Le celebrazioni ufficiali cercheranno di obliare il
significato vero che, quest’anno, la celebrazione del 2 Giugno dovrebbe
assumere: un momento di riflessione sul significato che quell’avvenimento, la
nascita della Repubblica, assunse come punto di partenza per l’acquisizione di
una nuova cittadinanza per tutti gli italiani fondata sulla pienezza della
democrazia.
Un significato profondo che si pone oggettivamente in
radicale contrastato con la svolta autoritaria che si sta realizzando
attraverso quelle riforme costituzionali che si stanno progettando e con una legge elettorale che può essere giudicata
sul serio come “liberticida”.
Riforme costituzionali fondate su tre punti: quello di una
visione di tipo presidenzialista, di esaltazione esasperata della
personalizzazione della politica, di centralità nel ruolo del governo portata
fino al punto d cancellare il ruolo del Parlamento che non soltanto applicano
nel concreto il dettato del documento di “Rinascita Nazionale” redatto da Licio
Gelli per conto della P2 nel 1975, ma formalizzerebbero anche quella sorta di “Costituzione
Materiale” che ha portato, nel corso di questi ultimi anni, a un effettivo
restringimento della vita democratica, con la sparizione dei partiti politici
nel loro ruolo storico di rappresentanza e di sintesi delle istanze sociali e
con il tentativo, in atto e in stato di significativo avanzamento di
marginalizzazione dei corpi intermedi e di ogni forma di rappresentanza
sociali.
Lo scopo è quello di attuare il modello del “Capo che parla
direttamente al popolo” e del cosiddetto “Uomo solo al comando”. Da Gelli a Carl
Schmitt, tanto per intenderci.
E’ il caso allora di entrare nel merito del significato profondo
di ciò che accadde il 2 Giugno 1946, snodo decisivo della nostra vita
democratica punto conclusivo della Resistenza e di principio per il progetto
della Costituzione.
La nascita della Repubblica Italiana ha rappresentato un
evento preciso e datato, e occorre studiarlo come momento di una scelta
affidata direttamente agli elettori, dopo lunghi anni in cui non avevano
esercitato il diritto di voto.
La valutazione circa il valore della scelta referendaria va
quindi inserita, oggi a quasi settant’anni di distanza, in un contesto ampio
dando maggior rilievo di quanto non ne sia stato dato in precedenza agli
aspetti istituzionali legati allo strumento usato, il referendum appunto, con
il quale la scelta fu fatta e dall'altro al fatto stesso del coinvolgimento in
prima persona dei cittadini italiani.
Non si dimentichi che le donne per la prima volta nel 1946
partecipano alle elezioni politiche e sono chiamate con un primo voto a
giudicare il re: in quel voto furono investite, da entrambe le parti, grandi
cariche emotive popolari che non possono essere trascurate per una comprensione
storica del fatto.
E' cresciuta nel corso degli anni l'attenzione al vissuto
degli italiani negli anni della nascita della Repubblica, alle loro condizioni
di vita sociale ed economica ed è cresciuta anche l'attenzione verso i
"vinti" (spesso nella deteriore dimensione del "revisionismo
storico" che pure va analizzato come fenomeno sociale e culturale). Un’attenzione
rivolta verso coloro che non si riconobbero spontaneamente nel nuovo ordine, ai
monarchici, a coloro che avevano aderito alla Repubblica sociale, ai tanti che
non si sentivano rappresentati dai partiti del CLN.
Una storia ricostruita con questa sensibilità non può
ignorarli anche perché nella scelta referendaria il loro peso fu immediato e rilevante.
Ma accenniamo, anzitutto, agli aspetti istituzionali delle
scelta del 2 Giugno 1946, perché fu proprio che attraverso la scelta del
Referendum l’Italia voltò pagina davvero senza alcuna possibilità di una sorta
di “ripresa di continuità” con l’Italia dei notabili liberali pre-fascisti.
La Repubblica è dunque nata in Italia a seguito di un referendum,
con uno strumento per sua natura bipolare.
Forse la predominante attenzione, in molte ricostruzioni,
alla "consociazione" come elemento caratterizzante del sistema
politico italiano, ha reso meno sensibili storici e analisti politici al
momento fortemente bipolare rappresentato dal referendum istituzionale.
Ma, paradossalmente, questa scelta bipolare, in cui una
parte ha perso e l'altra ha vinto senza possibilità di compromessi, è stata il
frutto di un compromesso dell'Italia Repubblicana con l'Italia monarchica.
Il referendum servì a non far esplodere il contrasto sulla
questione istituzionale nei partiti centrali dello schieramento politico e, in
particolare nella DC, che raccoglieva voti di monarchici e di repubblicani.
Sui motivi che spinsero De Gasperi a volere risolutamente,
contro il parere di settori consistenti del suo partito e contro l'opinione di
Don Sturzo, che la scelta istituzionale fosse affidata a referendum popolare
non vi sono ormai da tempo dubbi possibili (basta confrontare gli accurati
studi condotti da Pietro Scoppola).
In questo senso la decisione di affidare direttamente al
popolo la scelta tra monarchia e repubblica fu il frutto di un compromesso
interno al partito di maggioranza relativa: la DC come è noto, sulla base di un
referendum al suo interno si pronunciò, a grande maggioranza dei suoi iscritti,
per la Repubblica ma poté lasciare liberi i suoi elettori di votare in un senso
o nell'altro, disimpegnandosi così da una piena e diretta responsabilità sulla
scelta istituzionale e ottenendo per essa l'avallo di una decisione popolare
che l'avrebbe sottratta, come di fatto avvenne, non ostante alcune marginali
contestazioni, a ogni possibile dubbio di legittimità.
Anche sotto il profilo più strettamente costituzionale la
scelta referendaria assunse, per la Repubblica, il carattere di un compromesso:
grazie ad una serie di provvedimenti aventi valore di legge lo strumento
referendario fu negoziato con la monarchia, sicché la scelta repubblicana
attuata per volontà di popolo, rappresentò davvero l'elemento fondativo di
discontinuità con il passato prefascista, tacitando le teorie del
"fascismo come parentesi".
Dunque lo strumento referendario, per sua natura bipolare e
non consociativo è servito essenzialmente alla difficile saldatura tra l'Italia
repubblicana che stava nascendo e l'Italia monarchica, garantendo il consenso
popolare al nuovo ordinamento.
Una risposta necessaria alla realtà di allora, una realtà
nella quale c'erano tante cose e tanti vissuti contraddittori difficilmente
compatibili: c'erano le forti appartenenze popolari che mobilitavano il Paese,
più che in ogni altro momento della sua storia, ma lo dividevano anche in
profondità; c'era l'esperienza della Resistenza, con i suoi eroismi e le sue
crudeltà; c'era la frattura creata dalla Repubblica sociale.
Questa frattura aveva assunto le forme della guerra civile:
il concetto e la parola "guerra civile" sono stati a lungo rifiutati
dagli antifascisti e assunti a propria bandiera dai fascisti con un effetto
paradossale, sottolineato da Claudio Pavone, nella sua opera fondamentale vero
e punto di svolta nell'impostazione della ricerca storiografico relativa a quel
periodo: " ...in quanto è raro che i vincitori di una guerra civile non la
includano con orgoglio nella tradizione delle loro res gestae e la consegnino
invece alla memoria dei vinti".
Il recupero del concetto e della parola ha invece, almeno a
nostro avviso, favorito una più approfondita comprensione di una realtà di cui
oggi si punta, brutalmente, a cancellare la memoria.
Tornando alla valutazione relativa alla realtà istituzionale
rappresentata, in quel momento, dal referendum si può dunque affermare che,
forse più dell'elezione dell'Assemblea Costituente, proprio il referendum servì
a realizzare una nuova saldatura, a creare le condizioni per una nuova
cittadinanza per tutti gli italiani.
Norberto Bobbio ha definito gli eventi tra il 1943 e il 1946
come "un caso davvero esemplare e particolarmente istruttivo di nascita di
una democrazia secondo un’applicazione conforme a un alto grado di
approssimazione del modello contrattualistico. Da uno stato di guerra di tutti
contro tutti, che era la spietata realtà dell'Italia dopo l'8 Settembre, si è
arrivati a un patto di non aggressione e a una scelta istituzionale demandata
al popolo che costituisce ancor oggi (n.d.r. Bobbio scrive nel 1987, ma si
tratta di un’affermazione che, a nostro avviso, mantiene un’intatta validità)
il fondamento di legittimità delle nostre istituzioni".
La conferma di tutto ciò ci deriva anche da un’analisi
riguardante la campagna elettorale per l'Assemblea Costituente; nella stessa
scelta dei candidati, da parte dei partiti, dove prevalse il criterio più
propriamente "politico".
La scelta istituzionale divenne così per i partiti che la
sostennero con accanimento, quelli della sinistra comunista, socialista, laica un’occasione
per porre i problemi di contenuto e non una mera scelta di bandiera.
Emerge, così, un’ulteriore linea di ricerca: quella del
ruolo dei partiti come fattori di educazione politica, e di riflesso, della
condizione del cittadino italiano nell'esercizio della sovranità popolare e più
concretamente del diritto di voto: il problema della sua informazione, della
sua educazione alla politica, dei condizionamenti sulle sue scelte e quindi
della libertà di voto.
Nelle contraddizioni di quella fase si può parlare del ruolo
dei partiti come di un fattore fondamentale del recupero di un senso della
cittadinanza, dell'adesione ai partiti come forma personale di appartenenza alla
collettività politica nazionale: si determinò così il modo di essere cittadino
dalla origini della Repubblica almeno per tutto il quarantennio successivo.
Una memoria da non disperdere e un monito per l'oggi nel
momento in cui si tende a spezzare quel dato costitutivo di una cittadinanza
politicamente attiva per ridurla al servizio passivo di un “Capo” e emarginare,
politicamente e socialmente, quanti intendono opporsi a questo progetto: creando
così una rottura profonda nella realtà della vita civile del Paese.
Per questo motivo vale la pena ricordare il 2 Giugno al di
fuori della ripetitività delle celebrazioni ufficiali, facendone un momento
fondamentale di opposizione al progetto in atto di svolta autoritaria.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie