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| Nicolò Machiavelli |
C’è politica nella folla di “clientes”
che sgomitano nei cortili dei palazzi
del potere?
In queste
ore siamo assistendo, nel microcosmo del sistema politico italiano (se così si
può ancora definire) a un vero e proprio “assalto alla poltrona” favorito dal
più barbarico dei sistemi elettorali vigenti dai tempi di Ramsete II, che
affida a un gruppo di “tagliatori di teste” o “kingmaker” (a seconda dei casi),
incongruamente definiti “dirigenti di partito” (senza che nessuno conosca la
definizione della parola “partito”, se non nel senso del treno) un potere di
nomina assolutamente smisurato, superiore a quello di Re Artù quando, dopo aver
fatto loro trascorrere una notte in penitenza, investiva i suoi Cavalieri della
Tavola Rotonda.
Il
riferimento è ovviamente alla compilazione delle liste elettorali per il 24
Febbraio p.v., laddove – addirittura – i due maggiori “partiti” italiani hanno
dovuto formare commissioni per valutare se escludere o mantenere nelle loro
liste cosiddetti “Impresentabili”: personaggi cioè che, nonostante il loro aver
avuto o aver ancora a che fare a diverso titolo con le Aule di Giustizia,
intendono mantenere il ruolo di “rappresentanti del popolo” nonostante
l’evidente discredito che il loro comportamento ha gettato, assieme ad altre
cause, ovviamente, sul complesso delle istituzioni repubblicane.
Queste scene
deprimenti sono avvenute un po’ dappertutto, compreso l’Alto consesso di saggi
che stanno “sacrificandosi per l’Italia” presieduto dal prof. Monti, oppure
nell’estrema sinistra non più operaista ma semplicemente legalitaria guidata
dal dott. Ingroia (laddove bellamente sono stati ignorati i nomi espressione di
assemblee che avrebbero dovuto risultare strumento della tanto declamata
“democrazia diretta” o quanto meno “rappresentativa”) e, ancora, nelle 5 Stelle
dove per poter competere a un posto di parlamentare era necessario vincere alla
lotteria una password.
Di fronte a
questo spettacolo, molto divertente al riguardo dell’osservazione delle miserie
umane, ci siamo posti una domanda: “E’ questa la politica?”.
Una prima
risposta l’avevamo provvisoriamente già indicata nei giorni scorsi quando ci
eravamo maldestramente ingegnati nel cercare di individuare quale
trasformazione stesse subendo il PD attraverso l’estensione verso il basso del
meccanismo delle primarie.
Ci era così
capitato di elaborare l’indicazione della formula dell’ “individualismo
competitivo” considerato come la base di una formazione politica non più
formata da militanti, ma da “cordate” utili soltanto per spingere personaggi
verso l’acquisizione di posizioni di, più o meno, presunto potere.
Abbiamo però
voluto spingere un poco più a fondo la nostra ricerca rivolgendoci appunto la
domanda che sta nel titolo dell’intervento “E’ questa la politica?”.
Non abbiamo
trovato risposta, pur consultando i “classici” della materia, ma soltanto altre
domande che qui raccogliamo di seguito.
Occorre però
una premessa, forse banale: per politica intendiamo, fin dall’Antica Grecia, le
cose che ineriscono alla città, la Polis.
Nella
sostanza le cose che riguardano l’umana coesistenza, quando questa assume
l’aspetto consapevole di un’identità collettiva, considerata tanto dal punto di
vista del Potere, quando dal punto di vista del Conflitto.
In questo
suo duplice aspetto di Potere e di Conflitto la politica è pensabile come
un’Essenza, rintracciabile attraverso la risoluzione di alcune questioni:
1) Qual è l’origine
della collettività e quali i suoi fondamenti di legittimità?
2) Quale rapporto c’è
tra l’energia originaria delle forme politiche e le loro realtà istituzionali?
3) Quali sono i soggetti
dell’azione del potere politico, cioè chi agisce, chi comanda che cosa a chi?
4) E questo comando come
avviene, con quali limiti, a quali fini?
5) Quali sono i confini
dell’ordine politico, come e da chi sono individuati, chi includono e chi
escludono?
Le concrete
risposte a queste domande, cioè le forme storiche della politica, sono
determinate dalle modalità con cui le categorie che abbiamo fin qui indicato,
conflitto, ordine, potere, forma, legittimità, sono di volta, in volta
organizzate praticamente e pensate teoricamente.
Della
politica, infatti, fa parte anche il modo con cui essa viene discorsivamente
mediata e criticata dai suoi soggetti e dai suoi attori: la politica è una
pratica che è sempre un’elaborazione intellettuale e valutativa.
E’ il caso
di ripetere la nostra domanda: ciò che accade, da molti anni, all’interno del
sistema politico italiano può essere considerato “politica” oppure
semplicemente lotta per un potere indefinito (ma molto concreto, beninteso, in
alcune sue espressioni materiali) tra bande rivali che si contendono il
territorio?
C’è politica
nella folla di “clientes” che sgomitano nei cortili dei palazzi del potere?
Dal nostro
punto di vista la domanda è retorica e la risposta scontata: non ravvediamo
tracce di politica, intesa nel senso classico, ma se si aprisse un dibattito in
questo senso riteniamo si tratterebbe di un fatto positivo.
Tanto più
che, sempre dal nostro osservatorio, aggiungiamo una considerazione della quale
siamo – egualmente – convinti sostenitori: nonostante che si tenti, come sta
accadendo o forse già accaduto, di ridurre la politica alla forma
dell’’individualismo competitivo, non pare si riuscirà a creare un ordine che
–almeno apparentemente- riuscirà a comprendere al suo interno il conflitto
sociale.
Il potere
sarà sempre arbitrario ed eccederà sempre la norma e sarà causa esso stesso
dell’esplosione del conflitto sociale: e in quest’affermazione ci troviamo
confortati dalla lettura di alcuni autori, particolarmente importanti, da
Machiavelli, a Spinoza, da Marx a Schimtt.
Davvero
speriamo di realizzare un confronto su queste osservazioni, nel frattempo
ringraziamo alcuni autori più vicini a noi nel tempo rispetto a quelli appena
citati e delle cui preziose osservazioni ci siamo serviti per elaborare questo
testo: da Carlo Galli a Roberto Esposito, da Gianfranco Miglio a Norberto
Bobbio, da Mario Tronti a Marco Revelli.

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