mercoledì 2 gennaio 2013

LA CENTRALITA' DELLA SOVRASTRUTTURA POLITICA di Franco Astengo

Torna il “caso italiano” in una dimensione particolare, rispetto al passato, quando lo si indicava come esempio di democrazia avanzata; torna perché, rispetto all’Italia, le condizioni della globalizzazione e della crisi finanziaria hanno prodotto un effetto specifico sul quale spero di poter sviluppare una breve ma coerente analisi.
Tralascio, ovviamente, la descrizione dell’analisi del fenomeno della globalizzazione (o almeno della fase così giornalisticamente denominata da circa una dozzina d’anni, perché, in effetti, i fattori di globalizzazione dell’economia hanno radici antichissime) e di quelli – terrificanti – che hanno dato origine alla crisi finanziaria poi trasformatasi in quella crisi economica (è sempre bene distinguere) di enormi dimensioni che sta impoverendo milioni e milioni di persone.
Si è molto discusso, in questo frangente, della dimensione europea, del dominio della BCE, del “deficit democratico” dell’Unione, del tema riguardante la cessione di sovranità degli Stati Nazionali ed è ancora forte la difficoltà a recuperare un’idea alternativa al negativo stato di cose in atto.
Il nocciolo del discorso riguarda però come l’Italia all’interno del quadro europeo rappresenti un’anomalia – almeno a mio giudizio – non tanto e non solo perché, unico tra i paesi dell’Unione, ha visto completamente stravolto, fin dagli anni’90, l’intero sistema politico con la sparizione dei soggetti politici “storici” che avevano determinato, da diverse posizioni e ruoli, la politica italiana per oltre quarant’anni: quella sparizione ha dato luogo a una lunghissima fase di transizione che, per varie ragioni, i governi via, via succedutisi non sono riusciti a chiudere.
 Il sistema politico e istituzionale è rimasto completamente destabilizzato, e si sono creati anzi pericolosissimi dualismi sul piano dell’effettivo esercizio delle regole e prerogative costituzionali, al punto di far scrivere di Costituzione formale versus Costituzione “materiale”.
L’esito di questa lunghissima fase di transizione, non ancora definito perché a mio giudizio i margini d’incertezza sono ancora notevoli, almeno dal punto di vista della governabilità è stato quello dell’assunzione in carica di un governo di tecnici, non eletti, che nell’ultimo anno si sono mossi in maniera assolutamente unilaterale, seguendo i dettami più rigorosi della spinta ideologica neo-liberista.
Questo del governo dei cosiddetti “tecnici” ha rappresentato sicuramente un punto importante di questo rinnovato “caso italiano”, ma non certo quello determinante, anche se risulterà di estremo interesse verificarne l’impatto in chiave elettorale, come avremo modo di vedere il prossimo 24 Febbraio, ed eventualmente i successi passaggi d’influenza sull’intero sistema politico, nella chiave indicata da Ilvo Diamanti “L’Aristocrazia Democratica” e da Massimo Giannini “Il governo degli ottimati”.
In Italia, infatti, non si ravvedono più i termini, dal punto di vista sociale, di una “frattura” attorno alla quale schierare ideali, progetti di società, programmi politici proiettati nel medio periodo.
Questo fatto non è tanto e solo responsabilità della crisi verticale dei soggetti politici, ormai del tutto incapaci sul terreno che sarebbe stato di loro competenza dell’intermediazione, della sintesi della rappresentatività politica.
La “democrazia rappresentativa” sulla cui idea, peraltro, si era imperniata la stesura della Costituzione Repubblicana, ha finito con l’essere trascurata da tutti : una trascuratezza, un oblio, che ha rappresentato un altro fattore di questa gravissima crisi politica.
La personalizzazione, l’individualismo ormai rappresentativo del fattore fondativo di un partito politico come il PD che appare aver superato in questa chiave lo stesso fenomeno della personalizzazione di vertice sostituendola – attraverso il meccanismo della “primarie” – con la personalizzazione a tutti i livelli, il cercare di riconnettere i fili dell’agire politico esclusivamente nel senso della “democrazia deliberativa” ,pericolosamente inclinante verso la cosiddetta “democrazia di competenza, hanno rappresentato fattori importanti nello svilupparsi dell’evidente declino della democrazia italiana.
Il punto decisivo però, mi sembra ancora un altro: ho già accennato all’assenza di una “frattura” e provo a spiegarmi meglio.
La “diversità” italiana nasce, infatti, dal processo di dismissione dell’industria pubblica, delle Partecipazioni Statali o – forse – ancor prima dagli esiti dagli esiti della nazionalizzazione dell’energia elettrica (prima anni’60): l’Italia, infatti, è rimasta priva di un’adeguata struttura industriale, perdendo pezzi decisivi, regalando alla privatizzazione (vedi il caso di questi giorni dell’ILVA di Taranto) margini di profitto enormi, senza avere nulla in cambio – tra l’altro – dal punto di vista della tutela sociale.
Ancor più emblematico il caso FIAT, azienda tenuta in piedi dalle provvidenze statali ed oggi capofila nella situazione che sto cercando di descrivere.
Eccomi al punto che mi permetto di definire del tutto fondamentale: la debolezza della struttura industriale, la crisi del sistema politico, l’assenza di una qualche idea concreta di intervento pubblico sul piano delle infrastrutture hanno generato un capitalismo, né “straccione” come si usava affermare un tempo nella vulgata amendoliana, né innovativo sul piano delle dinamiche produttive e, di conseguenza sociali.
Il capitalismo italiano si è preoccupato esclusivamente di intervenire sulla “sovrastruttura” politica , ribaltando i termini storicamente acquisiti nel rapporto classico tra struttura e sovrastruttura .
L’obiettivo è stato quello di puntare essenzialmente a stravolgere il più possibile i rapporti di forza nei confronti della classe lavoratrice, in modo da poter disporre a piacimento sia del destino degli impianti, sia del destino delle lavoratrici e dei lavoratori, al di là di qualsiasi ipotesi di innovazione tecnologica, di regolazione dei processi di delocalizzazione, di qualità della produzione e della sua essenzialità sul  piano della produzione in Italia come verso le esportazioni.
Un  capitalismo che fatto politica direttamente rivolgendosi prioritariamente all’acquisizione di fette di potere, al di fuori dall’intermediazione dei partiti e del parlamento, offuscando l’idea del persistere dei rapporti di classe all’interno di una indistinta filosofia del “consumatore – individuo” sagacemente orchestrata attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare della televisione, introducendo il modello della televisione commerciale diventato presto il riferimento dell’insieme dell’informazione.
Un’applicazione quasi perfetta, tanto per intenderci, di quanto contenuto nel famoso documento della “Rinascita Nazionale” elaborato nel 1975 dalla Loggia P2 di Licio Gelli: un documento rivelatosi molto più efficace di qualsiasi “strategia della tensione”, attraverso la quale pure si era proposto un fronte di conflitto che conservava però, comunque, la “dimensione di classe” come fattore comunque presente nelle lotte sociali del Paese.
 La sinistra non  ha saputo, o volute leggere questo fenomeno che ho cercato di descrivere e che definirei con una sola frase “destrutturazione dell’agire sociale”.
 Il risultato ,in sostanza, è stato quello del completo smarrimento,  almeno in Italia, del senso e della percezione di classe attorno ai nodi strutturali dell’azione sociale e politica (come sta del resto avvenendo proprio in questa fase di agitazione pre-elettorale), e si è demandato il tutto alla vacuità di uno scontro condotto attorno ai veri e propri punti di marginalità proposti proprio dall’immaginario imposto dall’esterno, dal mondo della comunicazione e di una politica all’interno della quale l’autoreferenzialità aveva ormai sostituito l’antico concetto di “autonomia”.
In questo senso si sono realizzate due operazioni di concreto abbattimento nel ruolo dello Stato: quella a livello europeo, condotta aprioristicamente al di fuori da una effettiva logica democratica e realizzata sul terreno imposto dai fautori della crisi e quello a livello di decentramento (erroneamente definito federalismo) che ha finito con l’essere fattore di allentamento nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni.
Come riuscire ad avviare un processo alternativo rispetto a questo tipo di fenomeno?
Il recupero del concetto di “frattura principale”  ed il suo riproporsi al centro del conflitto, non può avvenire semplicisticamente soltanto attraverso una sorta di evocazione.
 Siamo ancora dentro ad una complessa fase di transizione e diventa centrale proprio in questo momento e ad essa andrebbero dedicate le nostre migliori energie, la “sovrastruttura politica”.
 Questo è stato ben compreso, sia da parte dell’avversario “storico”, sia da parte delle nuove forze che si sono allineate all’idea padronale dell’intervento esclusivo nella direzione – appunto – della “sovrastruttura politica”.
Forze adeguatesi prontamente, anche grazie all’uso indiscriminato dei mezzi di comunicazione di massa, nel trovare forme inedite di partecipazione (primarie) e puntando – come è già stato scritto – a trasformare il cittadino in un semplice “consumatore di eventi”, quale vero e punto d’arrivo della perdita di una qualsiasi tipo di riconoscimento della dimensione sociale.
Non basta, dunque, impegnare il massimo delle nostre energie in una dimensione tutto sommato marginale, sia sul piano del rivendicazionismo sindacale (che pure va sacrosantamente esercitato), sia sul terreno di forme politiche settoriali e non ben precisate sul terreno della ricerca della “frattura” principale.
Appare urgente una riflessione collettiva su questi punti, sicuramente non individuati a sufficienza nell’occasione, per arrivare a definire il processo di costruzione di un soggetto politico che – appunto – sappia compiere un’effettiva lettura della realtà individuando nella questione politica (comprensiva di quella istituzionale) una nuova centralità.
Servirà un soggetto che, prima di tutto, faccia opposizione partendo dalla materialità della condizione di classe, oggi clamorosamente misconosciuta, principiando a quel modo a costruire le condizioni per un avvio di controtendenza, di visione “altra” costantemente e coerentemente “diversa” all’interno del prolungarsi del processo di transizione del sistema politico.
Tutto l’opposto, evidentemente, del “politicismo” di cui hanno dimostrato ancora una volta di essere impregnati gli attuali partiti della sinistra d’alternativa, perché si tratta di fare della politica lo strumento essenziale e decisivo per un nuovo orizzonte di liberazione sociale.

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