sabato 5 gennaio 2013

FORMULE ELETTORALI: SESSANT’ANNI FA LA LEGGE TRUFFA di Franco Astengo




Le formule elettorali hanno sempre fornito l’occasione per dibattiti molto accaniti e intensi tra le forze politiche, che hanno cercato frequentemente (come poi è stato realizzato in tempi più recenti) di elaborare dei meccanismi utili alla contingenza della fase e alla convenienza di parte, piuttosto che puntare su di una prospettiva di tipo “sistemico” fondata su di un’analisi di lungo periodo.
Emblematico del prevalere dell’interesse immediato della “elite” che governa i soggetti politici in questa fase, è stata la mancata modifica della legge elettorale in vigore per Camera e Senato, criticata da più parti e sottoposta anche alla lente d’ingrandimento della Corte Costituzionale: come ha ben dimostrato, sul nostro blog, Felice Besostri alla fine, però, l’interesse di bottega ha finito con il prevalere e per la terza volta consecutiva (2006,2008,2013) si voterà con le liste bloccate e un premio di maggioranza alla Camera del tutto esagerato (D’Alimonte prevede la vittoria al 35%, quindi con un regalo del 20% nell’attribuzione dei seggi) e ancora con meccanismo di attribuzione dei senatori su base regionale che potrebbe rendere, com’è già avvenuto, la Seconda Camera di difficile governabilità.
Accennavo all’inizio che il tema delle formule elettorali ha sempre fornito occasione per confronti molto aspri tra i diversi settori parlamentari: ricorre, in questo 2013 nuovamente anno di elezioni politiche, i sessant’anni di uno di questi passaggi, forse il più celebre, quello che nel 1953 si sviluppò attorno a quella che fu poi definita “legge truffa”.
Ho pensato fosse utile, non soltanto per ragioni di carattere storico, rievocare quel passaggio assolutamente fondamentale nella Storia della Repubblica.
Andando per ordine: il 18 aprile 1948 nelle elezioni per la I legislatura repubblicana la DC aveva ottenuto il 49,8% dei voti e la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati, formando un governo quadripartito presieduto da De Gasperi e comprendente il PSDI, il PRI e il PLI.
Prima dell’inizio della II legislatura si svolgono in Italia, in due tornate, tra il 1951 e il 1952, le elezioni amministrative e si compie, tra De Gasperi e il Vaticano uno “strappo” circa la proposta, rifiutata dal Presidente del Consiglio, per la formazione di un “listone” alle elezioni comunali di Roma comprendente anche i neo-fascisti del MSI.
L’esito complessivo della tornata amministrativa 51-52 mette in allarme la maggioranza di governo.
Infatti, la DC vede diminuire il suo consenso di ben 13 punti percentuali rispetto al 1948.
Questo significava che, se lo stesso fenomeno si fosse riprodotto al momento delle elezioni politiche, la topografia del Parlamento sarebbe stata profondamente modificata.
Inoltre, il dato che emergeva in modo chiaro dai risultati elettorali era quello della tendenza di un sistema che nella sua prima manifestazione era apparso fortemente bipolare (il Fronte Democratico Popolare aveva ottenuto il 31%, quindi i due primi partiti assommavano circa all’80% dei voti), a diventare almeno tripolare a causa della forte legittimazione ottenuta nella competizione, soprattutto al Sud, dal Partito Monarchico e dal MSI.
Questo risultato produsse nella classe politica di governo e in particolare all’interno della DC quella che viene comunemente definita come “sindrome di Weimar”: ovvero il timore che i partiti posti ai due estremi dell’arco parlamentare possano strategicamente unire le loro due opposizioni contro il governo e rendere, di fatto, il sistema ingovernabile.
In questo clima è maturata, nel timore che lo scontro Est-Ovest potesse travalicare i confini della guerra fredda e portare il mondo verso un terzo conflitto mondiale, la decisione (fortemente sostenuta dagli Stati Uniti) di “blindare la democrazia”, attraverso un cambio del sistema elettorale che permettesse alla formula degasperiana del centrismo di mantenere e consolidare la guida del Paese.
Si avviò così, sul finire della I legislatura, in Parlamento e nel Paese un acceso dibattito, sul progetto di riforma elettorale presentato dal ministro dell’interno Scelba nell’ottobre del ’52.
Con esso si intendeva promuovere l’assegnazione di un premio d maggioranza del 65% dei seggi al partito o alla coalizione di partiti apparentati che ottenessero a livello elettorale un consenso pari almeno al 50% più uno del totale dei voti validi (come si può osservare si trattava, comunque, di un vero e proprio premio di maggioranza, e non di un premio di “minoranza” come nella formula attuale).
La determinazione con cui il governo perseguì l’approvazione del progetto, dimostrata dall’aver posto la “fiducia” in entrambi i rami del Parlamento, l’anomalia delle procedure (in particolare nell’occasione del voto finale al Senato) e le accuse di volontà di manipolazione del risultato elettorale che entrambe le opposizioni lanciarono a più riprese alla Democrazia Cristiana restarono nella memoria collettiva attraverso l’epiteto appunto – di “legge truffa”.
Un dibattito arroventato che ebbe anche importanti conseguenze politiche sui partiti che appoggiavano la DC e all’interno dei quali non mancarono le voci di distinguo fino a provare vere e proprie scissioni che sfociarono nella formazione di liste schierate contro l’apparentamento centrista: da PSDI e PRI, Parri e Calamandrei formarono “Unità Popolare”, dal PLI l’ex-ministro Epicarmo Corbino (che aveva sostituito al ministero dell’Economia Luigi Einaudi, quando questi fu eletto alla Presidenza della Repubblica) fondò l’Alleanza Democratica Nazionale e si schierò contro la nuova legge anche un’altra piccola formazione di ex-PCI usciti dal partito a causa dello “scisma” jugoslavo e guidata dai deputati Cucchi e Magnani, “Unità Socialista”. Tre gruppi che, alla fine, non ottennero seggi al Parlamento ma le cui percentuali ebbero indubbiamente un peso sull’esito finale della vicenda.
Anche la campagna elettorale risultò particolarmente “calda”: il responsabile della propaganda del PCI, Giancarlo Pajetta, inventò il celebre motto dei “forchettoni” rivolto ai notabili democristiani e la stessa DC; o meglio un suo giovane astro emergente Umberto Tupini incappò in un clamoroso infortunio, organizzando a Roma una mostra fotografica sulla “Chiesa del Silenzio” per dimostrare le condizioni di vessazione in cui versava la Chiesa Cattolica nel Paesi dell’Est a “socialismo reale”. Fu, però, dimostrato, che la mostra era composta di fotomontaggi e che i sacerdoti ritratti dietro il filo spinato o stretti dalla guardia dei “vopos” se ne stavano tranquillamente a Roma e si erano prestati come comparse.
I risultati elettorali non furono quelli auspicati dal Governo.
A fronte di un notevole recupero da parte della Democrazia Cristiana rispetto ai risultati delle amministrative, infatti, i partiti apparentati non ottennero la maggioranza assoluta per uno scarto minimo di 34.000 voti.
Come era già avvenuto per il referendum istituzionale si parlò di brogli.
De Gasperi, però, non rivendicò il riconteggio delle schede accettando il risultato delle urne, assimilando così il risultato a una sorta di responso referendario sulla legge maggioritaria.
Lo scontro in atto produsse, comunque, un’impennata nella partecipazione, che era già stata alta nel 1948, ma che crebbe sino al 93,8% degli elettori (con il 4,6% di schede nulle e l’1,5% di schede bianche).
Comunisti e socialisti si presentarono, in questa tornata elettorale, separati ottenendo il PCI il 22,6% e il PSI il 12,7%, dimostrando quindi evidenti segnali di crescita rispetto al risultato realizzato dal Fronte Democratico Popolare nel 1948.
Le tre piccole formazioni schierate “contro” la legge maggioritaria ottennero complessivamente l’1,8% (USI 0,8%, Unità Popolare 0,6%, ADN 0,4%) ma risultarono determinanti, spostando voti proprio da PRI; PLI, PSDI nell’ostacolare il raggiungimento della soglia del 50% da parte dei partiti apparentati.
D grande rilievo risultò, infine, l’avanzamento di monarchici e missini che ottennero rispettivamente il 6,8% e il 5,8%, avanzando nel complesso del 4% ( con punte del 21,8% in Campania, anche grazie alla campagna elettorale delle “due scarpe” del sindaco di Napoli, Lauro, del 15, %% in Puglia, dell’11,6% in Sicilia.)
Il sistema proporzionale si era dunque imposto come la tecnica preferita per l’attribuzione dei seggi e avrebbe permeato gli equilibri del sistema politico italiano per un lungo periodo, fino agli anni’90 del XX secolo.

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