Dal 6 al 13 gennaio.......
domenica 6 gennaio 2013
Mi colpisce molto vedere insieme nello stesso rassemblement politico una persona come Andrea Riccardi (fondatore della “benemerita” Comunità di S. Egidio) e Luca Cordero di Montezemolo (Presidente della Ferrari, oltre che ex Presidente della Confindustria).
La Comunità di S. Egidio, infatti, dedica molta parte del suo impegno all’assistenza dei poveri e degli emarginati, mentre Luca Cordero di Montezemolo è senza ombra di dubbi uno degli uomini più ricchi d’Italia.
Mi chiedo allora cosa hanno in comune una persona come Andrea Riccardi e una come Luca Cordero di Montezemolo.
E non trovo una spiegazione diversa da quella che segue.
La Comunità di S. Egidio è una comunità della Chiesa Cattolica.
La Chiesa Cattolica da sempre è impegnata nell’assistenza dei poveri.
Ma come si farebbe a fare assistenza ai poveri, se i poveri non ci fossero più?
Dunque i poveri sono necessari all’assistenza, sono necessari all’esercizio della buona vita virtuosa secondo i cattolici.
Di conseguenza i cattolici (almeno la maggior parte di loro) sono impegnati nell’aiuto ai poveri e non nella lotta alla povertà.
Ciò significa che non sono contrari a un mondo diviso in poveri e ricchi. Anzi lo trovano un mondo naturale e senza alternative.
Ecco perché non c’è nessuna contraddizione politica (perché non ce n’è neanche una etica o culturale) tra una persona come Andrea Riccardi e una come Luca Cordero di Montezemolo.
lunedì 7 gennaio 2013
Anch’io (come il mio amico Antonio Esposito di Masseria Luce) non sono contrario alla carità. Né per questioni di principio né per questioni di fatto.
Anch’io penso che la carità adempia a una sua funzione sociale (oltre che etica e, potremmo dire, ascetica). Perché essa è, in qualche modo, anche una forma di redistribuzione del reddito.
Infatti, soprattutto in determinate circostanze e contesti, può, se non annullare, quantomeno alleviare la sofferenza di coloro a cui viene destinata.
E ritengo che questo sollievo sia utile, anzi necessario, indispensabile.
Soprattutto quando il bisogno del nostro prossimo sofferente è urgente, drammatico e non può attendere i tempi della politica, che sono strutturalmente più lunghi di quelli della carità.
Anch’io penso che la soluzione di alcuni problemi e sofferenze del nostro prossimo non possa aspettare “il sol dell’avvenire” e richieda in alcuni (e, forse, in molti) casi interventi urgenti che solo la carità “cristiana” è in grado di garantire, in mancanza di un welfare all’altezza o di una società in cui sia garantita la reale (e non solo formale) uguaglianza dei suoi membri.
Penso però che la carità cristiana per essere vera, autentica, per non essere “pelosa” (come in molti casi è, almeno nella sua versione “cattolica”) debba accompagnarsi all’impegno politico per la lotta alla povertà, per la eliminazione delle disuguaglianze e l’affermazione di una società giusta, cioè per una società di eguali.
In conclusione, impegno sociale/politico nella lotta alla povertà e carità “cristiana” devono per me convivere, andare di pari passo.
martedì 8 gennaio 2013
Ieri sera, ad Otto e mezzo (la trasmissione di Lilli Gruber su La 7) ho visto e ascoltato Pierluigi Bersani, che veniva intervistato dalla conduttrice.
Non posso negare che Bersani mi piace come persona. E’ pacato, sereno, abbastanza sicuro di sé, ma non arrogante (come lo è, ad esempio, il suo amico D’Alema), intelligente, ma semplice e comunicativo nel suo argomentare.
Soprattutto mi piace il suo insistere sul fatto che egli non vuole un “partito personale”; e che, quindi, egli non metterà mai il suo nome nel logo del partito; neanche in campagna elettorale.
Quindi non ho nessun pregiudizio, né di carattere ideologico né di carattere personale/caratteriale, nei suoi confronti.
Eppure, quando ha detto che nel PD saranno candidati il giornalista e il commerciante, l’operaio e l’artigiano, il giudice e il professore di diritto del lavoro (guarda caso: consulente della Cisl), il sindacalista (guarda caso: anche questo della Cisl!) e l’esponente della Confindustria…, perché questo garantisce che nel PD ci siano tutte le anime del mondo del lavoro, anzi della società, mi sono cascate le braccia e ho capito (ancora una volta) perché, nonostante la simpatia che provo per lui come persona, io non potrei mai aderire al partito di cui Bersani è il segretario.
Infatti, io non penso affatto che un partito debba (e neanche che possa) contenere tutte le “anime” presenti nel mondo del lavoro e nella società.
Anzi penso che chi fa questo tipo di operazione (non so se in buona fede o in mala fede) realizzi un vero e proprio inganno ai danni dei cittadini e degli elettori. Compia un’operazione che oggettivamente (al di la delle sue intenzioni) sia di imbroglio, perché tende a cloroformizzare i cittadini, specie (anzi fondamentalmente) quelli più umili, dei ceti meno abbienti e più subalterni.
Perché tende a fare credere loro che sia possibile un’intesa e una collaborazione tra classi e ceti, i cui interessi sono invece strutturalmente contrapposti e conflittuali.
Che si possa fare a meno della lotta di classe (da parte delle classi subalterne), mentre la lotta di classe è pienamente in atto (da parte delle classi privilegiate).
Che si possa arrivare a un compromesso tra interessi contrapposti, ancor prima che gli interessi delle classi subalterne vengano pienamente esplicitati e dispiegati nel conflitto sociale.
In buona sostanza che il conflitto sociale possa (anzi debba) essere risolto (o, meglio, strozzato) sul nascere dalla “politica”, prima ancora che esso si manifesti pienamente e che utilizzi tutte le sue potenzialità nelle lotte.
Io credo, invece, al contrario di Bersani, che un partito, per sua natura (come del resto ci “dice” anche la stessa etimologia della parola), possa (e, quindi, debba) rappresentare (efficacemente) solo una parte della società e del suo mondo del lavoro.
Può, ovviamente, come fa Bersani, proporsi (almeno a parole) di rappresentare l’universo mondo del lavoro. Ma, in questo caso, finirà, comunque, in realtà per rappresentare (efficacemente e realmente) solo una parte del mondo del lavoro. E questa parte non sarà certo quella che si usa definire “del lavoro dipendente”.
domenica 13 gennaio 2013
Leggendo l’intervista del professor Roberto Esposito su “La Repubblica Napoli” di oggi, apprendo con divertimento (quasi) pari alla meraviglia che Beppe Savoldi (il grande centravanti, mitico numero 9, del Napoli di qualche decennio fa) è stato inserito nelle liste di Sel qui in Campania.
Mi chiedo: quali capacità e quale impegno politico ha dimostrato in questi anni l’ex numero 9 del Napoli per meritare una candidatura al Parlamento? E l’unica risposta che so darmi è questa: evidentemente in Sel per meritare una candidatura non occorrono i numeri; basta … il numero (il numero nove, appunto!).
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