Torna il “caso italiano” in una dimensione particolare,
rispetto al passato, quando lo si indicava come esempio di democrazia avanzata;
torna perché, rispetto all’Italia, le condizioni della globalizzazione e della
crisi finanziaria hanno prodotto un effetto specifico sul quale spero di poter
sviluppare una breve ma coerente analisi.
Tralascio, ovviamente, la descrizione dell’analisi del
fenomeno della globalizzazione (o almeno della fase così giornalisticamente denominata
da circa una dozzina d’anni, perché, in effetti, i fattori di globalizzazione
dell’economia hanno radici antichissime) e di quelli – terrificanti – che hanno
dato origine alla crisi finanziaria poi trasformatasi in quella crisi economica
(è sempre bene distinguere) di enormi dimensioni che sta impoverendo milioni e
milioni di persone.
Si è molto discusso, in questo frangente, della dimensione
europea, del dominio della BCE, del “deficit democratico” dell’Unione, del tema
riguardante la cessione di sovranità degli Stati Nazionali ed è ancora forte la
difficoltà a recuperare un’idea alternativa al negativo stato di cose in atto.
Il nocciolo del discorso riguarda però come l’Italia
all’interno del quadro europeo rappresenti un’anomalia – almeno a mio giudizio
– non tanto e non solo perché, unico tra i paesi dell’Unione, ha visto
completamente stravolto, fin dagli anni’90, l’intero sistema politico con la
sparizione dei soggetti politici “storici” che avevano determinato, da diverse
posizioni e ruoli, la politica italiana per oltre quarant’anni: quella
sparizione ha dato luogo a una lunghissima fase di transizione che, per varie
ragioni, i governi via, via succedutisi non sono riusciti a chiudere.
Il sistema politico e
istituzionale è rimasto completamente destabilizzato, e si sono creati anzi
pericolosissimi dualismi sul piano dell’effettivo esercizio delle regole e
prerogative costituzionali, al punto di far scrivere di Costituzione formale
versus Costituzione “materiale”.
L’esito di questa lunghissima fase di transizione, non
ancora definito perché a mio giudizio i margini d’incertezza sono ancora
notevoli, almeno dal punto di vista della governabilità è stato quello
dell’assunzione in carica di un governo di tecnici, non eletti, che nell’ultimo
anno si sono mossi in maniera assolutamente unilaterale, seguendo i dettami più
rigorosi della spinta ideologica neo-liberista.
Questo del governo dei cosiddetti “tecnici” ha rappresentato
sicuramente un punto importante di questo rinnovato “caso italiano”, ma non certo
quello determinante, anche se risulterà di estremo interesse verificarne l’impatto
in chiave elettorale, come avremo modo di vedere il prossimo 24 Febbraio, ed
eventualmente i successi passaggi d’influenza sull’intero sistema politico,
nella chiave indicata da Ilvo Diamanti “L’Aristocrazia Democratica” e da
Massimo Giannini “Il governo degli ottimati”.
In Italia, infatti, non si ravvedono più i termini, dal
punto di vista sociale, di una “frattura” attorno alla quale schierare ideali,
progetti di società, programmi politici proiettati nel medio periodo.
Questo fatto non è tanto e solo responsabilità della crisi
verticale dei soggetti politici, ormai del tutto incapaci sul terreno che
sarebbe stato di loro competenza dell’intermediazione, della sintesi della
rappresentatività politica.
La “democrazia rappresentativa” sulla cui idea, peraltro, si
era imperniata la stesura della Costituzione Repubblicana, ha finito con
l’essere trascurata da tutti : una trascuratezza, un oblio, che ha
rappresentato un altro fattore di questa gravissima crisi politica.
La personalizzazione, l’individualismo ormai rappresentativo
del fattore fondativo di un partito politico come il PD che appare aver
superato in questa chiave lo stesso fenomeno della personalizzazione di vertice
sostituendola – attraverso il meccanismo della “primarie” – con la personalizzazione
a tutti i livelli, il cercare di riconnettere i fili dell’agire politico
esclusivamente nel senso della “democrazia deliberativa” ,pericolosamente
inclinante verso la cosiddetta “democrazia di competenza, hanno rappresentato
fattori importanti nello svilupparsi dell’evidente declino della democrazia
italiana.
Il punto decisivo però, mi sembra ancora un altro: ho già
accennato all’assenza di una “frattura” e provo a spiegarmi meglio.
La “diversità” italiana nasce, infatti, dal processo di
dismissione dell’industria pubblica, delle Partecipazioni Statali o – forse –
ancor prima dagli esiti dagli esiti della nazionalizzazione dell’energia
elettrica (prima anni’60): l’Italia, infatti, è rimasta priva di un’adeguata
struttura industriale, perdendo pezzi decisivi, regalando alla privatizzazione
(vedi il caso di questi giorni dell’ILVA di Taranto) margini di profitto
enormi, senza avere nulla in cambio – tra l’altro – dal punto di vista della
tutela sociale.
Ancor più emblematico il caso FIAT, azienda tenuta in piedi
dalle provvidenze statali ed oggi capofila nella situazione che sto cercando di
descrivere.
Eccomi al punto che mi permetto di definire del tutto
fondamentale: la debolezza della struttura industriale, la crisi del sistema
politico, l’assenza di una qualche idea concreta di intervento pubblico sul
piano delle infrastrutture hanno generato un capitalismo, né “straccione” come
si usava affermare un tempo nella vulgata amendoliana, né innovativo sul piano
delle dinamiche produttive e, di conseguenza sociali.
Il capitalismo italiano si è preoccupato esclusivamente di
intervenire sulla “sovrastruttura” politica , ribaltando i termini storicamente
acquisiti nel rapporto classico tra struttura e sovrastruttura .
L’obiettivo è stato quello di puntare essenzialmente a
stravolgere il più possibile i rapporti di forza nei confronti della classe
lavoratrice, in modo da poter disporre a piacimento sia del destino degli
impianti, sia del destino delle lavoratrici e dei lavoratori, al di là di
qualsiasi ipotesi di innovazione tecnologica, di regolazione dei processi di
delocalizzazione, di qualità della produzione e della sua essenzialità sul piano della produzione in Italia come verso
le esportazioni.
Un capitalismo che
fatto politica direttamente rivolgendosi prioritariamente all’acquisizione di
fette di potere, al di fuori dall’intermediazione dei partiti e del parlamento,
offuscando l’idea del persistere dei rapporti di classe all’interno di una
indistinta filosofia del “consumatore – individuo” sagacemente orchestrata
attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare della
televisione, introducendo il modello della televisione commerciale diventato
presto il riferimento dell’insieme dell’informazione.
Un’applicazione quasi perfetta, tanto per intenderci, di
quanto contenuto nel famoso documento della “Rinascita Nazionale” elaborato nel
1975 dalla Loggia P2 di Licio Gelli: un documento rivelatosi molto più efficace
di qualsiasi “strategia della tensione”, attraverso la quale pure si era
proposto un fronte di conflitto che conservava però, comunque, la “dimensione
di classe” come fattore comunque presente nelle lotte sociali del Paese.
La sinistra non ha saputo, o volute leggere questo fenomeno
che ho cercato di descrivere e che definirei con una sola frase
“destrutturazione dell’agire sociale”.
Il risultato ,in
sostanza, è stato quello del completo smarrimento, almeno in Italia, del senso e della percezione
di classe attorno ai nodi strutturali dell’azione sociale e politica (come sta
del resto avvenendo proprio in questa fase di agitazione pre-elettorale), e si
è demandato il tutto alla vacuità di uno scontro condotto attorno ai veri e
propri punti di marginalità proposti proprio dall’immaginario imposto dall’esterno,
dal mondo della comunicazione e di una politica all’interno della quale
l’autoreferenzialità aveva ormai sostituito l’antico concetto di “autonomia”.
In questo senso si sono realizzate due operazioni di
concreto abbattimento nel ruolo dello Stato: quella a livello europeo, condotta
aprioristicamente al di fuori da una effettiva logica democratica e realizzata
sul terreno imposto dai fautori della crisi e quello a livello di decentramento
(erroneamente definito federalismo) che ha finito con l’essere fattore di
allentamento nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni.
Come riuscire ad avviare un processo alternativo rispetto a
questo tipo di fenomeno?
Il recupero del concetto di “frattura principale” ed il suo riproporsi al centro del conflitto, non
può avvenire semplicisticamente soltanto attraverso una sorta di evocazione.
Siamo ancora dentro
ad una complessa fase di transizione e diventa centrale proprio in questo
momento e ad essa andrebbero dedicate le nostre migliori energie, la “sovrastruttura
politica”.
Questo è stato ben
compreso, sia da parte dell’avversario “storico”, sia da parte delle nuove
forze che si sono allineate all’idea padronale dell’intervento esclusivo nella
direzione – appunto – della “sovrastruttura politica”.
Forze adeguatesi prontamente, anche grazie all’uso
indiscriminato dei mezzi di comunicazione di massa, nel trovare forme inedite
di partecipazione (primarie) e puntando – come è già stato scritto – a
trasformare il cittadino in un semplice “consumatore di eventi”, quale vero e
punto d’arrivo della perdita di una qualsiasi tipo di riconoscimento della
dimensione sociale.
Non basta, dunque, impegnare il massimo delle nostre energie
in una dimensione tutto sommato marginale, sia sul piano del rivendicazionismo
sindacale (che pure va sacrosantamente esercitato), sia sul terreno di forme
politiche settoriali e non ben precisate sul terreno della ricerca della
“frattura” principale.
Appare urgente una riflessione collettiva su questi punti,
sicuramente non individuati a sufficienza nell’occasione, per arrivare a
definire il processo di costruzione di un soggetto politico che – appunto –
sappia compiere un’effettiva lettura della realtà individuando nella questione
politica (comprensiva di quella istituzionale) una nuova centralità.
Servirà un soggetto che, prima di tutto, faccia opposizione
partendo dalla materialità della condizione di classe, oggi clamorosamente
misconosciuta, principiando a quel modo a costruire le condizioni per un avvio
di controtendenza, di visione “altra” costantemente e coerentemente “diversa”
all’interno del prolungarsi del processo di transizione del sistema politico.
Tutto l’opposto, evidentemente, del “politicismo” di cui
hanno dimostrato ancora una volta di essere impregnati gli attuali partiti
della sinistra d’alternativa, perché si tratta di fare della politica lo
strumento essenziale e decisivo per un nuovo orizzonte di liberazione sociale.
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