Personalmente vengo da aziende di operai di mestiere (FIAT
COMAU). Quando vi lavoravo avevo notato che ogni tanto qualcuno andava in
Direzione per dare le dimissioni. Una parte di questi operai (e anche di
tecnici) poi rimanevano. Chi erano
costoro? Erano tra i più bravi. E usavano le “dimissioni” come arma di
“ricatto” nei confronti della Direzione per avere aumenti di salario, avanzamenti
di carriera, ecc. Ovviamente la Direzione ci stava per non perdere della
professionalità e delle competenze acquisite in anni e anni di esperienza. Per avere un operaio provetto o un tecnico
capace, autonomo, ci vanno anni e anni di accumulo di esperienza lavorativa.
Domanda: nei lavori di “fino”, quelli di qualità, quelli a cui
si richiede il massimo di autonomia e di professionalità, nella epoca attuale
cosa è cambiato? C’è stato un mutamento sostanziale con l’introduzione della
informatica, arricchendolo (il lavoro), ma il contenuto del lavoro qualificato,
della prestazione non è per nulla cambiato.
La flessibilità del lavoratore, quella ricercata dal soggetto
era nei fatti un ACCUMULO di esperienza che il lavoratore faceva magari in
diverse imprese, ma sempre sulla stessa professionalità: aggiustatore, stampista,
tracciatore, addetto alle macchine (a Controllo Numerico, frese, torni, ecc.).
Evidentemente chi ne traeva profitto era il lavoratore stesso ma anche l’ultimo
imprenditore che gli dava lavoro.
Dice sull’art.18 Gino Rubini della CGIL Emilia Romagna: “Il
lavoro di qualità richiede relazioni fondate sul rispetto e sulle regole. La crescita della qualità e
dell'elevato contenuto in valore tecnologico di molte aziende emiliane è andata
di pari passo con l'espansione dei diritti e della civilizzazione dei rapporti
sociali. Per non fare nomi ma solo qualche esempio, aziende come Ferrari,
Lamborghini e Ducati perderanno di qualità se
prevarrà la logica barbarica di trattare i lavoratori come "vuoti a
perdere"… Questa
ideologia miserevole per cui oltre al cenno (ad
nutum) butti
sul tavolo una manciata di banconote per scacciare il lavoratore e acquisire
competitività può andare bene per imprese che stanno a livelli miserevoli di
contenuto tecnologico e di qualità del lavoro”.
E aggiunge: “Questi
signori tecnici (del governo) hanno una vaga idea della complessità del
reticolo di relazioni sociali che fondano la produzione di valore in una
impresa? La penosità e in qualche misura il pensiero
atrofizzato di questi tecnici assomigliano alla visione di quel comandante di
jumbo che manda in stallo l'aereo per risparmiare sul carburante”.
Diverso
è invece il lavoro ripetitivo (es. ad una catena di montaggio). Le mansioni
sono del tutto povere. Da qualche manciata di secondi a qualche manciata di
minuti: e sempre con la ripetizione. Epperò! Con il tempo, dovuta
proprio alla particolare prestazione ripetitiva, l’esperienza accumulata faceva
sì che il lavoratore acquisiva abilità e destrezza nella propria mansione,
aumentando di parecchio la sua bravura e la sua produttività (in termini di
velocità di esecuzione). Basta vedere un lavoratore nuovo assunto e posizionato
in una catana di montaggio nei primi giorni di lavoro: si “imbarca” sempre
(= non riesce a stare nei tempi assegnati). In più l’accumulo di esperienza va
tutta in favore dell’impresa nel senso che tutto il lavoro male progettato o
non progettato viene colmato dalla bravura del lavoratore (bravura, mai o poco
riconosciuta sia in termini salariali che di qualifica). Nella epoca attuale
questi lavori ripetitivi si sono arricchiti con l’introduzione della robotica
(e quindi abbiamo dei lavoratori che fanno quasi solamente prestazioni di
controllo) o di nuove tecnologie tra le quali anche apparati informatici.
Perché
allora questa insistenza sull’art. 18? Perché il personale dell’attuale governo
non sa assolutamente nulla di un luogo di lavoro, non l’ha mai visto, né
tantomeno vissuto, ne fa solamente un argomento di carattere ideologico. Diverso
è invece l’approccio del padronato: fatto salvo quei padroni (pochi purtroppo)
che con il fischio ricorreranno all’art. 18 in quanto i lavoratori che
impiegano se li vogliono tenere in quanto gente brava ed esperta nel lavoro
(che gli è magari costata nella formazione ricevuta), il
rimanente (una buona maggioranza) che fa solo delle “carabattole” lo userà in due
modi:
·
per produrre l’ennesima pulizia etnica, ergo tutti coloro
che per passate vicende lavorative oggi si ritrovano con qualche acciacco alla
salute (inidonei e invalidi, oltre che anziani più donne in maternità!) e
rischiano di essere in grande numero, sostituendoli con giovani precari molto
disponibili perché più ricattabili.
·
tutti coloro che hanno la “schiena dritta” (a prescindere
dalla loro collocazione politica e/o sindacale), coloro i quali per es. non
accettano supinamente lo straordinario, ecc. saranno pochi però con un chiaro
obiettivo terrorista: “colpirne uno per educarne 100”.
Per
fortuna non tutto è così...
Il che non significa affatto che
tutta la nostra manifattura sia tutta di questa specie, lo è purtroppo la
maggioranza e specie la piccola e micro impresa. Infatti stando al libro di A.
Calabrò (Orgoglio
Industriale,
Ed. Mondadori) questi ci dice che nel 2008 su ca. 4.000.000 di aziende
manifatturiere presenti nel nostro paese, ce ne sono 4.600 (lui le chiama “multinazionali
tascabili” che
vanno dai 50 ai 500 addetti) che forse ci tireranno fuori
dalla crisi.
Domanda: chi le conosce, cosa fanno
e cosa fa lì il sindacato (posto che ci sia)? Domanda successiva: è una
bestemmia pensare di poter costruire a sinistra (a partire dai sindacati) un
archivio di queste aziende per portarle all’onore del mondo, per tentare di
farle mettere in contraddizione con il resto delle imprese? Per tentare una
sorta di “alleanza dialettica” con il movimento dei lavoratori. Non fosse altro
perché in questo campo vi sono senz’altro le possibilità di un “conflitto” più
avanzato e non solo sulla difensiva.
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