domenica 27 gennaio 2013

STRAGI IN EGITTO: IL CALCIO E’ SOLO UNA METAFORA

27 gennaio, 11:49 Egitto - Foto ANSA


L’Egitto brucia, ancora una volta in pochi mesi: apparentemente tutto è stato scatenato, in questi giorni, dalla ricorrenza (un anno) dalla strage avvenuta nello stadio di Porto Said, ad opera di sostenitori della squadra locale autori di un vero e proprio massacro, 74 morti, perpetrato verso sostenitori della squadra avversaria, l’Al-Alhy, la più celebre compagine egiziana con sede nel quartiere “nobile” del Cairo, Zamelek.


La polizia collaborò a quella strage, e oggi i suoi esponenti rimangono impuniti, mentre 21 persone, ritenute responsabili, sono state addirittura condannate a morte.

Alla notizia della sentenza a Porto Said è scoppiata la rivolta, con l’assalto alle carceri per liberare i condannati (sei sono riusciti a evadere): si contano 30 morti e 300 feriti nel verificarsi degli scontri.

Ridotta così sembrerebbe una faida tra tifosi dettata dall’ormai generalizzata “inciviltà” della logica del calcio e dei suoi sostenitori: in realtà, nell’Egitto di oggi, la situazione ha assunto risvolti ben più profondi, che interessano la complessa realtà del mutamento in atto in quel paese, capofila delle “primavere arabe” e attualmente in mano ad un tentativo d’instaurazione di una dittatura islamica.

La connivenza della polizia nella strage di Porto Said fu dovuta, infatti, per colpire i tifosi dell’Al-Alhy, che si erano uniti, negli scontri di Piazza Tahir, ai movimenti Kyfaia, 6 Aprile e ai poveri del popolo della rivoluzione nell’occupazione permanente degli spazi pubblici.

Si risale così, ancora una volta, alla contraddizione vera, ai temi della democrazia e della condizione sociale.

El-Aloui, sulle colonne del numero di Gennaio 2013 di “Le Monde diplomatique” scrive come i processi messi in moto dalle primavere arabe risultino fragili e i rapporti tra società e stato ancora conflittuali, mentre gli autocrati hanno trovato facilmente il mezzo di sovvertire le nuove istituzioni democratiche e che gli sconfitti sono i movimenti dei giovani e le élite intellettuali.

E’ da queste considerazioni che è necessario partire per riflettere sulla realtà egiziana e promuovere un movimento d’iniziativa politica, qui in Occidente, fondato sull’analisi contraddizioni vere: il calcio rappresenta soltanto una metafora per coprire le ennesime stragi di questi giorni, mentre la realtà rimanda all’eterna contraddizione di classe e al soffocamento di quei settori capaci di una moderna riflessione politica, ai quali i gruppi dirigenti intendono, invece, impedire di esprimersi.

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