Con ogni
probabilità si è trattato una pura coincidenza: il Manifesto del 5 Settembre
ospita, infatti, due articoli apparentemente su argomenti diversi ma
coincidenti dal punto di vista dell’espressione di filosofia politica.
Eppure gli
argomenti appaiono del tutto lontani: in prima pagina Alberto Burgio, in
relazione alla vicenda del blocco dei contratti del pubblico impiego, afferma
“Ora sappiamo chi è Renzi”; nelle pagine culturali Maurizio Ricciardi
recensisce il testo di Luca Cobbe “Il governo dell’opinione. Politica e
Costituzione in David Hume”.
Un testo che
consente di ripercorrere la genesi della concezione ora dominante del
“soggetto” e del rapporto tra governanti e governati.
Nel testo si
nota che “nulla appare più sorprendente della facilità con cui la maggioranza è
governata da una minoranza e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini
rinunziano ai propri sentimenti e alle proprie passioni a favore di quelle di
chi governa”.
Questa
subordinazione appare a Hume ancora più singolare a fronte dell’evidente
possibilità dei governati di fare ricorso in ogni momento alla forza del loro
numero.
E invece
obbediscono.
Nello stesso
tempo nel suo articolo Burgio pone un problema classico: sa il popolo
giudicare? O forse ama essere irriso, deriso, abbandonato?
Si tratta
del tema di grande attualità relativo alla trasformazione del concetto di
rappresentanza e azione politica avvenuto nell’ultimo decennio, a seguito
dell’implosione del sistema fondato su grandi partiti di massa, sul ruolo dei
soggetti sociali intermedi, sulla centralità del Parlamento e – di conseguenza
– dei consessi elettivi locali.
Si è
trattato del decennio della piena affermazione della personalizzazione della
politica, dell’affermazione dell’idea della governabilità quale suo fine
esaustivo, del primato dell’apparire in luogo dell’essere, del dominio
dell’intreccio tra i diversi primati dell’economia e della comunicazione capaci
assieme di distogliere l’opinione pubblica dalla possibilità di giudicare
effettivamente l’azione politica dei governanti cancellando di fatto il
formarsi di un’opinione pubblica “plurale”.
Si è così
verificato un passaggio epocale: dalla democrazia dell’opinione pubblica (di
tipica matrice liberale) alla cosiddetta “democrazia del pubblico”: laddove
come “pubblico” s’intendono spettatori più o meno vocianti posti nella
condizione di suffragare semplicemente il dominio dei potenti.
Dominio già
stabilito e consolidato attraverso il formarsi e lo strutturarsi di un blocco
di potere che gestisce in esclusiva attraverso un “pensiero unico” la gestione
del ciclo capitalistico.
Renzi e il
suo “cerchio magico” nascono da qui, quale espressione di un ruolo da
“gestori”: non c’era, insomma, nulla da scoprire.
Il
meccanismo su cui si è basato l’avvento al potere di questo governo è stato
quello dell’imporre una pratica di autodisciplinamento sviluppato in modo
consentire a un governo di esistere per limitare la libertà: l’esercizio del
potere che racchiude, alla fine, la tensione fra forze diverse per limitare la
libertà dei singoli.
Una
trasformazione radicale della democrazia costituzionale che andrà ben oltre
l’esistere e/o il resistere del governo Renzi e lo stesso processo di riforme
costituzionali e istituzionali ma assumerà una dimensione e una forma
effettivamente strutturali.
L’ipotesi di
opposizione politica che è necessario mettere in piedi rinnovando radicalmente
la rappresentanza politica della sinistra d’alternativa deve principiare
proprio da una riflessione sull’argomento fondamentale del mutamento nelle
forme dell’esercizio della rappresentanza politica.
Senza un passaggio di questo tipo, di piena
consapevolezza della realtà che ci si trova davvero di fronte si resterà sempre
e comunque minoritari e subalterni com’è avvenuto per l’intera fase di
trasformazione dei metodi e delle finalità dell’agire politico avvenute in
questo periodo e che, in fondo, Hume
descriveva già benissimo due secoli fa attraverso l’espressione di un
pessimismo che ci richiama, oggi, all’esigenza di una espressione di volontà e
di determinazione della quale può essere espressione collettiva soltanto un
adeguato soggetto politico.
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