martedì 22 gennaio 2013

QUATTRO PASSI CON INGROIA di G.Angelo Billia



Un mix di esperienza personale, riferimenti più o meno storici, influenza dell’attualità, bagaglio culturale in senso generale accumulato nel tempo, è ciò che determina i giudizi e le scelte di ognuno di noi

 Tutto questo, pur essendo inevitabile presenta comunque dei pericoli. Il principale di questi è la tendenza a giudicare l’esistente dando per scontati e inamovibili i parametri che, sulla scorta degli elementi elencati ci permettono di formulare giudizi. Quante volte ho sentito la frase “della mia vita rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto” e quante volte, pur essendo consapevole che si tratta di un’emerita stupidaggine, non ho finito anch’io per attenermi a questa considerazione?  Il tempo passa e se si vuole evitare al cervello la sorte ineluttabile del corpo (per quel che è possibile), probabilmente bisogna por mano alla modestia, merce rara di questi tempi e cercare, prima di disquisire sugli altri, disquisire su noi stessi, ciò non impedirà, ma certamente limiterà la possibilità di errore..

L’elemento fondamentale, invariato rispetto al passato, è una società divisa in classi. Da un lato la borghesia composta da un’infima minoranza e dall’altra la classe operaia, la cui definizione sfugge ad una schematizzazione del marxismo, che rappresenta la grande maggioranza della popolazione.

Il risultato è una guerra che, anche se ormai negata da molti, terminerà solo con l’estinzione del parassita della società, la borghesia, appunto.

Questa guerra non sfugge alla regola generale secondo la quale bisogna indebolire l’esercito avversario inserendo elementi di divisione, fomentando la diserzione, colpendo a morte laddove non c’è pericolo di sconfitta e limitandosi ad indebolire l’avversario quand’esso sia troppo forte per essere sconfitto. Questa è la situazione attuale.

La prima divisione nell’esercito della classe operaia è costituita dalla massa di manovra dei privilegiati, coloro che per professione e per cultura hanno spartito le briciole lasciate dalla borghesia. Costoro per tanto tempo sono rimasti convinti di essere una classe a sè, una classe che non solo disponeva di maggiori mezzi del volgo, ma che poteva aspirare ad entrare a far parte del mondo degli eletti. La teoria delle “opportunità” tanto cara al mondo anglosassone, ma con forti ascendenti anche negli altri paesi, facendo il paio con quella della “creatività” che aprirebbe le porte ad ogni arricchimento, sono alcuni dei riflessi culturali alberganti in questo settore delle masse.

Il secondo elemento di divisione strettamente interconnesso con il primo è costituito dai riferimenti politici, i partiti, costruiti o trasformati con l’obiettivo di organizzare questa parte di società per gestire il tutto. Non deve stupire se fra di essi c’è differenza, serve a rendere credibile l’imbroglio, (perdonatemi se schematizzo, ma è l’unico modo che conosco per contenere lo scritto). Un’attenta lettura di quanto avvenuto con il governo Monti è più esplicativa di ogni ragionamento. Il governo Berlusconi, pur non sfuggendo alla regola, era maggiormente caratterizzato dalla sua rappresentatività diretta della borghesia e quando questa si è resa conto che non era più sufficiente, anche a causa della difficoltà di gestione dovuta all’aggravarsi della crisi di sovrapproduzione con l’aggiunta di un’inevitabile ampliamento della speculazione finanziaria, anziché ricorrere alla dittatura di tipo classico, ha preferito ricorrere ad un partito caratterizzato in modo maggiormente interclassista: il PD. In guerra ci si schiera o da una parte o dall’altra, chi sostiene di stare in mezzo, come il PD, ha già effettuato una scelta di campo a favore del più forte, in questo caso la borghesia. Il risultato è un politico, emanazione diretta della borghesia, presentato come un “tecnico” proprio per salvare la faccia di chi doveva “scoprirsi”, come il PD. Il tutto avviene in un mondo dove i media sono, pressoché in toto, organi della borghesia e dove i riflessi culturali indotti sono facilmente identificabili in ogni strato sociale.

Proprio i riflessi culturali dell’egemonia borghese sono alla base delle diserzioni. Per decenni si sono affrontati problemi inerenti le ingiustizie sociali più come un fatto semplicemente morale, che non piuttosto come il naturale risultato di una società divisa in classi. Ne consegue la posizione che trova la sua massima espressione nella chiesa, ma alla quale non sono sfuggiti personaggi e partiti che si richiamavano agli ideali comunisti, che consiste nell’immaginare la soluzione possibile puramente e semplicemente attraverso un concetto di giustizia astratto, affidato alla buona volontà o a qualche regoletta in più alla quale la borghesia dovrebbe attenersi.

Se l’egemonia culturale borghese si esprime attraverso canali identificabili fisicamente, non basterebbe comunque, da sola, a spiegare la deriva del PCI e l’attuale deriva di Sel.

 La borghesia, in una repubblica parlamentare delega sempre i partiti in quanto simulacro di gestione democratica, così facendo costruisce un altro strato del ceto privilegiato e ciò storna l’attenzione dei reali centri decisionali. Un tempo la gente, se poteva, tagliava la gola al gabelliere e poi magari applaudiva entusiasta al passaggio del Re. Ciò che accade in una repubblica parlamentare è la stessa cosa, la gente se la prende con il cane che l’azzanna ignorando chi l’ha sguinzagliato e perchè. Esattamente come il gabelliere, il politico oggi si identifica con il padrone e ingrassa alla sua ombra. Non c’è neppure da meravigliarsi se a volte “arrotonda” contravvenendo alle stesse regole che si è dato, semplicemente si specchia nel mondo senza regole della borghesia e cerca di adeguarsi. Nulla di strano quindi se anche queste fossero alcune delle cause di molti ripensamenti “di sinistra”.

Un’analisi, sia pure schematica dell’attualità, non può mancare neppure dei mille elementi di corruzione che permeano la società. Non parlo solo dei politici, parlo dell’intellettuale che si ritaglia il suo piccolo angolo di relativo benessere e da lì pontifica su ciò che è giusto e ciò che non lo è, dell’impiegato pubblico che dalla sua posizione si sente una spanna più in alto di chi ha bisogno dei suoi servizi,  del sindacalista che ha raggiunto la sua posizione e che ucciderebbe pur di non rinunciare al suo status, del lavoratore dipendente che una volta convinto d’avere il posto assicurato se ne strafrega se milioni di lavoratori perdono il proprio, del capopopolo che usa il prestigio acquisito in battaglie anche giuste per “sistemarsi”, ecc..

Altro elemento da non sottovalutare è il ruolo svolto dai sindacati. Storicamente e aggiungo inevitabilmente, il loro modo di concepire la difesa degli interessi dei lavoratori riflette le scelte politico ideologiche dei partiti che li hanno ispirati. A ciò si aggiunge una loro progressiva istituzionalizzazione, che per la CGIL è progredita di pari passo con le trasformazioni dei partiti che l’avevano creata. I riflessi di ciò sono ben individuabili nell’atteggiamento ondivago del gruppo dirigente sindacale.

La complessità della situazione attuale, nella caratterizzazione della quale nessuno degli elementi sopra ricordati è escluso, fa sì che buona parte della cosiddetta opinione pubblica si scagli a testa bassa contro l’elemento più visibile, ma non per questo principale: la corruzione dei politici. Il risultato è il rancore esteso e generalizzato verso quella che viene definita casta, rancore sacrosanto, ma che di fatto storna l’attenzione dagli elementi di fondo. Ne emerge un’immagine di una società sognata che è sì legale, secondo i parametri concessi dalla borghesia, ma che non risolve i problemi di fondo. I riflessi di ciò sono maggiormente individuabili nel movimento 5 stelle, dove il concetto di legalità su ricordato esclude qualsiasi altro elemento dello scontro reale in atto.

La situazione elettorale, essendo inserita in questo contesto generale, richiede quindi da parte nostra il massimo possibile della modestia. Modestia per capire che fare, evitando di immaginare soluzioni ideali. Il tutto allo scopo realistico di fare “la cosa giusta” inserendola nel contesto di una lotta, purtroppo di lunga durata, nell’ambito della quale manca lo stato maggiore  della classe operaia e manca persino la consapevolezza dell’essere esercito.

La realizzazione dell’unità, da noi tutti invocata, non ha senso se non siamo in condizione di stabilire un percorso comune e un obiettivo che sfugga dalle semplici esortazioni di principio. Non ho mai assolutizzato l’importanza del momento elettorale, convinto come sono che se la classe operaia minacciasse davvero di vincere, la borghesia sguinzaglierebbe i suoi boia. Ciò detto, devo aggiungere che un’astensione di denuncia senza la possibilità realistica di raccoglierne i frutti in termini politici organizzativi, peggiorerebbe ulteriormente la situazione a sinistra.

Rivoluzione Civile non è, per me, un succedaneo del partito che non c’è. Temo fortemente che al contrario, molti di coloro che dichiarano la loro disaffezione o il loro rifiuto da posizioni di sinistra, esprimano queste posizioni identificando la lista con un partito. Rivoluzione Civile è, a mio modo di vedere, il miglior compagno di strada visibile in questo momento nello scenario politico italiano. Nelle sue liste ci sono anche personaggi poco digeribili, ma al suo interno ci sono molte persone che non ho remore a definire compagni.  Il brontolio diffuso sulla composizione delle liste, prima ancora di mettere il dito su una piaga, che pure esiste, rende evidente il difetto di fondo della sinistra d’alternativa: l’incapacità di dar vita ad un progetto autonomo ben prima del momento elettorale.

L’altro elemento che balza agli occhi, anch’esso oggetto di denunce ripetute, è la personalizzazione della lista nel solco dell’impostazione berlusconiana fatta propria da tutti i partiti. Rientra in questo quadro anche il decisionismo con il quale le liste sono state fatte. Sono dell’opinione che sia il riflesso dell’egemonia culturale della borghesia, egemonia alla quale, però, non si può dire che la sinistra d’alternativa sia rimasta immune.

Occorre riconoscere che alla degenerazione del PCI la tendenza prevalente è stata quella di riproporne il modello, puramente e semplicemente. In nessun luogo, nel variegato movimento di sinistra, si è posto mano ad un rinnovamento che lasciando saldi gli elementi di fondo sapesse armonizzare l’organizzazione e le proposte di lotta con i cambiamenti necessari nella situazione attuale. L’ideologia, per essere compresa e divenire patrimonio delle masse, deve essere veicolata in modo diverso, riproporre schemi organizzativi del passato non è di per sé fedeltà ai principi, prova ne sia che all’estinzione, per ragioni anagrafiche, dei compagni influenzati dalla resistenza e dal PCI delle origini, succedono le lotte delle  nuove generazioni, condotte in gran parte sul terreno imposto dalla borghesia. Certo la borghesia ha lavorato bene, ma attribuire solo a ciò il fatto che i giovani non siano per nulla influenzati dagli ideali comunisti è una forma di autoassoluzione astratta e dissonante con la realtà.

Sono consapevole che alcune delle considerazioni esposte possono essere interpretate, e da parte di qualcuno lo saranno, come un’apertura a forme degenerative già viste nel movimento operaio. Proprio la storia della lista Ingroia ed il modo d’approcciarsi ad essa da parte dei comunisti è un elemento utile in questa analisi. Negarla perché non ha il rigore politico organizzativo appagante per la sinistra d’alternativa fa il paio con l’accettazione acritica di chi, al contrario, vi si annulla considerandola decisiva. In tutti e due i casi emerge chiaro l’affidamento a Rivoluzione Civile di valori che non ha e non può avere. L’unico modo appropriato per affrontare la questione, da parte della sinistra d’alternativa, è quello di inserire il lavoro con essa nell’ ambito più generale del lavoro per la costruzione, nei termini sopra ricordati, del partito che saprà contrapporsi alla borghesia meritando tutt’intera la rappresentatività degli interessi storici e contingenti della classe operaia.

Ciò sarà possibile se è chiara la differenza fra politica delle alleanze e partito.



1 commento:

Nicconaldi ha detto...

bellissimo articolo, condivido appieno e credo che il tuo articolo sarebbe apprezzatissimo da lenin. E' un analisi lucida della situazione attuale senza cadere nella malattia infantile del comunismo.. appunto

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