La storia non è finita
La rappresentazione prevalente del Novecento appiattisce e
condensa tutti gli eventi del secolo in un processo al contempo catastrofico e
liberatorio sfociante nel crollo del 1989.
Secondo tale narrazione l’Europa novecentesca è stata l’epicentro
principale del teatro della guerra mondiale che, scoppiata come conflitto
militare per decidere a quale potenza statale toccasse il dominio sul mondo,
per effetto della rivoluzione russo-bolscevica si è trasformata in una
prolungata guerra civile mondiale tra capitalismo e comunismo, tra due sistemi
opposti sul piano politico, economico, ideologico.
La lotta tra i due contendenti è sfociata in una sconfitta
apparentemente definitiva, quella del comunismo sulla quale si sono innestate
le teorie della “fine della storia”.
I critici di questo esito, spesso eredi dei “comunisti
critici”, sostengono che le attese miracolistiche nel mercato autoregolantesi e
nell’innovazione tecnologica non hanno fatto altro che riprodurre e alimentare
le cause della crisi, stando alla base del gigantesco processo di finanziarizzazione
speculativa dell’economia verificatosi a livello globale i cui effetti, a causa
della ferocia nella gestione capitalistica del ciclo, si stanno esprimendo con
grandissima forza sulla realtà delle condizioni materiali delle classi
lavoratrici, mentre nello stesso tempo si sta sviluppando l’assalto alle
condizioni climatiche del pianeta, arrivate al punto tale da mettere in
discussione la stessa sopravvivenza dell’umanità nel giro di pochi anni: condizione
dettate da un’élite minoritaria che tiene completamente sotto controllo la
nostra economia, i nostri processi di decisione politica e la maggior parte dei
mezzi di comunicazione come scrive oggi, 21 Settembre, Naomi Klein sulle
colonne del “Manifesto”.
La vittoria senza argini del capitalismo sembra così riprodurre
e rinnovare le motivazioni pratiche e ideali che hanno alimentato il comunismo
novecentesco, e al di là di esso molti altri movimenti e posizioni politiche e
ideologiche.
La storia non è finita: la democrazia, lungi dal
generalizzarsi (nonostante i tentativi di esportarla “sulla punta delle
baionette”) si svuota di contenuto anche nei paesi che l’hanno tenuta a
battesimo, le enormi diseguaglianze economiche di cui scrive Thomas Piketty nel
suo “Capitalismo del XXI secolo”, cambiano forma ma aumentano, l’esibizione
delle ricchezze e le tragedie della fame convivono nello spettacolo quotidiano
inscenato dai media, la criminalità e l’illegalità avanzano di slancio in un
paesaggio sociale desolato.
Si è cercato di condensare in queste poche righe le ragioni
profonde dell’attualità delle idee di eguaglianza, solidarietà e riscatto
sociale che stanno alla base di un’esigenza profonda di rinnovamento e di
rilancio di un’identità comunista, per certi versi inedita, ma strettamente
connessa e intrecciata con il corso della storia del movimento operaio.
L’Italia, sotto quest’aspetto, non è un paese marginale: ma
anzi presenta elementi sotto l’aspetto del portato teorico e politico dai quali
poter ripartire per rilanciare questa “attualità del comunismo” che rappresenta
la ragione per la quale questo breve testo è stato scritto.
Esiste e può persistere, sotto quest’aspetto, un “caso
italiano” che naturalmente deve essere inquadrato all’interno delle due assi
fondamentali di riferimento per un possibile movimento comunista a tutti i
livelli: la lotta di classe e l’internazionalismo.
Il punto di partenza non potrà che essere, almeno a mio
giudizio, il “genoma Gramsci”.
Le potenzialità de pensiero gramsciano, in una dimensione
decisamente post-nazionale, possono essere riscoperte in un contesto totalmente
mutato, proprio quando non esistono più i referenti politici all’interno dei
quali si era sviluppata la sua primitiva elaborazione.
Anzi proprio il pensiero gramsciano può essere utilizzato
per costruire nuove soggettività politiche poste all’altezza dello scontro i
cui termini si è cercato di individuare nella prima parte di questo testo.
Quel “genoma Gramsci” lucidamente individuato da Lucio Magri
nel suo “sarto di Ulm” tentando di raggiungere un grado di autonomia teorica
posto proprio sul piano del riferimento alla storia della sinistra comunista
italiana: da Gramsci a Ingrao, dal Manifesto al sindacato dei consigli.
Storia della sinistra comunista italiana che fu bruscamente
interrotta al seminario di Arco (modifico, in questo, un mio giudizio di allora
alla luce dei fati di oggi: quella storia non finì, ma fu interrotta).
Scaturì da Arco un’ipotesi di Rifondazione Comunista del
tutto inadeguata, come abbiamo ben visto, al riguardo della prospettiva
politica futura.
Un’inadeguatezza sancita non tanto e non solo
dall’incapacità di risolvere il dilemma: governo o opposizione (tradotto
nell’incapacità di scegliere tra autonomie e subalternità) ma soprattutto per
due scelte tragicamente sbagliate che hanno segnato irrimediabilmente il
destino di questa formazione: l’accettazione del modello maggioritario –
presidenzialista (fino al limite, esploso in Sel dell’adozione del modello di
partito “personale – elettorale”) e la confusione tra autonomia del politico e
movimentismo: una confusione che ha avuto, nel ruolo ricoperto da Rifondazione
Comunista nell’occasione del G8 di Genova nel 2001, il suo punto di vera e
propria rottura.
Un’inadeguatezza complessiva che ha portato a una sorta di isterilimento
politicista che ha coinvolto tutta l’area della sinistra alternativa
contagiando anche quei settori che pure, in quest’ultima fase, stanno cercando
di muoversi per definire un itinerario di possibile ricostruzione sul piano
politico.
La richiesta che s’intende avanzare in quest’occasione è
molto semplice da far emergere quanto complessa da attuare: si tratta di
mettere in moto un processo di costruzione dei quadri, all’interno del quale
emerga uno spazio chiaro d’indirizzo verso la storia e la realtà della sinistra
comunista in Italia.
Senza concessioni a diversi “ismi” principiando da
economicismo e movimentismo, ma avviando un lavoro serio di costruzione di
ricerca storica e d’identità.
Ciò non potrà avvenire senza che, in contemporanea, non sarà
messo in moto un processo di costruzione di una soggettività politica
organizzata: un Partito Comunista rivolto verso il futuro, verso le necessità
di sintesi e di proposta politica delle lotte sociali in corso e non rivolto a
recuperare spezzoni di un passato ormai superato.
Dal rinnovamento della presenza dei comunisti in un Paese
come l’Italia può nascere una possibilità di riannodare fili di percorsi che
forse più di altri hanno qualcosa da dire al tempo presente e al futuro
imprevedibile che ci attende: tenuto conto che, nell’articolazione estrema del
quadro internazionale con specifica urgenza di quello europeo, ci troviamo di
nuovo di fronte a un “caso italiano” all’interno del quale appare decisiva e
prioritaria la questione della rappresentanza democratica.
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