puntare su di una prospettiva di tipo “sistemico” fondata su di
un’analisi di lungo periodo.
Accennavo all’inizio che il tema delle formule elettorali ha
sempre fornito occasione per confronti molto aspri tra i diversi settori
parlamentari: ricorre, in questo 2013 nuovamente anno di elezioni politiche, i
sessant’anni di uno di questi passaggi, forse il più celebre, quello che nel
1953 si sviluppò attorno a quella che fu poi definita “legge truffa”.
Ho pensato fosse utile, non soltanto per ragioni di
carattere storico, rievocare quel passaggio assolutamente fondamentale nella
Storia della Repubblica.
Andando per ordine: il 18 aprile 1948 nelle elezioni per la
I legislatura repubblicana la DC aveva ottenuto il 49,8% dei voti e la
maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati, formando un governo
quadripartito presieduto da De Gasperi e comprendente il PSDI, il PRI e il PLI.
Prima dell’inizio della II legislatura si svolgono in
Italia, in due tornate, tra il 1951 e il 1952, le elezioni amministrative e si
compie, tra De Gasperi e il Vaticano uno “strappo” circa la proposta, rifiutata
dal Presidente del Consiglio, per la formazione di un “listone” alle elezioni
comunali di Roma comprendente anche i neo-fascisti del MSI.
L’esito complessivo della tornata amministrativa 51-52 mette
in allarme la maggioranza di governo.
Infatti, la DC vede diminuire il suo consenso di ben 13
punti percentuali rispetto al 1948.
Questo significava che, se lo stesso fenomeno si fosse
riprodotto al momento delle elezioni politiche, la topografia del Parlamento
sarebbe stata profondamente modificata.
Inoltre, il dato che emergeva in modo chiaro dai risultati
elettorali era quello della tendenza di un sistema che nella sua prima
manifestazione era apparso fortemente bipolare (il Fronte Democratico Popolare
aveva ottenuto il 31%, quindi i due primi partiti assommavano circa all’80% dei
voti), a diventare almeno tripolare a causa della forte legittimazione ottenuta
nella competizione, soprattutto al Sud, dal Partito Monarchico e dal MSI.
Questo risultato produsse nella classe politica di governo e
in particolare all’interno della DC quella che viene comunemente definita come
“sindrome di Weimar”: ovvero il timore che i partiti posti ai due estremi
dell’arco parlamentare possano strategicamente unire le loro due opposizioni
contro il governo e rendere, di fatto, il sistema ingovernabile.
In questo clima è maturata, nel timore che lo scontro
Est-Ovest potesse travalicare i confini della guerra fredda e portare il mondo
verso un terzo conflitto mondiale, la decisione (fortemente sostenuta dagli
Stati Uniti) di “blindare la democrazia”, attraverso un cambio del sistema
elettorale che permettesse alla formula degasperiana del centrismo di mantenere
e consolidare la guida del Paese.
Si avviò così, sul finire della I legislatura, in Parlamento
e nel Paese un acceso dibattito, sul progetto di riforma elettorale presentato
dal ministro dell’interno Scelba nell’ottobre del ’52.
Con esso si intendeva promuovere l’assegnazione di un premio
d maggioranza del 65% dei seggi al partito o alla coalizione di partiti
apparentati che ottenessero a livello elettorale un consenso pari almeno al 50%
più uno del totale dei voti validi (come si può osservare si trattava,
comunque, di un vero e proprio premio di maggioranza, e non di un premio di
“minoranza” come nella formula attuale).
La determinazione con cui il governo perseguì l’approvazione
del progetto, dimostrata dall’aver posto la “fiducia” in entrambi i rami del
Parlamento, l’anomalia delle procedure (in particolare nell’occasione del voto
finale al Senato) e le accuse di volontà di manipolazione del risultato
elettorale che entrambe le opposizioni lanciarono a più riprese alla Democrazia
Cristiana restarono nella memoria collettiva attraverso l’epiteto appunto – di
“legge truffa”.
Un dibattito arroventato che ebbe anche importanti
conseguenze politiche sui partiti che appoggiavano la DC e all’interno dei
quali non mancarono le voci di distinguo fino a provare vere e proprie
scissioni che sfociarono nella formazione di liste schierate contro
l’apparentamento centrista: da PSDI e PRI, Parri e Calamandrei formarono “Unità
Popolare”, dal PLI l’ex-ministro Epicarmo Corbino (che aveva sostituito al
ministero dell’Economia Luigi Einaudi, quando questi fu eletto alla Presidenza
della Repubblica) fondò l’Alleanza Democratica Nazionale e si schierò contro la
nuova legge anche un’altra piccola formazione di ex-PCI usciti dal partito a
causa dello “scisma” jugoslavo e guidata dai deputati Cucchi e Magnani, “Unità
Socialista”. Tre gruppi che, alla fine, non ottennero seggi al Parlamento ma le
cui percentuali ebbero indubbiamente un peso sull’esito finale della vicenda.
Anche la campagna elettorale risultò particolarmente
“calda”: il responsabile della propaganda del PCI, Giancarlo Pajetta, inventò
il celebre motto dei “forchettoni” rivolto ai notabili democristiani e la
stessa DC; o meglio un suo giovane astro emergente Umberto Tupini incappò in un
clamoroso infortunio, organizzando a Roma una mostra fotografica sulla “Chiesa
del Silenzio” per dimostrare le condizioni di vessazione in cui versava la
Chiesa Cattolica nel Paesi dell’Est a “socialismo reale”. Fu, però, dimostrato,
che la mostra era composta di fotomontaggi e che i sacerdoti ritratti dietro il
filo spinato o stretti dalla guardia dei “vopos” se ne stavano tranquillamente
a Roma e si erano prestati come comparse.
I risultati elettorali non furono quelli auspicati dal
Governo.
A fronte di un notevole recupero da parte della Democrazia
Cristiana rispetto ai risultati delle amministrative, infatti, i partiti
apparentati non ottennero la maggioranza assoluta per uno scarto minimo di
34.000 voti.
Come era già avvenuto per il referendum istituzionale si
parlò di brogli.
De Gasperi, però, non rivendicò il riconteggio delle schede
accettando il risultato delle urne, assimilando così il risultato a una sorta
di responso referendario sulla legge maggioritaria.
Lo scontro in atto produsse, comunque, un’impennata nella
partecipazione, che era già stata alta nel 1948, ma che crebbe sino al 93,8%
degli elettori (con il 4,6% di schede nulle e l’1,5% di schede bianche).
Comunisti e socialisti si presentarono, in questa tornata
elettorale, separati ottenendo il PCI il 22,6% e il PSI il 12,7%, dimostrando
quindi evidenti segnali di crescita rispetto al risultato realizzato dal Fronte
Democratico Popolare nel 1948.
Le tre piccole formazioni schierate “contro” la legge
maggioritaria ottennero complessivamente l’1,8% (USI 0,8%, Unità Popolare 0,6%,
ADN 0,4%) ma risultarono determinanti, spostando voti proprio da PRI; PLI, PSDI
nell’ostacolare il raggiungimento della soglia del 50% da parte dei partiti apparentati.
D grande rilievo risultò, infine, l’avanzamento di
monarchici e missini che ottennero rispettivamente il 6,8% e il 5,8%, avanzando
nel complesso del 4% ( con punte del 21,8% in Campania, anche grazie alla
campagna elettorale delle “due scarpe” del sindaco di Napoli, Lauro, del 15, %%
in Puglia, dell’11,6% in Sicilia.)
Il sistema proporzionale si era dunque imposto come la
tecnica preferita per l’attribuzione dei seggi e avrebbe permeato gli equilibri
del sistema politico italiano per un lungo periodo, fino agli anni’90 del XX
secolo.
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