La vicenda elettorale italiana sta dipanando la sua matassa
attraverso la ricerca affannosa dei candidati, le esibizioni televisive dei
soliti noti e lo scetticismo delle cittadine e dei cittadini colpiti in maniera
inedita dalla crisi economica sotto l’aspetto dell’impoverimento generale e
soggettivo, della disoccupazione, della crisi distruttiva del welfare in un
Paese davvero governato male laddove le barelle delle ambulanze sostituiscono i
letti d’ospedale.
Il tema della disaffezione della politica non viene neppure
sfiorato dai “media” tutti impegnati a fornire uno spazio del tutto
spropositato alle vicende, tutto sommato, interne al quadro politico,
spacciandole – come ad esempio nel caso delle primarie del PD che hanno
interessato, alla fine, una quota non particolarmente rilevante di elettrici e
di elettori (tre milioni su cinquanta milioni di iscritti nelle liste)
limitandosi, in effetti, a rimettere in pista una certa quota di attivisti,
stimolati da una feroce competizione individualistica, ma che adesso troveranno
sicuramente, per l’assenza di quegli strumenti operativi che erano utilizzati
dai partiti di massa al riguardo della sensibilizzazione territoriale,
difficoltà a trasmettere il loro messaggio.
In sostanza non pare molto diminuita la quota di potenziali
astenuti e incerti che, alla fine, stando ai sondaggi continua ad aggirarsi
attorno al 40% (non sarà così alla fine ma sicuramente assisteremo a un
incremento in questa direzione).
Le cause di questo stato di cose risale molto all’indietro
nel tempo, soprattutto nelle ragioni di una crisi morale e politica avviata con
la ventata “necons” – decisionista degli anni’80, il cui obiettivo era quello
di ridurre il rapporto tra società e politica tagliando il cosiddetto “eccesso
di domanda”: un obiettivo colto in pieno, al riguardo del quale, nell’idea del
privilegio della governabilità, nessuno degli attori in campo ha saputo
contrapporre un modello alternativo.
Ecco: quello che manca, almeno fino a questo punto nella
campagna elettorale italiana, è proprio una proposta di modello alternativo di
società e di Stato.
Andiamo però per ordine enucleando alcuni punti specifici:
1) La
raccolta delle candidature è apparsa, perdonatemi il paragone troppo facile,
una sorta di caccia alle “figurine Panini”. I protagonisti di questa “corsa al
personaggio” sono stati soprattutto due: il Nuovo Centro raccolto attorno al
Presidente del Consiglio dimissionario e il PD. Il Nuovo Centro ha concentrato
la propria ricerca nei transfughi del defunto bipolarismo. Il “tridente” che
sarà presentato al Senato in Lombardia appare emblematico di questo stato di
cose: direi l’esaltazione del vecchio trasformismo italico, quello dei
“notabili” del passaggio da Destra Storica a Sinistra Storica, del discorso di
Stradella, tanto per intenderci. Il PD invece ha cercato di costruire una sorta
di “Arca di Noè” di tutte le usate tendenze presenti nell’antico perbenismo
italico formando così una compagine, almeno sulla carta, di tipo corporativo.
Mi permetto di insistere su questo punto: l’unica possibile sintesi della
proposta che il PD, attraverso le candidature che sta esprimendo (insieme
Confindustria, CGIL, CISL, ordini professionali) sarà quello della cura del
“particulare” delle specifiche rappresentanze, rinunciando – come appare del
tutto evidente – a misurarsi con la realtà delle nuove contraddizioni sociali.
Il PD, insomma, non esprime – come dovrebbe essere compito di un partito
politico – la “frattura” su cui assestare un proprio – almeno – principio di
identità. Del resto la legge elettorale non consentirà a queste candidature di
farsi valere specificatamente all’interno della competizione, limitandosi – le
esponenti e gli esponenti – chiamati in causa a fare da sfondo, quasi da tappezzeria,
agli scontri propagandistici tra i cosiddetti “leader”: in più il meccanismo
della stessa legge elettorale porterà a concentrare l’attenzione su situazioni
specifiche, si pensi all’esito dell’elezione senatoriale in Lombardia,
impedendo di fatto una prospettiva
almeno un poco più ampia nelle definizioni programmatiche.
2) I
contenuti fin qui espressi dai diversi soggetti appaiono essere del tutto usati
ed anche un po’ logori: la Lega Nord rimastica il progetto di Miglio sulle
macro – regioni; Berlusconi, addirittura sul piano dell’architettura dello
Stato ripropone – senza pudore (come è tipico del personaggio) interi passaggi
del documento della “Rinascita Nazionale” elaborato nel 1975 dalla P2 del
golpista Licio Gelli (del resto stanno lì le origini politiche del Cavaliere);
il Nuovo Centro appare democristianissimo nella pratica politica e assoluta
espressione di quella tecnocrazia che – a livello europeo ed anche italiano –
si colloca come protagonista – attraverso essenzialmente le proprie elaborazioni
teoriche – delle cause della crisi; il PD pare commettere un errore basilare,
oltre a quello di essersi definito con grave ritardo sul piano della
prospettiva autonoma di governo che pure dovrebbe stare nella “mission” (più o
meno: “impossible”) di questo partito, non riuscendo a svincolarsi dalla
sudditanza all’Europa di Maastricht e delle banche: senza un progetto
alternativo su questo terreno difficilmente il Partito Democratico potrà
scrollarsi di dosso l’idea di essere sostenitore, come del resto è stato, di
tutti i provvedimenti che hanno provocato l’irrigidirsi della crisi che ha
finito proprio per colpire la potenziale base sociale di questo partito; a
sinistra la confluenza nella linea “giustizialista – legalitaria” impedirà, di
fatto, una piena espressione, proprio nella capacità di progetto e di proposta
immediata, delle grandi contraddizioni sociali e della prospettiva di un
diverso modello di società, limitando così fortemente lo spettro di questioni
che pure una campagna elettorale dovrebbe contenere, ben al di là dell’esito
immediato nella raccolta dei voti. Paradossalmente, in più, questa “reductio”
nella capacità di presenza della sinistra, si verifica proprio in una fase
nella quale la crisi spinge verso una affermazione di centralità di quella che
storicamente abbiamo definito “contraddizione di classe” e Carlo Marx viene
riscoperto addirittura dai commissari dell’Unione Europea. Anche la defezione
degli intellettuali di ALBA sotto quest’aspetto non assume un carattere
particolarmente dirimente considerato il taglio sbrigativamente definibile
“movimentista” della loro impostazione e la sostanziale internità delle loro
proposte di tipo economico a un generico anti-liberismo senza toccare la soglia
di una proposta di “superamento sistemico” che avrebbe dovuto essere ricercata
proprio in nome di quell’intreccio tra le contraddizioni post-materialiste
sulle quali pure si era verificato un primo approccio teorico (penso a un’idea
di nuova costituzionalizzazione dei diritti posta al di fuori dal quadro di un
rapporto diretto doveri/diritti, una cui traccia si trova nell’ultimo lavoro di
Stefano Rodotà “Il diritto di avere diritti”). Il Movimento 5 Stelle, infine,
otterrà in premio a un lavoro di lunghissima lena, una cospicua rappresentanza
parlamentare cui toccheranno compiti ancora indefiniti, ma che comunque non
pare potersi presentare come momento alternativo sul piano del progetto, se non
attraverso accentuando metodologie, sul terreno dell’esercizio politico sulla
base delle quali tenteranno di mettere in moto un meccanismo definibile di
“populismo dal basso”.
Nella sostanza il quadro complessivo appare, dal punto di
vista della capacità di espressione delle varie opzioni presenti in campagna
elettorale, non prevedere un esito dal quale far scaturire un’azione di reale
incidenza sui meccanismi della crisi complessiva, economica, sociale, politica
e morale.
Continueremo a galleggiare, ascoltando promesse sulla
riduzione dell’IMU? Fino a quando?
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