1.
Il
processo di integrazione europea ha avuto il suo fulcro nella stretta relazione
tra Francia e Germania, spinte dalla volontà di superare le storiche
contrapposizioni che avevano portato, per limitarci al XX secolo, a ben due
guerre mondiali
. Alla fine della Seconda guerra mondiale le élite dirigenti
occidentali non ripeterono i tragici errori commessi con il Trattato di
Versailles così, lungi dall’imporre alla Germania il costo delle riparazioni,
intrapresero la strada della cooperazione e del sostegno economici – basta
ricordare l’Accordo di Londra sui debiti esterni tedeschi del 1953, il Piano
Marshall e l’Unione Europea dei Pagamenti − per evitare nuove guerre e per rispondere alle
sfide della modernizzazione capitalistica caratterizzata dalla produzione e dal consumo di massa. Fu
allora che si diffuse l’idea degli Stati Uniti d’Europa, proposta nel Manifesto
di Ventotene dell’agosto 1941 da Spinelli Rossi e Colorni, ripresa con altre
motivazioni politiche da Winston Churchill a Zurigo nel discorso del settembre
1946 e affermatasi al Congresso dell’Aja del 1948. Esponenti politici (Adenauer
e De Gasperi), leaders del mondo della finanza e dell’impresa (basta per tutti,
Angelo Costa della Confindustria), economisti come Lionel Robbins e Luigi
Einaudi, intellettuali e tecnocrati come Jean Monnet componevano il variegato
schieramento che sosteneva la necessità di rompere con i conflitti mortali del
passato e aprire una nuova era di sviluppo economico sulla base di mercati e
istituzioni sovranazionali.
Da
tutti questi fermenti scaturì l’ardita
proposta di Schuman il 9 maggio 1950, che aprì la via all’integrazione
europea. Oltre all’afflato ideale verso un futuro di pace, in essa si
indicarono le modalità – riassumibili nel metodo funzionalistico e dello spill over – per la costruzione
dell’Europa: l’integrazione economica per settori avrebbe comportato via via
quella politica. Questo metodo non fu improvvisato scaturendo dalle riflessioni
sulle esperienze dei cartelli economici degli anni Venti e Trenta, che
organizzarono verticalmente interi comparti produttivi per aumentarne
l’efficienza, e delle Agenzie del New Deal, che negli USA gestirono gli
investimenti pubblici per superare la Grande Crisi del ’29. Le vicende
economico-sociali degli anni Trenta, di stampo capitalistico-tecnocratico, furono
anche di stimolo per individuare una nuova dimensione della legittimità delle
istituzioni politiche, di quelle sovranazionali in primo luogo, in base non più
al consenso democratico ma all’efficacia dei risultati delle loro azioni, più
tardi definita ‘output legitimacy’. Lo spirito di quei tempi fu ben espresso dall’attivismo
di Jean Monnet e dagli scritti teorici di David Mitrany, per citare due
influenti personaggi.
La
Dichiarazione Schuman nacque su impulso di Jean Monnet e per la spinta data da
Konrad Adenauer che nel marzo 1950 parlò di unione economica franco-tedesca
come preludio all’unificazione politica1. I passaggi decisivi della
Dichiarazione furono quelli in cui Schuman individuò il metodo e il fine della
costruzione dell’Europa, che “non potrà farsi in una sola volta, né sarà
costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino
anzitutto una solidarietà di fatto. L'Unione delle nazioni esige l'eliminazione
del contrasto secolare tra la Francia e la Germania. […] Il governo francese
propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di
acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un'organizzazione alla
quale possono aderire gli altri paesi europei. La fusione delle produzioni di
carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo
sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il
destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla
fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le
vittime”.
Fu
una visione di lungo respiro e al tempo stesso articolata in immediate
iniziative per costituire la CECA, e non a caso sulla scia della Dichiarazione
Schuman si sono mosse per decenni le élite europee che hanno, dall’alto,
indirizzato la costruzione della Comunità. Alla sua guida ci sono state Francia
e Germania, che, pur perseguendo interessi e opzioni strategiche differenziate nelle
diverse e drammatiche circostanze storiche, hanno costituito il nucleo intorno
a cui si è venuta formando l’Unione Europea.
Quando
si trattò di avviare il riarmo della Repubblica Federale Tedesca per combattere
la ‘guerra fredda’ con l’URSS, la Francia propose la CED, vale a dire una
difesa europea integrata per evitare che l’esercito tedesco rimanesse al di
fuori del controllo e della gestione delle potenze occidentali. Fallita nel
1954 questa opzione, peraltro per un voto contrario proprio dell’Assemblea
nazionale francese, si rilanciò l’anno successivo l’integrazione economica con la
Conferenza di Messina, che avrebbe portato al Trattato di Roma del 1957 con la
creazione della Comunità Economica Europea e dell’EURATOM. Energia nucleare e
mercato fondato sull’unione doganale e sull’esercizio delle quattro libertà di
movimento degli uomini, delle merci, dei servizi e dei capitali, furono i
capisaldi della nuova fase.
2.
Salito
al potere, De Gaulle − pur avendo in politica estera come scopo precipuo di affermare
un ruolo di grande potenza della Francia utilizzando a tal fine anche la
Comunità europea − mai allentò la relazione con la RFT guidata da Adenauer, il
quale pur aveva in mente un disegno di unificazione dell’Europa in chiave
federalista. Nonostante la diversità dei disegni politici, De Gaulle e Adenauer
determinarono insieme la politica della Comunità: tra il novembre 1958 e il
gennaio 1963 si incontrarono 15 volte, ebbero più di 100 ore di colloquio e si
scambiarono ben 40 lettere, e la RFT sostenne la Francia nel no all’ingresso
della Gran Bretagna nella Comunità nel gennaio 1963, mese in cui venne stretto
il Trattato franco-tedesco di cooperazione.
Per
superare la crisi della sedia vuota −
motivata da de Gaulle con un attacco all’areopago
tecnocratico di Bruxelles e con l’esaltazione dell’Europa delle nazioni,
come si espresse nella conferenza stampa del 9 settembre 1965 − si intrapresero
iniziative per un’ulteriore integrazione europea. Si rafforzò la politica
agricola comune – la PAC divenne la moneta di scambio per tenere legata la
Francia al MEC − , si concluse il Trattato di fusione degli organi delle
Comunità e si arrivò al ‘compromesso del Lussemburgo’, che inaugurò il metodo
della ‘decisione per consenso’ in modo da evitare il voto a maggioranza.
L’alleanza
rimase ben salda negli anni Settanta quando per rispondere alle crisi
internazionali del dollaro (ufficializzata con la dichiarazione della sua inconvertibilità
nell’agosto 1971), della guerra dello Yom Kippur e dello shock del prezzo del
petrolio, si decise l’instaurazione del serpente
monetario sullo sfondo delle proposte e per una moneta unica elaborate nel
Rapporto Werner e per un ruolo più incisivo del Parlamento Europeo avanzate nel
Rapporto del francese Vedel. Su impulso di Giscard d’Estaing e del Cancelliere
Schmidt si realizzò nel 1974 un’innovazione istituzionale, il Consiglio Europeo,
per gestire gli effetti di queste tre crisi sugli equilibri economico-finanziari
e politici. L’innovazione si rivelò di lunga prospettiva in quanto divenne, nel
suo formato di Capi di Stato e di Governo, il centro decisionale della Comunità,
legittimato in questa sua funzione con il Trattato di Lisbona del 2007.
Richiamo
l’attenzione su questa innovazione istituzionale perché accentrò la decisione
politica in un organo intergovernativo, e soprattutto perché la Comunità reagì
alle crisi economiche e ai conflitti geopolitici degli anni Settanta attraverso
una complessiva risposta di maggiore integrazione sia economica che
istituzionale, ciò che sarebbe di nuovo accaduto nella gestione della crisi
epocale del 1989 e di quella della
finanza globale del 2007.
Negli
anni Settanta-Ottanta, alle ripetute tempeste monetarie e agli scossoni che esse
provocavano al funzionamento del mercato comune, le élite europee risposero
ancora una volta con un di più di
integrazione che si tradusse, dopo le solite lunghe e tortuose trattative,
prima nello SME e poi nell’Atto Unico Europeo del 1986, base della costruzione
del mercato unico.
Gli
avvenimenti del 1989, con il successivo crollo dei regimi del ‘socialismo
reale’, misero a dura prova il peraltro solido rapporto tra Mitterand e Kohl,
perché il processo di unificazione tedesca risuscitò le paure di una nazione
tedesca così potente da autonomizzarsi dalla Comunità. Mitterand, Thatcher e
Andreotti cercarono di frenare l’unificazione tedesca fino a quando Kohl non si
impegnò, con il discorso di Parigi del 17 gennaio 1990, a costruire ‘la casa
tedesca sotto il tetto europeo’. Kohl ribadì la linea, propria dei governanti
tedeschi fin dall’epoca di Adenauer, di una Germania
europea, che pure, nel 1991 agì da sola nel decidere il riconoscimento
della Slovenia e della Croazia contro gli orientamenti della Comunità europea intenzionata a salvaguardare
la Iugoslavia come entità statale unitaria.
Lo
scopo di contenere la maggiore influenza della Germania unita, che avrebbe
potuto divenire più indipendente dai legami comunitari, non fu l’ultimo dei
motivi che portarono nel 1992 alla stesura di un nuovo Trattato, a Maastricht,
che gettò le fondamenta dell’Unione Europea con mercato e moneta unici. Con una
certa ironia Tommaso Padoa-Schioppa ha ricordato che fu una ‘astuzia della
storia’ a delineare obiettivi e struttura del Trattato di Maastricht dato che la
Thatcher, orientata al massimo del mercato e al minimo dello Stato, spianò la
via a un’unione monetaria senza unione fiscale. Così si ebbe un mercato interno
completamento integrato con una moneta unica insieme con una pluralità di autorità
fiscali decentrate, nella convinzione che i mercati finanziari e il divieto di
monetizzazione del debito pubblico sarebbero stati sufficienti a disciplinare
gli Stati nelle loro spese2. Quest’asimmetria avrebbe comportato
gravi problemi di gestione economico-finanziaria, come la crisi del 2007 avrebbe
palesato. In ogni caso il Trattato di Maastricht costruì la ‘corazzata’ della
moneta unica con ‘due nuove ancore’, come le chiamò sempre Padoa-Schioppa: la
stabilità dei prezzi e l’indipendenza della Banca centrale europea3.
Per
rendere più salde le ‘due ancore’ si approntarono nuovi strumenti di governance
economica: il braccio preventivo e quello correttivo del Patto di stabilità e
crescita del 1997, al fine di controllare i bilanci pubblici dei Paesi membri.
Fu
l’alleanza tra Francia e Germania a reggere il peso della nuova costruzione, e
ancora una volta la scelta fu più integrazione, a partire dall’economia, con il
rafforzamento a livello centrale della governance che in tappe successive si
veniva articolando intorno al Consiglio Europeo, alla Commissione, all’ECOFIN, alla
BCE, all’Eurogruppo. Il Parlamento europeo continuò a soffrire della sua
originaria diminutio: i Trattati di
Maastricht e Amsterdam rafforzarono il suo ruolo con la codecisione, non fu
tuttavia posto in grado di svolgere le funzioni di iniziativa legislativa, di
indirizzo politico e di controllo come nei classici regimi di democrazia
rappresentativa.
3.
Alla
crisi del 2007 l’UE ha reagito con interventi di natura economico-finanziari e
monetari tali da richiedere ulteriori radicali innovazioni istituzionali,
sempre voluti dal duo franco-tedesco, nelle persone di Sarkozy e Merkel. Nella
gestione degli interventi, ripeto e di politica economica e di natura
istituzionale, essi hanno agito di concerto nella definizione del Semestre
europeo e nella preparazione del Fiscal Compact e del MES, così come nel
sostegno agli interventi convenzionali e non-convenzionali della BCE. L’asse
Merkel-Sarkozy trovò la sua massima espressione nel Manifesto comune per le
elezioni europee del 2009, dal titolo Per
un’Europa che protegge, in cui si rivendicava la risposta alla crisi
bancaria e si preannunciavano le grandi scelte di riorganizzazione della
governance europea, intraprese a partire dall’ECOFIN del 7 settembre 2010. A
sottolineare i loro legami politici e personali, la Merkel giunse a schierarsi
attivamente a fianco di Sarkozy contro Hollande nelle elezioni presidenziali
del 2012, e nel febbraio del 2014 venne organizzato un pubblico incontro per
ricordare la sua stretta collaborazione con Sarkozy. Non per caso, dunque, con
Hollande la Germania della Cancelliera non sta trovando l’intesa profonda che
hanno caratterizzato i precedenti cicli di integrazione europea. Ciò è dovuto
anche alla politica di Hollande il quale, ripiegato sui problemi interni alla
Francia, è incapace di proporre una sua visione dell’evoluzione dell’UE. Tenta
dei ‘distinguo’ rispetto alle scelte di austerità della Germania, tuttavia al
pari di tutti gli altri ‘capi di Stato e di governo’ firma i patti che
obbligano alle politiche di austerità, come hanno notato Allegri e Bronzini4.
Alla
fine di agosto Hollande ha spinto alle dimissioni il ministro dell’Economia
Arnaud Montebourg, reo di aver criticato le politiche tedesche, sostituito con
Emmanuel Macron (ex banchiere della Rothschild), per allinearsi così al vangelo
della Merkel e di Draghi: consolidamento fiscale e riforme di struttura.
Della
strategia della Germania si suole dire che essa sia finalizzata a egemonizzare l’UE,
anzi a plasmare un’Europa tedesca: un
disegno di rafforzamento nazionale a spese degli altri Paesi membri. Non credo
che le cose stiano così, non tanto e non solo per le dichiarazione dei massimi
esponenti del governo tedesco a cominciare dalla Merkel, che, il 18 dicembre
2013, nel presentare la Große Koalition
disse: ‘la Germania sarà forte se anche l’Europa sarà forte. In un mondo
globalizzato, l’Europa è la nostra comune patria’; o di Wolfgang Schäuble, che
in un’intervista a la Repubblica ha
ripetuto di volere ‘un’Europa forte, non un’Europa tedesca’5. Le parole
dei politici servono spesso a manipolare la realtà o a nascondere le loro
intenzioni, questa volta però ci sono i fatti a suffragarle: il disegno è una
governance sovranazionale, disegno condiviso dalle classi dirigenti dell’intera
UE. Ed esso poggia su basi tanto politiche quanto economico-sociali. Il Rapporto
Towards a Genuine Economic and Monetary
Union del 25 giugno 2012, predisposto da Van Rompuy, Barroso, Draghi e Juncker,
esplicita l’obiettivo politico di un’unione sempre più stretta per consentire
una governance centralizzata in modo da garantire all’UE un ruolo da
protagonista nei mercati globali. Le trasformazioni politico-istituzionali – la
CECA, la Conferenza di Messina e il Trattato di Roma, il Consiglio Europeo,
l’Atto Singolo Europeo, il Trattato di Maastricht, il Semestre Europeo e la
preparazione del Fiscal Compact – sono state funzionali alle grandi innovazioni
economico-finanziarie – il mercato comune prima del carbone e dell’acciaio e
poi esteso all’insieme dei settori economici, il Serpente monetario e lo SME,
il mercato unico, l’euro e la BCE, infine la governance fiscale e bancaria
centralizzata a Bruxelles e a Francoforte. Tutte sono avvenute grazie all’intesa
tra la Germania e la Francia.
Dal
2012 i due paesi non sono più la leva dei processi di integrazione europea. Ciò
non è dovuto alla diversità delle famiglie politiche di Hollande e della
Merkel, perché nel passato governanti gollisti e conservatori francesi sono
stati alleati di cancellieri sia socialdemocratici sia cristiano-democratici. È
dovuto a una concezione diversa del ruolo dell’UE nel processo di
globalizzazione: Hollande chiuso ancora in una prospettiva di integrazione
delle nazioni, rispetto alla Merkel che vuole più integrazione sovranazionale,
soprattutto dell’Eurozona per renderla competitiva nei mercati mondiali.
Angela
Merkel è consapevole che in un mondo globalizzato l’UE debba funzionare come un
grande spazio economico continentale dove più efficiente è la divisione del
lavoro e più profittevoli sono gli scambi di mercato, e, per questo, sostiene una
prospettiva di politica economica e monetaria di sostegno alle catene produttive
sovranazionali. Hollande, su questo terreno, non può avventurarsi perché più
debole e meno competitivo è il tessuto economico francese, specialmente quello
industriale. Da qui nasce il suo atteggiamento riluttante e difensivo di fronte
all’operatività della Merkel che continua a promuovere e a guidare la
riorganizzazione della governance europea: prima il Semestre europeo, il Fiscal
Compact, il MES, e l’Unione bancaria, e ora il controllo centralizzato delle
riforme di struttura. Non è cinismo quello che guida il governo tedesco nel
chiedere disciplina fiscale e riforme del mercato del lavoro dei Paesi dell’Eurozona:
la prima serve per garantire la stabilità dell’euro necessaria per la sicurezza
degli scambi e degli investimenti; le riforme servono per contenere e
possibilmente abbassare il costo del lavoro dei settori produttivi legati alla
subfornitura dell’industria tedesca. Dunque il contenimento dei costi lungo
tutta le catene produttive – Est e Sud Europa – è un elemento cruciale per
mantenere bassi e concorrenziali i costi dei prodotti tedeschi che incorporano
beni intermedi provenienti dall’area europea. Hanno ben descritto questi
fenomeni Andrea Ginsburg e Annamaria Simonazzi parlando della capacità del
sistema industriale tedesco di utilizzare l’allargamento a Est con il decentramento di fasi di produzione,
accompagnato dalle riforme del mercato del lavoro che hanno reso possibile
flessibilità della forza lavoro, riduzione dei salari, e mini-jobs6.
Si potrebbe pensare, e molti commentatori lo pensano, che si stia ripetendo il
disegno del Groβraum tedesco di
tragica memoria. Di certo, nelle scelte della classe dirigente tedesca
sussistono elementi di egemonia, che provocano frizioni con gli altri paesi
europei suscitando proteste in nome della difesa delle economie nazionali. Non
sono però elementi determinanti. Si farebbe un grave errore di analisi e di
prospettiva politica se si accettasse la visione di una volontà unilaterale tedesca
nell’imporre le politiche di austerità e di riforme di struttura, e per questo
si ricorresse a difese nazionali e ‘sovraniste’ per contenerla. Basta seguire
con attenzione gli sviluppi e le strategie economiche di settori significativi
della borghesia industriale dei più importanti paesi europei per accorgersi che
non si tratta di un disegno egemone della Germania, si tratta di un processo di
integrazione produttiva che sorregge le scelte di politica economica e
istituzionale dell’insieme delle élite europee, politiche imprenditoriali e
tecnocratiche.
4.
Prendiamo
proprio il caso italiano. Si può facilmente constatare che i più dinamici
settori industriali sono strettamente integrati con quelli tedeschi, e
consapevolmente i suoi padroni e manager perseguono la costruzione di
piattaforme produttive europee. Scrive Paolo Bricco: ‘dall’introduzione
dell’euro i sistemi industriali di Italia e Germania si sono intrecciati sempre
di più. Il rallentamento dell’industria europea genera ombre sull’evoluzione di
questa dinamica, che però resta una tendenza strutturale’7. Certo, i
dati della produzione integrata Italia-Germania o del loro interscambio, non
sono tali da indicare un fenomeno generalizzato all’universo delle imprese, ma
sono tali da segnalare una tendenza di fondo in quanto coinvolgono le aree
regionali e i comparti industriali più dinamici del sistema italiano.
Da
una ricerca del servizio Studi di Intesa Sanpaolo, si scopre che in Germania le
1762 imprese partecipate da gruppi italiani occupano 97mila dipendenti,
fatturano 50 miliardi di euro che rappresenta circa il 2% del PIL tedesco. Le
imprese in Italia partecipate da gruppi tedeschi sono 1319, occupano 124mila
dipendenti e fatturano 73,2 miliardi di euro pari al 4,7% del PIL italiano. Le importazioni
italiane dalla Germania rappresentano il 15% del loro totale, e il flusso dei
beni verso la Germania è circa il 14%
delle esportazioni italiane. A che si devono questi flussi se non alla
tendenza a creare un sistema industriale sovranazionale a trazione tedesca? La
Germania è al centro di un sistema produttivo che si articola su scala europea,
e i cui costi di produzione non dipendono solo da quelli tedeschi ma anche da
quelli delle filiere produttive dei diversi paesi. Ancora Paolo Bricco scrive: “Nella
nuova geografia economica i flussi commerciali restano fondamentali, ma contano
molto anche l’intrecciarsi dei capitali (in questo caso equity di marca tedesca
in Italia e quello di marca italiana in Germania) e la co-generazione della
parte nobile delle global value chains:
quanto valore aggiunto di matrice italiana ho nell’export tedesco, e viceversa”.
Questo calcolo, elaborato da OECD e WTO (Made
in the World), dice che il valore aggiunto di origine italiana nell’export
di manufatti tedeschi è in media il 6%, raggiunge l’8% nei macchinari, il 9,5%
nel tessile, l’8% nei mezzi di trasporto e il 7,5% nell’edilizia. Si tenga a
mente che si sta parlando del solo comparto manifatturiero, dato che nei
servizi la Germania persevera in una politica di protezione, oggetto per questo
di critiche perfino da parte della Commissione. Si tenga, comunque, a mente che
quasi conclusa è l’integrazione del fondamentale settore dei servizi bancari
con sorveglianza e meccanismi di risoluzione unici, affidati alla BCE. Di
questo settore, vero cervello delle strategie capitalistiche (come ebbe a dire
Schumpeter), dove si crea la moneta attraverso l’erogazione di credito, non si
può più parlare di dimensione nazionale: le banche hanno una funzione
sovranazionale essendo esse, e non la BCE, a creare la più ampia quota della
base monetaria nell’eurozona, la cosiddetta moneta
endogena. E la moneta conta nell’economia capitalistica.
Tornando
al ‘manifatturiero’, Maurizio Marchesini, presidente della Confindustria
dell’Emilia-Romagna, immagina un sistema integrato tra l’industria italiana e
quella tedesca “perché la sfida oggi non è tra paesi europei ma con le altre
macroaree mondiali e pur nelle differenze Italia e Germania restano due protagoniste
del manifatturiero europeo, e hanno un obiettivo comune di riposizionamento sui
mercati globali”. Alberto Baban, vicepresidente della Confindustria, parla di
una prima piattaforma del made in Europe,
frutto dell’integrazione dei due sistemi, e Matthias Kramer, direttore
operativo della BDI propone un’azione di pressione su Bruxelles per potenziare
le filiere produttive dell’industria a partire dalle questioni della politica
energetica e del cambio euro-dollaro. La Deutsche Bank, grande protagonista nei
finanziamenti dell’industria, ha ben chiaro che il Sud della Germania unito al
Nord dell’Italia crea ‘un’unica zona, un’area manifatturiera di eccellenze e
gli imprenditori italiani e tedeschi vanno molto d’accordo’ come ha dichiarato
Flavio Valeri, suo Chief Country Officer in Italia8.
All’8°
Forum Economico Italo-Tedesco, tenutosi il 5 giugno 2014 a Milano, la Camera di
Commercio ha calcolato che sono coinvolte in rapporti commerciali 50mila
aziende tedesche e 40mila italiane. Ciò che voglio mettere in rilievo, sulla
base di questi elementi, è soprattutto il disegno strategico di settori
imprenditoriali come esplicitato dal Presidente della Confindustria
dell’Emilia-Romagna: con la globalizzazione, l’integrazione e la competizione
non sono più tra singoli paesi ma tra macroaree. Una macroarea è l’Unione
Europea costruita dalle borghesie delle imprese e della finanza, non più
nazionali: le borghesie dei paesi europei hanno acquisito un carattere
sovranazionale. Già solo per questo
attardarsi in ipotesi ‘sovraniste’ per contrastare l’UE è culturalmente
arretrato – dove sono più i mercati e gli Stati nazionali? – e politicamente
inefficaci – con le sole forze sociali nazionali, chiuse nei vecchi confini, si
può davvero contrastare il modo di produzione capitalistico
sovranazionale?
In
questo disegno di innalzamento permanente della competitività della macroarea
europea è pienamente coinvolto Mario Draghi, che da presidente della BCE ha
operato per mettere in sicurezza l’euro e il sistema bancario. Da convinto
sostenitore della linea di Angela Merkel, sta operando per consolidare i
bilanci pubblici e imponendo nei fatti politiche di ‘svalutazione interna’ con
l’abbattimento del costo del lavoro e di flessibilità del lavoro; ora sta attuando
l’unione bancaria in modo da riorganizzare e gestire su scala europea l’intero
sistema finanziario. Sulla prossima tappa dell’integrazione Merkel e Draghi
sono in perfetta sintonia: dopo l’unione fiscale e quella bancaria, è
all’ordine del giorno la governance comune delle riforme di strutture, quelle
necessarie per elevare la capacità concorrenziale dell’economia dell’UE rimuovendo
tutte le ‘rigidità’ dei mercati, innanzitutto di quello del lavoro. A Londra il
9 luglio 2014 nel commemorare Tommaso Padoa-Schioppa, Draghi ha detto: il “nostro
futuro è in una maggiore integrazione, non nella rinazionalizzazione delle
nostre economie”. Di questo discorso, che meriterebbe un ampio commento per la
vastità dei temi discussi, faccio rilevare l’insistenza sulla necessità di
realizzare sotto la regia dell’UE le riforme di struttura – oltre al mercato
del lavoro, la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, la realizzazione
delle grandi reti infrastrutturali europea, una comune politica energetica, il
nuovo trattato di libero scambio con gli USA. Che Draghi sia attivo per raggiungere
questi obiettivi risulta chiaro da tutti i suoi ultimi interventi. Nel suo
discorso al PE il 14 luglio, nel suo speech introduttivo della conferenza
stampa del 7 agosto, nella relazione tenuta a Jackson Hole il 22 agosto ha
battuto su due chiodi: il consolidamento fiscale con la governance centralizzata
delle politiche pubbliche, e la governance sovranazionale delle riforme di
struttura9.
La strategia di integrazione come risposta
alla Grande Recessione − attraverso l’unificazione sempre più stretta dei
mercati del lavoro, dei capitali, delle merci e dei servizi, attraverso le
filiere produttive europee e attraverso una sempre più consolidata governance
sovranazionale − è portata avanti dall’insieme delle élite europee e non solo
da quelle tedesche. E in questo quadro non è affatto azzardato parlare di un
nuovo asse tra Merkel e Draghi, tra la Cancelliera
del più potente dei Paesi membri e il Presidente della BCE, la più potente
istituzione dell’UE.
Franco Russo
NOTE
1. Mark Gilbert, European
Integration, New York 2012, p. 26;
2. Tommaso Padoa-Schioppa, The Road to Monetary Union in Europe, Oxford 1994, pp. 7 e 127;
3. Tommaso Padoa-Schioppa, The Euro and Its Central Bank, Cambridge and London 2004, p. 19;
4.
Giuseppe Allegri - Giuseppe Bronzini, Sogno
europeo o incubo, Roma 2014, pp. 75-76;
5.
la Repubblica, 18 luglio 2014;
6.
il manifesto, 20 giugno 2014;
7.
il Sole 24ore, 12 luglio 2014;
8.v.
il Sole 24ore, rispettivamente del 25
giugno e del 24 maggio 2014;
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