Le elettrici e gli elettori che, il prossimo 24 Febbraio,
avranno deciso di esprimere il proprio voto per l’una o l’altra delle liste in
competizione per le elezioni legislative generali si troveranno di fronte ad
alcune novità importanti poste sul piano dell’espressione complessiva che esce
dall’analisi del quadro politico di partenza.
La seconda novità è invece ancora poco analizzata e, in quest’occasione,
non sarà possibile andare oltre ad alcune indicazioni diciamo così: “di
direzione di marcia”.
Una novità resa, almeno a mio giudizio, del tutto esplicita
dai contenuti compresi dal testo della lunga “conversazione” tra il direttore
De Bortoli e il presidente del consiglio Monti, apparsa oggi sulle colonne del
“Corriere della Sera”.
Assumo tre frasi dal contesto al fine di agevolare la
possibilità di definire al meglio un’ipotesi di analisi politica.
La prima “Dobbiamo togliere l’Italia dalle mani degli
incapaci”.
La seconda: “ Se non ci impegniamo direttamente, su di noi
cadrà una colpa grave". Il Paese è un insieme di tribù, corporazioni e fortini
che difendono interessi clientelari”.
La terza: “ Noi e Grillo siamo espressioni differenti
dell’insofferenza popolare. La sua è l’iconografia della rabbia gestuale,
vivace ma inconcludente”.
A queste tre affermazioni va aggiunta quella che rivendica la
formazione della lista per la Camera dei Deputati che non comprende alcun
parlamentare uscente.
Emerge così un’idea delle istituzioni e del loro rapporto
con la società, insieme con un giudizio della situazione italiana, che si pone
compiutamente sul terreno di quella che è stata definita la “Democrazia di
competenza”, una sorta di “cerchia degli ottimati” che si sottopone al giudizio
degli elettori perché si tratta di una inevitabile ma fastidiosa incombenza,
nelle spire di un’antiquata democrazia parlamentare, ma con lo scopo – comunque
– di governare costringendo gli “altri”, a prescindere dai consensi ricevuti, a
convergere sulla necessità di riconoscere il “Primato dei competenti” essendo,
appunto, il consenso di questi altri
frutto di una sorta di nuova plebe che si esprime proprio attraverso quelle
tribù, corporazioni, fortini, di cui si faceva cenno.
Così ci si colloca ben oltre il quadro del “rapporto
diretto” tra il Capo e le masse: il Gruppo Dirigente siede in una sorta di Areopago
e le istituzioni sono da considerarsi al loro servizio: del resto allo stesso
prof. Monti, evidentemente massimo interprete di questa nuova (o antica?)
filosofia politica, la toga da senatore fu consegnata in anticipo rispetto alla
sua personale concessione di “impegnarsi per il bene del Paese”.
Per scendere nel concreto della vicenda politica di oggi: la
nomina di Monti a senatore a vita, da parte del Presidente della Repubblica,
nell’immediata precedenza al conferimento dell’incarico di formare il Governo è
stato un vero e proprio “sfregio democratico” assolutamente sottovalutato dagli
altri partner politici (in quel momento presi alla gola dalla vicenda dello
“spread”) e da analisti e commentatori, ma in futuro sarà vista come una vera e
propria “svolta” nella storia democratica del nostro Paese, in contemporanea
con l’assunzione di una concezione di tipo “monarchico” del ruolo del Capo
dello Stato.
Non sono in grado, ovviamente, di poter prevedere – sia pure
in una qualche approssimazione – il consenso che questa “Democrazia di
competenza” riuscirà a raccogliere nel Paese; così come non è possibile
anticipare plausibilmente quale percentuale di voti otterrà l’altra faccia
della medaglia (quella dell’insofferenza popolare) dell’antipolitica che si fa
politica attraverso il Movimento 5 Stelle e che pone il tema dell’azzeramento
dei corpi intermedi, ma non ha ancora dichiarato che uso farà del Parlamento
(forse il passaggio più difficile per Grillo, data la scarsa conoscenza che lui
stesso ha del personale politico che alla fine approderà alla Camera e al
Senato).
La matrice dei due soggetti , “Democrazia di Competenza”, e
“Antipolitica che si fa politica”, appare però avere molti punti in comune, il
più importante dei quali appare essere quello dell’autoritarismo.
Mi era già capitato di scriverlo qualche tempo fa ma lo
ripeto adesso, con maggior convinzione e cognizione di causa: il tragitto vero
che sta per compiere la nostra democrazia repubblicana è quello verso una forma
di “salazarismo”, una visione autoritaria del potere, governata dalle esigenze
dei detentori dei grandi patrimoni finanziari, in una sorta di regime
“ottundente” anche se non escludente le opposizioni, verso il quale è
necessario riferirsi come a un “dominus”.
E gli altri, più o meno protagonisti della campagna
elettorale? Navigano a vista, dentro le loro formule antiquate del personalismo
e di una convulsa ricerca di alleanze poste sul piano della mera tattica
elettorale, come se da quegli esiti potesse sortire davvero un’alternativa
plausibile.
L’ipotesi più probabile, insomma, è che si stia per entrare
in una nuova fase della “transizione italiana” nel corso della quale si
completeranno, grazie agli “Ottimati” e al loro Capo, due elementi
fondamentali: il primo quello del rapporto con l’Europa nel senso di una
definizione ulteriore di un sistema “a diverse velocità” regolato dalla BCE e
senza alcuna prospettiva di colmatura del “deficit democratico” anzi con la
riaffermazione che quel “deficit” è davvero congegnale a tutti i livelli a
nuove dimensioni di governo (il previsto successo della CDU-CSU in Germania
porterà con sé, probabilmente, una soluzione di questo tipo); il secondo, sul
piano interno, il completamento del processo di riduzione ne rapporto tra la
politica e la società che, nel segno del taglio dell’ “eccesso di domanda”
avanza ormai da molto tempo, ma che richiede – appunto – una sua definizione
anche sul terreno dell’uso delle Istituzioni.
Una secca sconfitta elettorale della “Democrazia di
Competenza” potrebbe arrestare questo progetto? Purtroppo non pare ci si voglia
misurare con questo elemento ponendolo al centro della competizione. E’ più
facile il bersaglio grosso del vecchio “populismo di destra” ben rappresentato
dal consueto Cavaliere al quale si offrono ghiotte passerelle televisive.
Due osservazioni conclusive: è evidente come risulti del
tutto assente, in questa campagna elettorale (comunque espressione delle
dinamiche complessive del sistema e non frutto isolato di scelte compiute
semplicisticamente in nome dell’ autonomia del politico”) una possibilità di
rappresentanza effettiva di quella che rimane la “contraddizioni principale”
del conflitto capitale/lavoro, che la crisi tende a incrementare costringendo
interi settori sociali nella morsa di un’incertezza, un impoverimento complessivo,
una crescita nelle condizioni di sfruttamento che non si voglio intendere quale
base di un progetto politico in grado di recuperare e proporre in termini di
“classe”.
La seconda osservazione riguarda l’ampiezza che raggiungerà
l’espressione dell’astensionismo che, in questi giorni, si tende a occultare (
o a considerare in calo, soprattutto per esigenze sceniche di tipo televisivo
al riguardo della presentazione dei tanti sondaggi). Un astensionismo che, a
questo punto della campagna elettorale, pare rappresentare – come base di
partenza – circa il 40% dell’elettorato.
Se in crescita o in calo lo diranno le urne: certo che, in
queste condizioni, l’appello al “voto utile” che pare essere il cavallo di
battaglia del PD appare quanto mai anacronistico rispetto alla necessità, che
sarebbe stata improcrastinabile, di presentare un’analisi realistica del nostro
sistema politico, elaborando un’alternativa.
Così non è stato e ne valuteremo i risultati.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie