Il
discorso con cui Barack Obama ha dichiarato guerra allo Stato islamico è
arrivato a ridosso dell’11 settembre, dopo una campagna di propaganda bellicista
dei mezzi d’informazione che ha spinto l’opinione pubblica statunitense e il
congresso ad appoggiare un’azione militare, a patto che non preveda l’invio di
truppe sul terreno. Questa precisazione solleva diversi dubbi sulla strategia adottata.
L’idea è quella di indebolire lo Stato islamico con bombardamenti guidati da
droni e satelliti per appoggiare l’esercito iracheno e i peshmerga curdi, a cui
si aggiungerebbe la resistenza siriana moderata.
La
contromossa dello Stato islamico è prevedibile: abbandonare gli spazi aperti
del deserto e portare la guerra nelle città già occupate e in quelle che
intende occupare, compresa Baghdad. I jihadisti sanno benissimo che Obama non
può fare come gli israeliani a Gaza, che hanno ucciso migliaia di civili con i
“bombardamenti chirurgici”, anche perché Washington ha bisogno del sostegno del
mondo arabo. Questo significa che il grosso delle operazioni sarà affidato alle
“forze alleate”.
Obama
può contare sui motivati e organizzati peshmerga curdi, che devono difendere il
loro popolo e vogliono conquistare l’appoggio della comunità internazionale
alla loro indipendenza. Ma l’esercito iracheno, diviso, demoralizzato, guidato
da ufficiali corrotti e minato dalla tensione tra sciiti e sunniti, non potrà
fare molto di più che occupare i territori ripuliti dai bombardieri. Per non
parlare del debole e inaffidabile governo iracheno, unificato solo grazie alle pressioni
statunitensi.
Obama
è consapevole del problema, per questo il suo obiettivo principale è tagliare i
rifornimenti di denaro e armi allo Stato islamico, contenendo i jihadisti all’interno
del territorio che occupano ed evitando che arrivino negli Stati Uniti e in
Europa. Perché questo è il nocciolo della questione: il nuovo tipo di jihad incarnato dallo Stato islamico.
Non siamo di fronte a un movimento jihadista tradizionale. Il jihad è una
“lotta in difesa dell’islam” che può essere pacifica o violenta, politica o
rivoluzionaria, offensiva o difensiva a seconda della storia e della geograia.
Questo
non è un movimento islamico contro l’Occidente, ma quello di una parte del
mondo sunnita contro gli sciiti e le altre religioni, per creare uno stato
teocratico sunnita. Per riuscirci deve liberare i territori islamici dal
dominio occidentale. L’Iran, il governo sciita iracheno e quello di Assad in
Siria e Hezbollah in Libano sono i principali nemici del movimento.
L’opposizione agli Stati Uniti serve allo Stato islamico per proclamarsi difensore
dell’Islam, ma il suo vero obiettivo è creare un movimento sunnita che poggi su
uno stato con un suo territorio, attraverso la penetrazione delle comunità musulmane
in tutto il mondo e in particolare in Europa e Stati Uniti.
Al
Qaeda aveva la stessa missione, ma non ha mai potuto realizzarla su larga
scala. Lo Stato islamico ci sta riuscendo, anche grazie all’effetto
moltiplicatore dei social network e di internet. I quadri di Al Qaeda erano arabi
mediorientali. Nello Stato islamico invece gli iracheni controllano i posti di
comando, ma tra i militanti ci sono anche giovani di vari paesi con passaporti
validi, che possono spostarsi liberamente mantenendo la clandestinità per
cercare la morte nei campi di battaglia o nei loro paesi d’origine.
Affrontare
questa minaccia potrebbe provocare una catastrofe politica in Europa, perché non
si tratta solo di controllare i miliziani che possono tornare a casa, dato che
la maggior parte di loro rischia di essere uccisa, ma soprattutto di prevenire
le azioni di quelli che restano in Europa. Se per scongiurare questo pericolo
cominceremo a perseguitare e sorvegliare le comunità musulmane, a spiare le
moschee e a diffidare di qualsiasi segno di religiosità, creeremo le condizioni
per la diffusione dell’estremismo. Ogni ordinanza contro l’uso del burqa è un
seme del proselitismo islamista radicale. Dobbiamo scegliere tra una politica
di piena integrazione e tolleranza di tutte le religioni e ideologie e la creazione
di uno stato d’assedio interno che, date le dimensioni della popolazione
musulmana non immigrata, porterebbe a una israelizzazione delle nostre società,
cioè al terrore permanente e alla militarizzazione della vita quotidiana. È
questa la sfida che lo Stato islamico sta lanciando al mondo. Barbarie senza
freni contro i suoi nemici, disponibilità al martirio e possibilità di espressione
violenta per migliaia di giovani discriminati e frustrati.
Dietro
tutto questo ci sono probabilmente le élite sunnite della penisola arabica, che
finanziano i guerrieri dell’Islam mantenendo contatti ambigui con le monarchie e
gli emiri della regione. Anche queste élite sono impegnate da secoli in una
guerra di religione contro i nemici sciiti, e questa è la parte della strategia
statunitense che Obama non ha potuto rivelare. Ci avviciniamo al momento della
verità nel confronto tra l’Occidente e i guardiani del “nostro” petrolio, che
sono anche i guardiani dei luoghi sacri dell’islam. as
Manuel Castells
è un sociologo spagnolo che insegna all’University of Southern California. Il
suo ultimo libro pubblicato in Italia è “Reti
di indignazione e speranza”. (Università Bocconi editore 2012).
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