Dopo
la parentesi agostana, gli italiani hanno cominciato a riprendere le loro
attività. Nel frattempo, come nei temporali di fine agosto, sul Bel Paese si
addensano non poche nubi. Ma, questa volta, non si tratta di temporali locali
che riguardano solo l’Italia, quanto di fenomeni molto più vasti, e che
riguardano l’intera Europa.
Ad
iniziare da una situazione internazionale che si complica sempre più: Libia,
Gaza, Siria, Iraq, Ucraina, sono altrettanti incendi più che focolai, a noi
vicini e che, oltre ad essere di per sé fattori di rischio che non fanno
sperare nulla di buono, hanno anche l’effetto di concorrere ad ingessare
l’Europa perpetuandone i pur zoppicanti assetti oggi esistenti. Le situazioni
di crisi, infatti, non facilitano la discussione sulla ricerca di nuovi
equilibri e su diversi modi di procedere, e tendono invece a preservare quel
che c’è, per il fatto stesso di esistere, adeguato o inadeguato che sia.
Si
allontana così la possibilità di compiere passi verso la concezione di
un’Europa politica fondata sul concetto di una democrazia comune e
sovranazionale, capace di esprimere i propri indirizzi in campo internazionale
e sulle condotte economiche, restando ancorati ad un’Europa che balbetta senza
riuscire ad identificare un proprio ruolo sulla scena internazionale e che,
sulla scena interna, resta affidata alle burocrazie ed al gioco delle
mediazioni tra i singoli Governi.
Ho
premesso queste poche righe sullo scenario internazionale, senza entrarvi nel
merito, proprio per osservare come anche questo concorra a congelare allo stato
attuale i criteri di governance economica, che invece richiederebbero nuovi
approcci, metodi e valutazioni.
Lo
scenario economico europeo, ed in particolare quello dell’Eurozona, è infatti
tutt’altro che rassicurante.
Nonostante
le conclamate virtù, la locomotiva tedesca ha iniziato ad arretrare; la Francia
sta ampiamente sforando i limiti di Maastricht senza peraltro crescere, e la
maggioranza che aveva portato Hollande alla presidenza si è divisa, con l’esito
della cacciata dal governo del ministro antirigorista e delle conseguenti
dimissioni di altri ministri; la Spagna cresce molto modestamente; dell’Italia
tutti sappiamo. Anche altre economie (Olanda, Finlandia, Croazia) sono in
recessione.
Ma
il sintomo più grave è quello dell’affacciarsi della deflazione sullo scenario
europeo, ancora latente nel complesso dell’Eurozona, ma oramai evidente e
conclamata in Italia ed in Grecia: guarda caso nelle due economie nelle quali
le politiche di rigore hanno inciso più pesantemente rispetto agli andamenti
precedenti la crisi, soprattutto in termini di incrementi indiscriminati della
pressione fiscale, di contrazione degli investimenti privati e pubblici, di
riduzione dell’occupazione. Classico esempio di avvelenamento da overdose. ll
che, in quanto indice di un’offerta superiore alla domanda in molti settori,
porterà fatalmente, in assenza di interventi, ad ulteriori fenomeni recessivi. Nessuna
impresa che veda incrementare l’invenduto e ridurre i propri prezzi di vendita
sarà portata ad investire per incrementare produzione e produttività, e men che
mai ad assumere; ciò indica come gli squilibri si siano trasferiti dal piano
finanziario (le famose bolle) a quello dell’economia reale.
I
fenomeni deflattivi sono più difficili da combattere rispetto a quelli
inflattivi, per i quali il controllo monetario è solitamente uno strumento
adeguato. La crisi americana del ’29 si
rivelò infatti come una crisi da deflazione che, nonostante il New Deal, non
venne completamente superata che quando, tra il ’39 ed il ’41, le forti spese
statali per i programmi di riarmo, rilanciando la produzione industriale,
eliminarono la disoccupazione e fecero aumentare la domanda di beni di consumo,
materie prime, merci.
Combattere
la deflazione richiede infatti incrementi di consumi e di investimenti in una
fase in cui è scarsa o nulla la propensione al consumo ed agli investimenti:
non basta quindi abbassare i tassi ed immettere liquidità nel sistema (cosa che
la BCE ha fatto); ad evitare che la liquidità creata si trasformi in
tesaurizzazione o speculazione, occorrerebbe invece incrementare la domanda di
merci e servizi, cioè consumi delle famiglie ed investimenti, cosa che i
governi, vincolati più o meno convintamente ai parametri del deficit, invece non
hanno fatto.
Non
sembra vi sia grande consapevolezza al riguardo: i governi dei Paesi che
avrebbero tutto l’interesse a veder avviare una diversa politica economica, quello
italiano in testa, tacciono o sostanzialmente aderiscono all’ortodossia
imperante; gli altri, Germania e Finlandia in testa, sembrano obnubilati da
convincimenti ideologici e da preoccupazioni populistiche nei confronti dei
propri elettori; ne derivano l’abbandono di ogni ragionevolezza e l’incapacità di
valutare i fatti con una sana dose di razionalità empirica, in un continuo
richiamo alle virtù di alcuni ed ai vizi di altri; ciò come se la favola della
cicala e della formica, paradigma populista del mantenimento del consenso di
chi teme di esser chiamato a pagare per gli altri (anche questo è populismo,
esattamente come quello della spesa facile), possa essere assunta a criterio di
governo dell’economia.
Basti
pensare che, tra le raccomandazioni della Commissione per l’Italia, c’è anche
quella di incrementare l’imposizione fiscale sui consumi.
E
che Wolfgang Schauble (ministro delle finanze tedesco), in una sua
dichiarazione in cui si riferisce ai rischi di deflazione, dopo aver osservato che
la BCE non ha più risorse contro la deflazione, che in Europa la liquidità è
eccessiva e non carente, e che le politiche monetarie hanno esaurito la loro
funzione, conclude proclamando che in Germania c’è comunque crescita in quanto
sussiste una buona propensione al consumo, data la fiducia delle famiglie nei
confronti di un’economia e di conti pubblici in ordine. Ergo (ricetta valida
per tutta l’Europa): fare le riforme e rimettere in ordine i conti pubblici
proseguendo e rafforzando le politiche di austerità/rigore.
Ma,
se non sbaglio, anche la crescita tedesca si è fermata. E, se possiamo
convenire sull’inefficacia delle politiche monetarie a correggere squilibri che
la deflazione tende a rendere strutturali, occorre distinguere tra il ruolo
della BCE, che è stato quello di non far mancare la liquidità al sistema, e la
ben più pesante responsabilità della politica europea e dei singoli governi, che
non ha voluto o saputo indirizzare agli investimenti la liquidità disponibile.
E, che di liquidità ve ne sia, è testimoniato dal basso costo del denaro e dai
bassi differenziali di rendimento tra i titoli di stato dei diversi Paesi
(vedi, su Spazio Lib-Lab, Giovanni La Torre: “il fraintendimento dello
spread”).
Ma,
adesso che recessione e deflazione toccano, o almeno rischiano di toccare
tutti, e che l’uscita dalla crisi si allontana, non sarebbe forse il caso di cominciare
a porsi qualche domanda, e di rivedere i criteri sin qui seguiti?
A
partire da una considerazione: l’innescarsi di una crisi deflattiva
nell’Eurozona avrebbe conseguenze economiche e sociali che riguarderebbero
tutti: certo le cicale prima delle formiche, ma altrettanto certamente le formiche insieme alle cicale, con buona
pace di LaFontaine (narratore).
E
l’Italia?
Certo
sta peggio di quasi tutti. Lo sappiamo ed è inutile ripetere dati e cifre su
disoccupazione, decrescita, produttività, evasione ed elusione fiscale,
sprechi, iniquità e distribuzione della ricchezza. E’ evidente che occorrono
riforme: si tratta di stabilirne il segno e le linee di indirizzo. E, al
riguardo, è più che legittimo il dubbio che queste riforme possano trovarsi a coincidere
con quelle avviate o annunciate da Renzi.
Da
noi, è stata spazzata via ogni speranza di una sia pur modesta ripresa; il
debito pubblico continua a crescere allegramente, in valore assoluto e,
ovviamente, ancordipiù in rapporto ad un PIL che si contrae; gli indici sulla
disoccupazione inanellano un nuovo record dopo l’altro, ed ormai appare
inevitabile una manovra aggiuntiva che non avrà altra prospettiva che quella di
tentare di contenere, provvisoriamente, il deficit, originariamente previsto nel
2,6%, in un 2,9% che, come quei prezzi dei supermercati che terminano con 99
centesimi per non superare la soglia psicologica dell’intero, significherà
“sforare” senza scriverlo.
Manovra
che andrà ad accompagnarsi alla dismissione di quote significative di aziende
partecipate dal Tesoro o dalla Cassa Depositi e Prestiti (in primis, ENEL ed
ENI), dopo quella riguardante il 35% di CDP Reti (in pratica, quote di Snam
Rete Gas e di Terna), fatta ai cinesi di State Grid Corporation of China per
2,1 miliardi. Visti i precedenti, e fermi restando gli indirizzi di politica
economica attuali, dalla manovra non scaturirà alcun effetto in termini di
riduzione strutturale del debito, ma ve ne saranno, a meno di significative
novità, di importanti in termini di ulteriori effetti deflattivi e recessivi.
E,
se dalle cessioni di partecipazioni pubbliche in cantiere potrà risultare un
temporaneo e modestissimo alleggerimento del deficit, ne risulteranno anche, in
via permanente, minori introiti per il Tesoro (i dividendi attuali di ENI ed
ENEL risultano ben superiori ai rendimenti dei titoli di Stato); e ne risulterà
virtualmente azzerata, scendendo la quota di partecipazione pubblica al di
sotto del 30%, la capacità di indirizzo dello Stato in un settore-chiave
dell’economia italiana, quale quello energetico. Vista così, si tratta di una
scelta che non ha ragioni economiche; anzi, che dovrebbe esser sconsigliata da
queste, e che trova la sua principale motivazione in un mix tra motivazioni
puramente ideologiche (ridurre comunque il perimetro del pubblico) e, non
avendo il coraggio per avviare un “vero” riformismo, un molto banale non saper
bene che altro fare. .
Nel
frattempo, che fa il Governo? Sostanzialmente, si limita ad autocelebrarsi. A
suon di tweet, abbiamo sentito un ritornello costante: “rispettiamo i patti,
stiamo facendo i compiti perché ne siamo convinti e non perché ce lo chieda
l’Europa, faremo le riforme, ma l’Europa ci consenta più flessibilità”.
Inutile
dire che la richiesta di flessibilità, nella situazione sopra descritta, resta
del tutto inevasa.
Per
due ragioni:
La
prima è che l’Italia è la più importante e la più grande delle cicale, ed è
vista come il simbolo di questa specie. D’altra parte, quando non si riesce a spendere
i fondi europei e quasi ogni appalto dura e costa il doppio del previsto e
diventa affare di magistrati più che di ingegneri, quando l’evasione fiscale è
considerata una virtù e le Pubbliche Amministrazioni brillano per inefficienza
e sprechi, non è cosa facile il parlar di flessibilità per render possibili
maggiori investimenti pubblici.
La
seconda è che, per parlare di flessibilità (cosa giustissima), sarebbe
necessario esservi attrezzati e disporre delle conoscenze culturali, politiche
e scientifiche, degli studi e dei dati econometrici per poterlo fare. Come un
tempo si diceva a Napoli, “chiacchere e tabacchiere e’ legnamm o’ Banco e’
Napule non ne impegna”. E tantomeno , che io sappia, in questi mesi, si è fatto
qualcosa nulla in questa direzione; né mi sembra che il ministro Padoan sia
molto convinto al riguardo, preferendo invece accodarsi all’ortodossia
corrente.
Eppure,
vi sono elementi che, opportunamente valutati in termini comparati tra Italia
ed altri Paesi, potrebbero indicare una rischiosità della situazione
patrimoniale complessiva del nostro Paese sensibilmente minore di quanto
risulti dalla pura considerazione del debito pubblico. I ragionamenti sul
debito pubblico implicito (oneri futuri, a legislazione costante, per le
prestazioni pensionistiche; costi futuri e non ancora contabilizzati per le
bonifiche e smaltimenti di scorie di siti chimici e nucleari, etc.), sul
patrimonio pubblico, sulla ricchezza privata, sul debito privato e pubblico
verso l’estero, meritano un approfondimento, per arrivare ad una più
equilibrata, complessiva e comparata valutazione dello stato delle economie dei
singoli Paesi facenti parte dell’Eurozona.
Occorrerebbe
anche far presente con chiarezza e determinazione come le politiche oggi in
essere, abbiano aggiunto al danno della recessione e dei relativi costi
economici e sociali, anche la beffa di un risultato opposto a quello voluto:
quello dell’incremento, e non della riduzione, del debito pubblico, in rapporto
al Pil ed in valore assoluto.
Ed
ancora, andrebbe chiarito che la riduzione progressiva del debito, come
prevista dal Fiscal Compact, oltre che insostenibile, è soprattutto semplicemente
impossibile a realizzarsi.
Ciò
non significherebbe affatto schierarsi contro l’Europa o accodarsi a coloro che
auspicano l’abbandono dell’euro: significa, al contrario, cercare una strada
praticabile per evitarne il tracollo e per riavvicinare l’idea di Europa ai
suoi cittadini.
Nella
richiesta di flessibilità che Renzi fa all’Europa, non si riesce invece a
scorgere una ratio che superi il pressapochismo di un ragionamento non
supportato, appunto, da un reale convincimento e da solidi strumenti
concettuali, da argomentazioni documentabili, da dati; e da un serio lavoro
politico a livello europeo, che sembra invece essersi concentrato nel sostegno
alla candidatura della non molto conosciuta (all’esterno del PD) Mogherini. Non
mi stupisco affatto, quindi, se la richiesta di flessibilità di Renzi ottenga
gli stessi risultati della richiesta di soccorso che, all’arrivo dell’inverno,
la cicala fece alla formica.
Esaminando
ora l’operato del governo in questi mesi, si scoprono nei fatti risultati molto
magri, e soprattutto ininfluenti ed inefficaci, quando non dannosi, sul piano
del governo dell’economia. Delle “riforme" che costituivano il piatto
forte del programma di governo ed il biglietto da visita col quale Renzi si è
affacciato sulla scena europea, le uniche avviate sono quella riguardante la
legge elettorale della Camera e la revisione costituzionale che sostanzialmente
elimina il Senato, riducendolo ad una sorta di luogo d’incontro di sindaci. Sostenere
che queste siano le riforme che dovremmo fare per avvicinarci alle democrazie
europee, e che queste siano le riforme che l’Europa si aspetta da noi, è pura fantasia
malata di protagonismo. E sostenere che da queste possa derivare una qualsiasi
forma di impulso alla crescita, non può che essere indice di un quoziente
d’intelligenza prossimo allo zero. Ma tanto era stato pattuito con Berlusconi,
e tanto doveva esser fatto.
Per
il resto, si è fatto l’inutile e prelettorale regalo degli 80 euro, neanche
concessi a chi ne aveva più bisogno, e che non si sa bene come coprire per il
2015. Intendiamoci: non che tale provvedimento non sia stato gradito a chi ne
ha beneficiato; ma, in termini di effetti economici complessivi, nulla di
quanto era stato sbandierato si è verificato: come temuto dai gufi, i consumi
non sono affatto cresciuti, anzi il contrario.
Si
deve poi aggiungere quella minima parte dello Jobs Act che è stata varata: quella
che facilita la perpetuazione della precarizzazione attraverso il susseguirsi
di proroghe senza obbligo di motivazione. Per il resto, tutto rinviato, e
niente che si sappia con chiarezza come verrà coperto.
In
questi giorni, il governo ci ha poi comunicato il varo di nuove norme sulla Scuola,
sulla Pubblica Amministrazione, e sulla Giustizia. Non se ne sa molto, essendo
ancora tutto da chiarire tra i partiti della maggioranza: tant’è che si parla
di un Patto del Nazzareno-bis. Ma le prime anticipazioni sulla scuola (la
Giannini al meeting di CL a Rimini) fanno pensare ad una sostanziale continuità
con la linea Gelmini, nell’ulteriore cedimento sul concetto di scuola pubblica
e nell’ulteriore stretta sul rapporto docenti/alunni (con la contropartita dell’inserimento
di 100.000 precari su 400.000; ma non è chiaro in quali tempi e con quali
coperture). Per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione, sembra eccessivo
l’attribuire il termine “riforma” ad una serie di norme riguardanti l’impiego
del personale. E, per la Giustizia, si tratta di norme diverse (andando a
memoria: responsabilità civile dei magistrati, riduzione delle ferie estive dei
Tribunali, norme più severe per i ricorsi in Cassazione e per la prescrizione),
promettendo -more solito- che ne seguirà il dimezzamento dei tempi della
giustizia civile. Vedremo quando la stessa maggioranza (quella reale, tra
Berlusconi e Renzi) si sarà messa d’accordo.
Da
ultimo, è arrivato il decreto “Sblocca Italia”. Che, oltre ad indicare alcune
grandi opere, già finanziate e, pare, “cantierabili” a breve, prevede il
rifinanziamento (730 milioni) della C.I.G. in deroga, nuovi criteri per gli
appalti, interventi in termini di politica dell’immagine per l’agroalimentare
made in Italy, l’approvazione del progetto del gasdotto TAP Azerbaijan-Italia,
l’incremento della produzione di petrolio in Basilicata e Sicilia (trattenendo
per il futuro quote importanti delle relative royalties), interventi di defiscalizzazione
per la banda larga.
Salvo
verificare la questione delle royalties petrolifere e le relative competenze
regionali, nonché quella della Puglia (in questo caso per il gasdotto TAP),
nulla di male. Ma sbandierare come novità rivoluzionaria un pacchetto di
iniziative quasi per intero già deliberato e finanziato da precedenti governi,
appare cosa un po’ troppo simile alle grandi opere di Berlusconi. In
particolare, si cerca di far passare come veicolo di nuove risorse messe a
disposizione dell’economia la semplice accelerazione di opere già previste,
senza andare ad incrementare le somme già previste per gli interventi in conto
capitale del bilancio pubblico. Certo, in questa situazione, anche
l’accelerazione di quanto già stabilito è utile, se vista in rapporto alla
stasi. Ma non si può non convenire con il Presidente di Confindustria che, a
stretto giro di posta, ha definito come “insufficiente” il provvedimento.
In
conclusione, e nelle linee generali, il bilancio del governo della
discontinuità è molto magro. Scarso nella quantità, e carente nella qualità. Mentre
la situazione economica dell’Eurozona -ed ancor più quella del nostro Paese- va
deteriorandosi, e le prospettive si fanno sempre più fosche, si sono persi sei
mesi preziosi per imporre al Parlamento una riforma che risponde unicamente
agli interessi politici dei due contraenti del Patto del Nazzareno. In quanto
alle altre “riforme”, per il momento non ben definite, a prescindere da ogni
possibile giudizio di merito, è lo stesso ministro Padoan a giudicarle incapaci
di produrre effetti prima di qualche anno. Il governo “della discontinuità”, privo,
checchè se ne dica, di idee, spinte, e capacità riformiste, non ha saputo porre
in atto alcun indirizzo di politica economica che non fosse la piatta
prosecuzione di quanto si era già visto, coi risultati che sappiamo e che sono
sotto gli occhi di tutti. Né poteva avvenire nulla di diverso ad opera di un
governo che nasce dichiaratamente dalla coincidenza di interessi tra una destra
che resta tale e gli eredi di un centrosinistra che ha smesso di esser tale.
Nell’impossibilità
politica di compiere scelte coraggiose all’interno ed in Europa, ci si
arrabatta, come visto sopra, a limitarsi a sperare di poter salvare capra e
cavoli, auspicando senza determinazione né preparazione che possa venir dato il
via libera ad una politica espansiva; e, all’interno, a confidare che da una
politica fatta essenzialmente di incentivi, in particolare in termini di flessibilità
del lavoro dipendente, possa derivare una ripresa. Non si ha chiaro, inanzi
tutto in termini politici e culturali che, in tempi di stasi o di decrescita,
nessuna politica di incentivazione potrà avviare una ripresa, che invece
richiede la creazione di nuova domanda il cui unico motore può esser dato dagli
investimenti pubblici, non bastando a smuover le cose quelli delle imprese che,
fatti salvi quei pochi casi di imprese che ancora “tirano”, non vedono la
ragione per investire; né i consumi delle famiglie che, in un cane che si morde
la coda, non possono svilupparsi in un quadro di disoccupazione, malaoccupazione,
precarietà, e bassi redditi.
E’
quindi evidente che occorre imboccare, in Italia ed Europa, per usare le stesse
parole dell’attuale premier nel dare il benservito a Enrico Letta, più che una
discontinuità, una via diversa, auspicabilmente in via consensuale. E’ un
ragionamento che da mesi si sarebbe dovuto avviare.
Questa
situazione diventa insostenibile, oltre che in termini sociali, anche in
termini strettamente economici. E dovrebbe quindi esser chiaro ad ogni persona
ragionevole, a prescindere dai suoi convincimenti politico-culturali, che
occorre cambiare strada. L’Italia non può attendere una ripresa generale, che
per il momento non si vede e che, quando pure arriverà, troverà il Paese
impreparato, ulteriormente distaccato rispetto alle altre economie, poco
attrezzato sul piano delle infrastrutture, arretrato sul piano della
produttività e della competitività per effetto di una forza-lavoro
ulteriormente invecchiata e dei ritardi in termini di ricerca di base e
tecnologica e di innovazione di prodotto e di processo.
Che
fare, allora? Occorrerebbe aver chiaro che il rimettere in marcia il Paese
dipende da tre diversi fattori pregiudiziali, tutti ineludibili:
· Politiche
di investimento, in particolar modo pubblico, adeguate per dimensioni ed
indirizzi, che hanno lo scopo di disinnescare i fenomeni deflattivi e di realizzare
un primo impulso ad una crescita finalizzata essenzialmente alla ripresa
occupazionale.
Gli
investimenti pubblici, oltre che riprendere i volumi degli anni precedenti la
crisi, non vanno orientati unicamente sulle grandi opere infrastrutturali, ma
devono riguardare sia interventi ad elevata intensità di nuove tecnologie che opere
ad elevata intensità di lavoro e distribuite in tutti i Comuni d’Italia, alle
quali possano accedere imprese medie e piccole (ad esempio, la messa in
sicurezza del patrimonio immobiliare pubblico, a cominciare dalle scuole).
La
politica delle infrastrutture di trasporto e comunicazione deve essere
finalizzata al miglioramento della continuità e della coesione territoriale del
Paese, sia al proprio interno, che in rapporto all’Europa ed al Mediterraneo:
le condizioni di isolamento, ed i relativi costi e tempi di trasporto di cose e
persone di gran parte del Meridione e delle aree interne di buona parte della
Penisola sono di per sé un potente freno allo sviluppo di intere aree.
La dipendenza
energetica da fonti non rinnovabili non è eliminabile, ma è riducibile: occorre
investire e favorire investimenti in ricerca e sviluppo e nella realizzazione
di programmi privati e pubblici di contenimento e diversificazione dei consumi
energetici e di utilizzo, con tecnologie innovative, di fonti geotermiche e rinnovabili.
In
questa direzione, occorre anche mobilitare le non piccole risorse, capacità, e
potenzialità scientifiche del sistema delle Università, e tecnologiche ed
economiche del sistema delle imprese, ad iniziare da quelle partecipate, e di
quello delle banche, anche attraverso l’emissione di obbligazioni “mirate”.
Ed
occorre dotarsi di adeguati strumenti di programmazione degli indirizzi e degli
interventi, e di controllo dei relativi tempi, costi, risultati e benefici.
· Riforme
rivolte a rimuovere arretratezze croniche e disfunzioni del nostro Paese:
giustizia, pubblica amministrazione, scuola, sanità. E’ cosa tutta da vedere se
le riforme annunciate da Renzi su questi temi rispondano a questa esigenza. Mi
permetto di esprimere il giudizio del tutto provvisorio che le premesse non
sono le migliori.
· Interventi
rivolti a ripristinare nella nostra società quei caratteri di coesione, equità,
mobilità, che costituiscono le premesse sociali della democrazia, e che
l’ultimo ventennio ha completamente eroso. Su questa via, una riforma del sistema
fiscale è ineludibile: 120 miliardi l’anno di evasione fiscale, il peso
eccessivo di imposte indirette ed accise, l’imposizione diretta che penalizza
lavoro e produzione ed è mite nei confronti della rendita finanziaria,
l’imposizione patrimoniale concentrata unicamente sugli immobili, sono ad un
tempo fattori di iniquità e di sperequazione sociale di una società che pratica
la redistribuzione alla rovescia ed ostacoli allo sviluppo economico,
all’incremento della produttività, all’innovazione.
Allo
stato attuale, e proseguendo nella logica del rispetto dei parametri di
Maastricht e, ancor peggio, del Fiscal Compact, non vi sono risorse adeguate a
consentire interventi di questa natura e di questa portata. Occorre allora aver
chiaro e dichiarare espressamente che, sino a che non si raggiunga un
accettabile tasso di crescita, il rispetto dei parametri di Maastricht e del
Fiscal Compact è, oltre che penalizzante, un’utopia impossibile a realizzarsi.
Prima
si avvierà su questo punto una discussione seria e non falsata da preconcetti
ideologici, in Italia ed in Europa, e meglio sarà.
Non
si tratta di non voler seguire una politica di rigore e di buona
amministrazione: la spesa pubblica corrente va contenuta, riorientandola dal
concetto dei tagli indistinti ad un concetto selettivo che non penalizzi
scuola, formazione, ricerca, cultura, tutela e sicurezza del territorio,
assicuri livelli accettabili di protezione sociale per i più deboli, e riduca
costi inutili ed impropri e sprechi (spese e programmi militari, pluralità e
sovrapposizioni degli organi di polizia e sicurezza, proliferazione di società
partecipate di diritto privato che svolgono funzioni pubbliche, contributi e defiscalizzazioni
alla scuola privata ed alla chiesa cattolica).
Pur
volendo prescindere dallo sconcio istituzionale che si sta cercando di
consumare, purtroppo non sembra di poter scorgere nella linea seguita dal
governo del Nazzareno, grandi consapevolezze al riguardo.
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