Caro Fausto,
con te mi
lega una lunga (e affettuosa) militanza
nella CGIL di Torino: tu Segretario della CGIL, io prima operaio alla
FIAT, poi funzionario della FIOM alla FIAT Mirafiori. Così come l’appartenenza
allo steso partito: il PCI Torinese.
Ho avuto
modo di sentire la tua ultima intervista dove, con molto coraggio, tu dici che
come comunisti abbiamo sbagliato (quasi tutto) e dove nel contempo rivaluti il
pensiero e la pratica liberale.
Parlo per
me: prima di iscrivermi al PCI (nel 1966) avevo avuto modo di leggere “Buio a
mezzogiorno” di Arthur Koestler e la “Fattoria degli animali” di George Orwell
(era un opuscolo illustrato). Chi mi ha iscritto era un compagno che avevo
conosciuto in FIAT (diventai suo “socio” di lavoro). Era questi un ex
partigiano che insieme a pochi altri, aveva “tenuto botta” per tutti gli anni
’50 e ’60, aspettando il ’68 e ’69. Mi intrigò di più la storia e l’esperienza
di questi compagni che non i libri che avevo letto: da lui accettai la mia
iscrizione al PCI.
Nei primi
anni ’70 mi ricordo di una polemica aspra che andavo facendo con te e altri
compagni del sindacato e del PCI (quasi tutti dirigenti) sulla teorizzazione
“dell’operaio massa”. Quale operaio massa? chiedevo. Io di Massa ne conosco
due: Massa Attilio delle Presse e Massa Giuseppe della Carrozzeria. Era una mia
polemica contro le facili (e strumentali) generalizzazioni. Chi mi dava ragione
era Ivar Oddone il quale così argomentava: “l’operaio massa è un altro modo di
intendere gli operai, per il padrone sono dei gorilla da addestrare per la
produzione (la rabble ipothesys), per una certa sinistra sono dei gorilla da
redimere per la rivoluzione, quale rivoluzione? Quella dei redentori,
ovviamente!” e l’operaio? sempre gorilla rimaneva! quanta ragione aveva!
A proposito
del pensiero e dell’azione dei liberali, mi viene in mente il “Manifesto del
partito comunista” quello di Marx ed Engels, che è un inno alla borghesia
(rivoluzionaria), ergo al pensiero che la sosteneva: il liberalesimo.
Sul finire
degli anni ’70 e negli anni ’80 mi capitò di andare diverse volte nei paesi
dell’Est. Per il sindacato andai in URSS per quasi un mese. E in questi viaggi
ebbi la conferma che questi regimi non erano riformabili (cosa per la quale ero
ormai convinto dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968) e dopo il
fallimento della “Riforma Kossighin” nel 1966, nell’URSS.
Visitai
parecchie aziende e con mia sorpresa (negativa) notai il compromesso che teneva
in piedi la baracca: “io non rompo le
balle a te, tu dai a me il tuo consenso”, un po’ alla maniera che in Italia
la DC esercitava il suo consenso (specie nella pubblica amministrazione), per
cui il Partito Comunista dell’URSS somigliava parecchio alla nostra Democrazia
Cristiana. In fondo, in fondo il regime “comunista” stava in piedi sulla scorta
di 3 P: Poca produttività, Poco salario, Pochi consumi e con tre poco chi
accontentava: gli individui mediocri, quelli che si accontentano, la gente
pigra. Gli individui più curiosi, i più intraprendenti erravano continuamente
da un’azienda all’altra alla ricerca di posti di lavoro dove l’autoritarismo e
il paternalismo fosse al minimo e dove ci fossero le occasioni di welfare
aziendale migliori.
È vero, non
era dappertutto così. Nelle aziende dove si producevano armamenti, c’era lì
concentrato il massimo della esperienza operaia, della tecnica e del meglio
della scienza. Quel tanto che i “prodotti” facevano la punta a quelli
americani! e questo fin dalla nascita dell’URSS. Un bel paradosso: una società
nata contro e per far finire la guerra che primeggia nella produzione di
strumenti di morte!
Il nodo della “continuità”. Riporto le cose scritte
nel libro di A. Minucci (La crisi generale tra economia e politica, Ed. Voland
Srl) è il capitolo V° che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel senso
di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni “socialiste” nel
20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in embrione il
“socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era in Cina?
Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito Comunista Cinese
è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere capitalista con annesso
sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe masse e tutto l’armamentario
tipico della fase di costruzione del capitalismo... del tutto opposta
la storia della borghesia, la quale prima di arrivare a tagliare le teste di
nobili e clero (nel 1789) si era insediata in tutta la società di allora.
Veniamo a
noi, in Italia. Contraddizioni: il PSI nella dottrina non era statalista, nella
pratica avviò (con il primo centrosinistra) tutta una serie di
nazionalizzazioni, da quella dell’energia elettrica, ad altre.
Il PCI nella
dottrina era statalista, nella pratica divenne “localista”: assieme ai
socialisti nei decenni dopo la Liberazione avviò un vera e propria
civilizzazione nei territori dove questi avevano la maggioranza dei voti. E
quasi sempre con i “bilanci in rosso”: per fare investimenti, ecc.
Negli anni
’70 specie nelle grandi fabbriche del nord, sulla scorta delle conquiste del
’68 e del ’69 in merito ai Delegati e ai Consigli di Fabbrica, si andò ad una
prima sperimentazione di superamento da una parte del “leninismo” (vedi come ti
“educo il pupo”) e dall’altra della sola “democrazia delle opinioni” (di marca
liberale), per approdare invece alla “democrazia cognitiva” = la validazione
consensuale.
Caro Fausto,
non voglio tediarti oltre. Mi pare di aver messo i piedi nel piatto (così come
hai fatto pure tu). A te il compito di verificare la distanza tra le tue e le
mie tesi. È vero bisogna avere a mente “l’individuo” come del resto era il
portato della migliore CISL degli anni ’70 (la FIM) e da cui imparammo molto
tutti quanti.
Mi pare che
una “ri-partenza” sia possibile se la nostra autocritica si fonda non solo
sulle questioni generali (e un po’ generiche), ma se sa stare nella nostra
esperienza concreta. Alcune riflessioni:
1. Nelle aziende: a) una sfida innanzi
tutto a noi stessi: coniugare Maggiore Produttività a Maggiore Democrazia – b)
andare oltre il “guardiano del 133 di rendimento” o superare l’esperienza dei
Delegati come “bravi poliziotti” (a servizio dei lavoratori, ovviamente) e
pensare alla progettazione della “carriera dell’operaio” contro la logica
“dell’ascensore sociale” che lascia il lavoro così com’è agli sfigati di turno
(vedi i migranti). E occorre rivendicare di essere sfruttati molto, ma molto di
più NEL CERVELLAO E NON NEI SOLI MUSCOLI come i cavalli!
2. Nella società: riconoscere che
esistono degli “esperti” sia tecnici che “grezzi” che sono portatori di una
“mappa e di un piano”. Una volta questi erano ben presenti nelle formazioni
politiche di massa (dalla DC, al PSI e maggiormente nel PCI). Senza il recupero
di queste competenze, di questo saper fare diffuso credo proprio che non si va da
nessuna parte.
3. Occorre andare alla produzione di un
archivio di tutte le esperienze “esemplari” sia di aziende che di
amministrazioni locali per poterle socializzare, per farle diventare “ordine
morale per il rimanente dei cittadini” (vedi Gramsci quando dice che questa è
“fare rivoluzione”: socializzare il meglio delle esperienze) e non attardarsi a
“mettere continuamente il lievito sulla merda” (come ben mi diceva Emilio Pugno
già nel 1970).
4. Ergo: occorre allora in ogni
territori dato andare alla produzione di archivi contenenti nomi e cognomi di
questi “esperti” per avere con loro un approccio positivo.
5. Domanda? C’è un soggetto
politico/sindacale adatto a questa bisogna? Ovvero io vado in cerca (a 72
anni!) di soggetti che vogliano ancora rimettersi in gioco su queste questioni.
Un
abbraccio. Gianni Marchetto
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