giovedì 18 settembre 2014

Il nuovo jihadismo dello Stato islamico (da Internazionale 1069) Autore: Manuel Castells (per il tramite di Mimmo Filippi)



Il discorso con cui Barack Obama ha dichiarato guerra allo Stato islamico è arrivato a ridosso dell’11 settembre, dopo una campagna di propaganda bellicista dei mezzi d’informazione che ha spinto l’opinione pubblica statunitense e il congresso ad appoggiare un’azione militare, a patto che non preveda l’invio di truppe sul terreno. Questa precisazione solleva diversi dubbi sulla strategia adottata. L’idea è quella di indebolire lo Stato islamico con bombardamenti guidati da droni e satelliti per appoggiare l’esercito iracheno e i peshmerga curdi, a cui si aggiungerebbe la resistenza siriana moderata. 
 
La contromossa dello Stato islamico è prevedibile: abbandonare gli spazi aperti del deserto e portare la guerra nelle città già occupate e in quelle che intende occupare, compresa Baghdad. I jihadisti sanno benissimo che Obama non può fare come gli israeliani a Gaza, che hanno ucciso migliaia di civili con i “bombardamenti chirurgici”, anche perché Washington ha bisogno del sostegno del mondo arabo. Questo significa che il grosso delle operazioni sarà affidato alle “forze alleate”.
Obama può contare sui motivati e organizzati peshmerga curdi, che devono difendere il loro popolo e vogliono conquistare l’appoggio della comunità internazionale alla loro indipendenza. Ma l’esercito iracheno, diviso, demoralizzato, guidato da ufficiali corrotti e minato dalla tensione tra sciiti e sunniti, non potrà fare molto di più che occupare i territori ripuliti dai bombardieri. Per non parlare del debole e inaffidabile governo iracheno, unificato solo grazie alle pressioni statunitensi.
Obama è consapevole del problema, per questo il suo obiettivo principale è tagliare i rifornimenti di denaro e armi allo Stato islamico, contenendo i jihadisti all’interno del territorio che occupano ed evitando che arrivino negli Stati Uniti e in Europa. Perché questo è il nocciolo della questione: il nuovo tipo di jihad incarnato dallo Stato islamico. Non siamo di fronte a un movimento jihadista tradizionale. Il jihad è una “lotta in difesa dell’islam” che può essere pacifica o violenta, politica o rivoluzionaria, offensiva o difensiva a seconda della storia e della geograia.
Questo non è un movimento islamico contro l’Occidente, ma quello di una parte del mondo sunnita contro gli sciiti e le altre religioni, per creare uno stato teocratico sunnita. Per riuscirci deve liberare i territori islamici dal dominio occidentale. L’Iran, il governo sciita iracheno e quello di Assad in Siria e Hezbollah in Libano sono i principali nemici del movimento. L’opposizione agli Stati Uniti serve allo Stato islamico per proclamarsi difensore dell’Islam, ma il suo vero obiettivo è creare un movimento sunnita che poggi su uno stato con un suo territorio, attraverso la penetrazione delle comunità musulmane in tutto il mondo e in particolare in Europa e Stati Uniti.
Al Qaeda aveva la stessa missione, ma non ha mai potuto realizzarla su larga scala. Lo Stato islamico ci sta riuscendo, anche grazie all’effetto moltiplicatore dei social network e di internet. I quadri di Al Qaeda erano arabi mediorientali. Nello Stato islamico invece gli iracheni controllano i posti di comando, ma tra i militanti ci sono anche giovani di vari paesi con passaporti validi, che possono spostarsi liberamente mantenendo la clandestinità per cercare la morte nei campi di battaglia o nei loro paesi d’origine.
Affrontare questa minaccia potrebbe provocare una catastrofe politica in Europa, perché non si tratta solo di controllare i miliziani che possono tornare a casa, dato che la maggior parte di loro rischia di essere uccisa, ma soprattutto di prevenire le azioni di quelli che restano in Europa. Se per scongiurare questo pericolo cominceremo a perseguitare e sorvegliare le comunità musulmane, a spiare le moschee e a diffidare di qualsiasi segno di religiosità, creeremo le condizioni per la diffusione dell’estremismo. Ogni ordinanza contro l’uso del burqa è un seme del proselitismo islamista radicale. Dobbiamo scegliere tra una politica di piena integrazione e tolleranza di tutte le religioni e ideologie e la creazione di uno stato d’assedio interno che, date le dimensioni della popolazione musulmana non immigrata, porterebbe a una israelizzazione delle nostre società, cioè al terrore permanente e alla militarizzazione della vita quotidiana. È questa la sfida che lo Stato islamico sta lanciando al mondo. Barbarie senza freni contro i suoi nemici, disponibilità al martirio e possibilità di espressione violenta per migliaia di giovani discriminati e frustrati.
Dietro tutto questo ci sono probabilmente le élite sunnite della penisola arabica, che finanziano i guerrieri dell’Islam mantenendo contatti ambigui con le monarchie e gli emiri della regione. Anche queste élite sono impegnate da secoli in una guerra di religione contro i nemici sciiti, e questa è la parte della strategia statunitense che Obama non ha potuto rivelare. Ci avviciniamo al momento della verità nel confronto tra l’Occidente e i guardiani del “nostro” petrolio, che sono anche i guardiani dei luoghi sacri dell’islam. as

Manuel Castells è un sociologo spagnolo che insegna all’University of Southern California. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è “Reti di indignazione e speranza”. (Università Bocconi editore 2012).

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