Capita spesso, nell’ansia di molti che provano a ricostruire
la sinistra attraverso un recupero di soggettività e d’identità politica di
usare una terminologia ormai considerata desueta da coloro che pure in passato
si erano peritati di usarla a piene mani e del tutto estranea alle giovani
generazioni all’interno delle quali l’esercizio della cultura politica si è
verificato in forme affatto diverse da quelle di un passato anche recente.
Ad esempio il concetto di “lotta di classe” si adopera,
molto spesso, allo scopo di indicare proprio un’identità possibile e una
proposta di radicamento nella realtà sociale di una proposta di nuova
soggettività politica.
Quale può essere, però, in tempi di globalizzazione e di
formidabile innovazione tecnologica l’espressione teorica più coerente proprio
del concetto di “lotta di classe” è probabilmente ignota ai più.
Si è così pensato di ripercorrere su questo terreno il
cammino dei “classici”: non tanto per rinnovare un’idea di attualità di questi
concetti (che pure non apparirebbe forzata) ma per proporre un effettivo
termine di paragone con ciò che oggi accade e consentire, partendo appunto dai
fondamentali, un’indispensabile rielaborazione teorica da parte di chi intende
promuovere una sinistra del futuro.
Per “classe” s’intende, prima di tutto, un raggruppamento
umano omogeneo dal punto di vista sociale e degli interessi, la cui
differenziazione non è dovuta a fattori naturali ma a elementi sociali.
L’uso del significato di “classe sociale” è senza dubbio
precedente a quello di Marx.
Si trova, infatti, il termine “classe” nell’anatomia della
società civile rappresentata dalla scuola storica scozzese (Ferguson, Millar),
in Adamo Smith e nella “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel.
Ma è Karl Marx che introduce il concetto di “classe” come quello
determinante ai fini di stabilire come siano esclusivamente i rapporti sociali
di produzione quelli che costituiscono la base di ogni formazione sociale.
La “classe” è per Marx definita dalla divisione del lavoro e
dalla proprietà dei mezzi di produzione: è questo il primo punto da tenere ancora
a mente adesso quando si cerca di elaborare una teoria della complessità delle
contraddizioni sociali, sulla base della quale tentare di estendere
surrettiziamente una dimensione politica che, invece, può essere realizzata
soltanto attraverso espressione di alleanza tra soggettività “diverse”.
Nei rapporti sociali di produzione capitalistici, la
tendenza è a una polarizzazione delle due grandi classi: la borghesia
proprietaria dei mezzi di produzione e la classe operaia, proprietaria soltanto
della propria forza lavoro, della capacità di valorizzare, nel processo di
produzione, il capitale impiegato e scambiato con il salario.
E’ evidente come i processi di opacizzazione di questo
rapporto diretto tra borghesia e classe operaia verificatisi nel tempo
attraverso un processo di mutamento nel rapporto tra struttura e sovrastruttura
(pensiamo al ruolo dei mezzi di comunicazione di massa nella capacità di
modificazione dell’immaginario collettivo) abbiano portato a una sorta di “smarrimento”
di questo fondamentale concetto provocando quello che Gramsci ha definito “rivoluzione
passiva”.
Per fronteggiare questa situazione non c’è altra strada,
ancora adesso, che quella di un recupero di “organicità” degli intellettuali
alla “classe” e di espressione di un’autonomia del politico in grado di
costruire una élite (intesa nel senso collettivo del partito politico) capace
di spostare il conflitto proprio sul terreno politico contendendo l’egemonia
dell’avversario nel campo aperto della sovrastruttura.
L’indispensabile ritorno alla rappresentazione di un modello
dicotomico indica la necessità di comportare una dimensione politica, oltre che
quella economica e sociale rappresentando il conflitto quale tendenziale
antagonismo tra le classi.
Per affrontare il confronto politico non è insomma
sufficiente la mera esistenza e la successiva rappresentanza degli interessi di
quella che Marx chiama “classe in sé”: occorre una chiara consapevolezza di sé e
di tali interessi e della loro portata generale.
E’ proprio questo, della portata generale degli interessi
della “classe”, il punto che contesta oggettivamente Max Weber nel momento in
cui sul piano teorico ne sposta la collocazione dalla proprietà dei rapporti di
produzione al mercato, e indicando lo sviluppo di una particolare nozione di “classe”
legata all’obiettivo del possesso del monopolio delle funzioni politiche e dell’esercizio
del potere.
Si verifica così, secondo Weber, il fenomeno (del tutto
attuale) della formazione di una “classe politica” posta al di fuori dell’espressione
dicotomica individuata da Marx, che presiede ai diversi livelli di governo e
delle rappresentanze parlamentari, sia di maggioranza, sia di minoranza (quella
“classe politica” che si esprime attraverso il “partito di cartello” analizzato
da Katz e Mair nel 1995).
Appare fin troppo evidente come, pur nell’espressione di
queste brevissime note, come la ricostruzione di una sinistra (compresa quella
socialdemocratica di Bernstein e della seconda internazionale) non possa
passare che da una ripresa piena del concetto marxiano di “classe” al quale
collegare gli elementi fondamentali dell’analisi gramsciana del rapporto tra
struttura e sovrastruttura ribaltando così, attraverso l’espressione politica
della conflittualità sociale, i termini della “rivoluzione passiva” che stiamo
subendo.
L’organicità degli intellettuali e l’esercizio dell’autonomia
del politico debbono essere indirizzati in questo senso: ma ciò non potrà
essere possibile senza la ripresa piena dell’esercizio dell’azione politica in
forma collettiva, attraverso la funzione “storica” del partito politico.
Sono stati toccati “tasti dolenti” in una situazione della
sinistra italiana appare così difficile riportare il dibattitto a questi
elementi: purtuttavia abbiamo il dovere di provarci.
(nota: per elaborare questo testo è stato consultato : “Vittorio
Dini: “Classe”.) In Enciclopedia del pensiero politico di Esposito e Galli.
Laterza seconda edizione 2005).
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