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| 27 gennaio, 11:49 Egitto - Foto ANSA |
L’Egitto brucia, ancora una volta in pochi mesi:
apparentemente tutto è stato scatenato, in questi giorni, dalla ricorrenza (un
anno) dalla strage avvenuta nello stadio di Porto Said, ad opera di sostenitori
della squadra locale autori di un vero e proprio massacro, 74 morti, perpetrato
verso sostenitori della squadra avversaria, l’Al-Alhy, la più celebre compagine
egiziana con sede nel quartiere “nobile” del Cairo, Zamelek.
La polizia collaborò a quella strage, e oggi i suoi
esponenti rimangono impuniti, mentre 21 persone, ritenute responsabili, sono
state addirittura condannate a morte.
Alla notizia della sentenza a Porto Said è scoppiata la
rivolta, con l’assalto alle carceri per liberare i condannati (sei sono
riusciti a evadere): si contano 30 morti e 300 feriti nel verificarsi degli
scontri.
Ridotta così sembrerebbe una faida tra tifosi dettata
dall’ormai generalizzata “inciviltà” della logica del calcio e dei suoi
sostenitori: in realtà, nell’Egitto di oggi, la situazione ha assunto risvolti
ben più profondi, che interessano la complessa realtà del mutamento in atto in
quel paese, capofila delle “primavere arabe” e attualmente in mano ad un
tentativo d’instaurazione di una dittatura islamica.
La connivenza della polizia nella strage di Porto Said fu
dovuta, infatti, per colpire i tifosi dell’Al-Alhy, che si erano uniti, negli
scontri di Piazza Tahir, ai movimenti Kyfaia, 6 Aprile e ai poveri del popolo
della rivoluzione nell’occupazione permanente degli spazi pubblici.
Si risale così, ancora una volta, alla contraddizione vera,
ai temi della democrazia e della condizione sociale.
El-Aloui, sulle colonne del numero di Gennaio 2013 di “Le
Monde diplomatique” scrive come i processi messi in moto dalle primavere arabe
risultino fragili e i rapporti tra società e stato ancora conflittuali, mentre
gli autocrati hanno trovato facilmente il mezzo di sovvertire le nuove
istituzioni democratiche e che gli sconfitti sono i movimenti dei giovani e le élite
intellettuali.
E’ da queste considerazioni che è necessario partire per
riflettere sulla realtà egiziana e promuovere un movimento d’iniziativa
politica, qui in Occidente, fondato sull’analisi contraddizioni vere: il calcio
rappresenta soltanto una metafora per coprire le ennesime stragi di questi
giorni, mentre la realtà rimanda all’eterna contraddizione di classe e al
soffocamento di quei settori capaci di una moderna riflessione politica, ai
quali i gruppi dirigenti intendono, invece, impedire di esprimersi.

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