Non ci si stupisca: pubblichiamo di seguito un commento all'esito della direzione PD sul job act svoltasi ieri sera 29 Settembre scritto da quella vecchia volpe di Giuliano Cazzola, transitato dalla CGIL a Forza Italia per il tramite del sempiterno craxismo.
Lo pubblichiamo per l'acutezza delle argomentazioni e soprattutto per l'analisi che vi si svolge al riguardo delle precipitose ritirate di CGIL e sinistra PD di fronte al nulla, dal punto di vista delle novità in materia di tartassamento nelle condizioni materiali di vita e di lavoro nel nostro Paese.
Un nulla che insiste e persegue sulla disoccupazione di massa, lo sfruttamento della precarietà, l'incertezza della situazione di milioni e milioni di persone giovani e meno giovani, esodati, cassintegrati, pensionati al super-minimo (non quello degli antichi contratti dell'industria, beninteso).
Mentre il Presidente del Consiglio e Segretario del PD lavora a stretto contatto con Marchionne, CGIL e FIOM stanno preparando una bella passeggiata per le vie di Roma.
Serve subito qualcosa di diverso, di profondamente diverso: una opposizione di sistema, sociale e politica; la proposta di una alternativa.
Siamo in grave ritardo su questo.
Data la materia la conclusione può sembrare ironica ma: mettiamoci al lavoro!
Di Matteo
Renzi - come del suo Governo e della sua azione politica - si può
pensare tutto il male possibile. Chi scrive non appartiene certamente al
club degli estimatori che si sta riducendo giorno dopo giorno. Eppure,
un merito gli va riconosciuto: quello di indurre i propri avversari a un
arretramento precipitoso rispetto alle posizioni sostenute e difese con
ostinazione per decenni. Almeno in materia di lavoro.
È stato così in occasione del decreto
Poletti sui contratti a termine e l’apprendistato. La sinistra del Pd e
la Cgil hanno lasciato passare - soprattutto in tema di rapporto a tempo
determinato - una modifica che ha reso strutturale uno strumento di
flessibilità molto importante. In questi giorni, per quanto concerne le
norme sui licenziamenti, a partire dalla riunione della Direzione del
Pd, saranno avanzate controproposte (rispetto a quelle annunciate dal
premier) che fino a pochi mesi or sono sarebbero state respinte, con
sdegno, dai loro stessi autori. Analoghe considerazioni potrebbero
essere svolte a proposito delle “disponibilità” manifestate dalla Cgil.
In sostanza, agli oppositori interni di
Renzi e a Susanna Camusso basterebbe che la reintegra fosse ancora
prevista dopo un certo numero di anni di anzianità di servizio,
nell’ambito del percorso della tutela crescente. A prescindere dal
merito (invero discutibile), è indubbio riscontare delle novità in tale
posizione politica. Perché, allora, è divenuto all’improvviso possibile
confrontarsi (se il Governo lo volesse) su materie che fino a ieri erano
ritenute inderogabili, indisponibili e non negoziabili? Sono cambiati i
gruppi dirigenti sindacali? Vi è stata forse, in loro, una maturazione
notturna? Oppure gli esecutivi precedenti - anche quelli di centrodestra
- erano dei grandi “dissipatori di consenso”, incapaci di comprendere
che l’innovazione covava sotto la cenere se soltanto si fosse trovato il
coraggio di alimentarne la debole fiammella? O, più banalmente, Matteo
Renzi sta dimostrando una volta di più che la sinistra “conservatrice” e
la Cgil sono soltanto delle “tigri di carta”? È sufficiente sfidarle
per accorgersi che non ruggiscono, non graffiano e non mordono. E
pensare che - come nella favola - c’è voluto un ragazzotto toscano, un
po’ sbruffone, per dimostrare che il re era nudo.
Tutto ciò premesso, che dire delle
conclusioni della direzione del Pd? In verità, è difficile - se ci si
limita al merito - comprendere i motivi per cui quel partito si trova
sull’orlo di una spaccatura profonda. Matteo Renzi è uno che parla per
titoli e fa di tutto per mantenere delle “uscite di sicurezza”. Chi
scrive, quando ha sentito - dai telegiornali perché si rifiuta di
seguire il dibattito in diretta - le affermazioni di Renzi secondo cui
la reintegra sarebbe rimasta, non solo, come è pacifico e condiviso da
tutti, per il licenziamento discriminatorio o nullo, ma anche per quello
disciplinare (qui sta il vero problema), si è domandato: “Allora, cosa
cambia rispetto alla legge Fornero?”.