Accade nell’anomalia italiana che il “capo” dei filosofi decida anche di parlare alle masse, indossando la toga “palla” del candidato, ma continua, anche in questo caso, a parlare “ex cathedra” convinto dell’insindacabilità del suo pensiero: questo comunque sarebbe un altro discorso.
Non sono frequenti le analisi politiche riservate a esplorare natura, collocazione, identità della destra italiana: in questi ultimi tempi, però, è sorto rispetto a questo tema un interrogativo che mi è parso il caso di considerare con attenzione e mi ha spinto a raccogliere materiale e a elaborare alcune osservazioni.
Non sono frequenti le analisi politiche riservate a esplorare natura, collocazione, identità della destra italiana: in questi ultimi tempi, però, è sorto rispetto a questo tema un interrogativo che mi è parso il caso di considerare con attenzione e mi ha spinto a raccogliere materiale e a elaborare alcune osservazioni.
La domanda nata dagli ultimi avvenimenti che hanno portato, anche, a un complessivo riallineamento del nostro sistema (passaggio dal bipolarismo a una nuova multidimensionalità nell’offerta politica) è questa: quali possono essere individuati come elementi di continuità e quali di diversità, nel passaggio della funzione di governo tra destra populista (dove il “capo” parla alle masse) e destra tecnocratica, definita da Diamanti “Aristocrazia democratica” (dove il “capo” si circonda dei “filosofi” e parla al popolo attraverso di essi)?
Accade nell’anomalia italiana che il “capo” dei filosofi decida anche di parlare alle masse, indossando la toga “palla” del candidato, ma continua, anche in questo caso, a parlare “ex cathedra” convinto dell’insindacabilità del suo pensiero: questo comunque sarebbe un altro discorso.
Torno, in ogni caso, al centro del discorso che intendevo sviluppare in quest’occasione.
Campagne contro la classe politica, le istituzioni e i partiti erano state sviluppate in diversi momenti del dopoguerra.
Le battaglie contro la partitocrazia (dalla felice definizione di Maranini) gestite da diversi tipi di formazioni politiche, dall’Uomo Qualunque di Giannini al Partito Radicale, avevano conosciuto momenti di successo senza però modificare in modo significativo il sistema dei partiti e la cultura politica degli italiani.
Negli anni’90 del XX secolo la mobilitazione dell’antipolitica, sviluppata da diversi attori, ha avuto un ruolo decisivo nella crisi di vero e proprio “riallineamento sistemico” verificatosi in quel tempo, favorito anche da un davvero improvvido mutamento del sistema elettorale in senso maggioritario: un mutamento che ha avuto gran parte non semplicemente nel determinare lo spostamento del punto di equilibrio del sistema dal Parlamento al Governo ma anche, e soprattutto, nel determinare l’innesto di nuovi elementi di vera e propria “filosofia politica” all’interno del sistema, quali l’esasperazione personalistica e individualistica a tutti i livelli: gli elementi di fondo sui quali sono implosi i grandi partiti di massa.
Si erano, così, aperti nuovi spazi politici scoperti e valorizzati prima dalla Lega Nord e successivamente da Forza Italia.
Lega Nord e Forza Italia (seguite dagli eredi del MSI, successivamente separatisi nell’improbabile tentativo di una parte di ricollocarsi all’interno di una presunta – come vedremo – “destra moderata”) hanno così lanciato la proposta politica populista, che ha dimostrato di incontrare grande popolarità in larghi settori dell’elettorato.
I punti fondamentali di questa proposta possono essere così riassunti:
1) La delegittimazione dei partiti e della classe politica, estesa alle istituzioni della democrazia rappresentativa (il Parlamento) e la valorizzazione delle forme di democrazia diretta e plebiscitaria che affidano a un leader carismatico il compito di interpretare la volontà popolare;
2) Un’idea di popolo costituita dalla gente comune, poco attenta e impegnata nella vita politica e diffidente verso élite economiche, politiche e intellettuali (il pubblico medio delle TV commerciali);
3) Il collegamento dei problemi e delle paure suscitate dalle trasformazioni dell’economia e della vita sociale alla presenza degli immigrati, presentati come responsabili dell’aumento della criminalità, del degrado delle aree urbane, dell’inefficienza dei servizi sociali.
Attorno a questi elementi Forza Italia e Lega Nord hanno fondato un’intesa non semplicemente politica ed elettorale, tanto è vero che, anche adesso, in condizioni profondamente mutate rispetto a vent’anni fa, si ritrovano in un’alleanza che dispone sicuramente di considerevoli elementi comuni, sul piano dei contenuti (continua a denominare il PDL come “Forza Italia” perché è da lì che deriva, ancora, la forza politica, mediatica, organizzativa della maggior parte della destra populista italiana).
Attenzione, però al punto uno ,relativo al ruolo del Parlamento e alla funzione della democrazia.
Si tratta di concezioni mutuate teoricamente dalla visione dello stato di Carl Schimtt ma, nella realtà delle vicende italiane, rese fatto immediatamente politico prima dal documento della “Rinascita Nazionale” elaborato nel 1975 da Licio Gelli (Berlusconi in politica nasce lì e vi trova Fabrizio Cicchitto) e poi dalla proposta di “Grande Riforma” del craxismo, che aveva quale ispiratore quel Don Gianni Baget Bozzo, segretario particolare del Cardinale Siri, feroce sostenitore dell’autoritarismo non soltanto nella Chiesa, fino al punto di schierarsi a favore del governo Tambroni sostenuto, nel 1960, dal MSI.
La diffusione del populismo, in Italia, è stata così fortemente intrecciata ai successi elettorali della Lega Nord (clamorosamente individuata, per un certo periodo, da Massimo D’Alema quale una “costola della sinistra”) e di Forza Italia.
Questi attori politici, e soprattutto, i loro leader (prima di cadere in gravissimi infortuni sul terreno dello stile di vita personale, del resto considerato giustamente dal “pubblico” quale fatto politico) hanno saputo utilizzare le idee populiste per l’acquisizione del consenso e, al tempo stesso, hanno fornito alle tematiche dell’autoritarismo e del razzismo visibilità, risonanza, legittimazione nel quadro di una complessa operazione di costruzione di una nuova “sub-cultura” radicatasi prevalentemente al Nord.
Questa situazione ha avuto così una rilevante influenza sulla ridefinizione degli atteggiamenti politici di massa inserendosi con forza nel dibattito relativo al superamento della contrapposizione destra/sinistra, inteso come superamento dei principali temi di conflitto sociale, in particolare del conflitto capitale/lavoro (superamento teorizzato già da Fuchs e Kinglemann fin dal 1990) considerato come una mera rappresentazione ideologica.
Etnocentrismo e autoritarismo sono così assurti a elementi decisivi nel superamento della dicotomia classica destra/sinistra, palesandosi patrimonio comune di un’indiscriminata “antipolitica” (come osserviamo adesso nell’avanzarsi della proposta del Movimento 5 Stelle).
Nel corso degli anni si era allargato il settore dell’elettorato sensibile alle proposte populiste, un elettorato composto in gran parte da persone con basso livello d’istruzione che comprendeva soprattutto casalinghe, pensionati, disoccupati, artigiani e commercianti: un’espansione elettorale arrivata a livelli molto importanti, quasi la maggioranza assoluta, con le elezioni del 2008.
La qualità della crisi finanziaria ed economica, governata da fattori esterni di grandissimo peso quali i centri di potere bancario a livello europeo (un livello trascurato proprio per via della presenza di tendenze autartiche) e gli elementi di vero e proprio “disfacimento sociale” che, in assenza di proposte alternative, sono state prodotte dalla crisi, verso la fine del 2011, ad un vero e proprio tracollo della proposta di governo che il populismo di destra aveva prodotto.
Ed è così entrata in scena, con l’avallo del Capo dello Stato collocatosi – soggettivamente- ai limiti del dettato Costituzionale in una sua personalistica visione di tipo presidenzialista, l’altra destra.
Un passaggio che ha conservato un solo preciso punto in comune: quello dell’affidamento delle sorti della cosa pubblica a un “Capo”, interpretato in questo caso, dal prof.Monti.
Il “governo dei tecnici” guidato da Monti si è mosso secondo logiche antiche di appartenenza alla destra: prima di tutto è emerso un affidamento di tipo ideologico alle teorie liberiste, in particolare a quelle apparse subito dopo la caduta del Muro di Berlino (Fukuyama e Huntington sulla “fine della storia”, Von Hayek) nella convinzione del tutto errata che il rigore e alcune riforme del mercato del lavoro di impianto liberista avrebbero condotto automaticamente alla crescita.
L’ossessione antisindacale che ha animato questo governo è apparsa – appunto – ideologia allo stato puro, e non argomentazione scientifica e storica, dimostrando così una tendenza a retrocedere verso fasi di tipo ottocentesco, spacciate per il raggiungimento della “modernità”.
Il punto di rottura tra destra populista e destra tecnocratica sta proprio in questa idea della “modernità”, che i populisti non perseguono e che i tecnocrati reclamano anche nel momento in cui attuano politiche che portano sul serio all’indietro l’orologio della storia.
Il risultato complessivo è stato quello di un fallimento gigantesco che ha aggravato le condizioni complessive di gran parte della popolazione, schiacciando anche quei “ceti medi” (non “riflessivi” beninteso) che avrebbero dovuto costituire la base sociale di questa destra dell’efficienza tecnocratica.
Per nascondere la polvere sotto il tappeto Monti si è candidato, sperando in un mese e mezzo di campagna elettorale, di occultare l’esito negativo della sua esperienza di governo.
L’Italia così, caso ancora una volta anomalo nel concerto europeo, si trova ad avere due destre ferocemente in competizione tra di loro, nell’assenza totale di una proposta di alternanza al governo da parte – almeno – di una formazione liberalsocialista (chi accenna timidamente a Keynes nel PD viene tacciato di essere un “giovane turco” e un estremista, mentre il segretario del partito e candidato premier si limita a chiedere di tenere assieme, con il rigore tecnocratico, “un po’ di lavoro”) e, soprattutto, di una mancanza totale di una rappresentanza politica di quella contraddizione principale tra capitale e lavoro (anticapitalista e di “classe) verso la quale, invece, spingono tutti gli elementi della crisi.
Del Carria scrisse a suo tempo “Proletari senza rivoluzione” oggi si potrebbe scrivere “Proletari senza rappresentanza".
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