mercoledì 25 giugno 2014

Riflessioni, considerazioni e aspettative in vista della riunione nazionale del 29 Giugno. di iRoss@ Parma




Circa venti giorni fa, alla riunione nazionale di Bologna, la discussione sul futuro di Ross@ si è chiusa, nonostante la maggioranza degli interventi indicasse la volontà di dare vita ad un percorso costituente sulla base dei punti suggeriti dalla relazione di apertura di Giorgio Cremaschi, con la presa d'atto della necessità di approfondire il dibattito, in vista di un'ulteriore verifica delle rispettive posizioni da parte soprattutto dei promotori già appartenenti a realtà politiche organizzate.
 
 Di fronte a quanti, delusi per l'ulteriore rinvio di una decisione nazionale vista come condizione necessaria per sviluppare una proposta politica riconoscibile anche nei singoli territori, spingevano per formalizzare in quella sede i risultati dell'assemblea, il compagno Cremaschi ha risposto efficacemente che “i matrimoni non si mettono ai voti”. Nei matrimoni, però, arriva un momento in cui occorre che gli sposi dicano “sì, lo voglio”, a prescindere dal percorso che li ha condotti a quella scelta e, soprattutto, senza che si possa dare alcuna garanzia sulla buona riuscita della futura vita insieme. Questo momento è arrivato anche per Ross@ e bisogna essere coscienti che evitarlo ancora una volta equivarrebbe, nella vita politica di molti che si sono già impegnati nella costruzione di Ross@, ad un “no”, cioè in un “ritorno a casa”, privata o politica. Questo il valore performativo che la riunione del 29 giugno assumerà di fatto, al di là di ogni giudizio di merito sugli interventi fin qui circolati e che circoleranno nei prossimi giorni.
Su quali basi assumere questo impegno?
Non possiamo in questa occasione che riprendere quei punti dirimenti che ci hanno spinto ad aderire al progetto di Ross@ e che, del resto, abbiamo trovato ribaditi e confermati da tutti i soggetti territoriali locali, da alcuni promotori nazionali, nonché in tutti i recenti interventi del compagno Cremaschi: 1) Rottura con il “sistema PD” ovunque e a tutti i livelli, con le sue espressioni politiche nazionali e locali, con i suoi addentellati sindacali e, aggiungiamo noi, con le sue agenzie culturali; 2) Rottura con l'Unione Europea, con il suo sistema di governance e con l'euro, come suo strumento attuativo. Siamo costretti a ribadire queste linee di demarcazione, dal momento che esse ci sembrano ancora non pienamente assunte dalle diverse componenti di Ross@, oppure impugnate in modo superficiale ed estemporaneo, senza che sia sempre chiaro il valore e la portata che si è disposti ad attribuire ad esse. Per noi assumere questi punti non significa semplicemente esprimersi su due questioni contingenti tra le mille altre possibili, né solo individuare due “nemici”, uno sul piano della politica “interna” e uno su quello della politica “estera”, contro cui indirizzare il conflitto. Il “sistema PD” e il “sistema UE” rappresentano, invece, due aspetti, in reciproco appoggio, di uno stesso assetto di potere interno-esterno che definisce le coordinate essenziali della fase e dello spazio in cui è chiamata a muoversi la nostra azione politica. Essi costituiscono la determinazione concreta del capitalismo neoliberale, sopravvissuto alla sua crisi, che oggi è nostro compito sapere interpretare e, dove possibile, incrinare. La stessa proposta della costituzione di un sindacato conflittuale e di classe, in rottura esplicita con la subalternità di CGIL, CISL e UIL, assume un'ulteriore rilevanza politica se intrecciata al ruolo giocato dal sindacalismo in questo assetto di potere (da indagare e denunciare è, ad esempio, il ruolo assunto dalla CES).
Ciò significa, inoltre, che la parola d'ordine della “rottura dell'Unione Europea” non può trovare effettiva consistenza se non accompagnata dalla capacità di guardare alla UE “dal punto di vista della rottura”, cioè valutando e valorizzando politicamente le asimmetrie e le contraddizioni sul piano del blocco sociale, dell'impianto istituzionale e dei meccanismi consensuali là dove esse si esprimono, allo scopo non di riformarne e coerentizzarne l'ingranaggio, quanto di inserirvi quando e dove possibile elementi di iniziativa politica potenzialmente dirompente (è sulla convivenza di queste due opposte finalità che, invece di restare ipnotizzati dall'effimero e contraddittorio “successo” elettorale, dobbiamo chiamare a confrontarsi e a esporsi i compagni che hanno aderito alla lista Tsipras). Ci sono due modi per depotenziare ab origine ogni possibile intervento politico su queste linee di frattura (peraltro strutturali in una forma politica a più livelli come quella assunta dalla UE e, probabilmente, tese ad enfatizzarsi nel corso della difficile costruzione del Trattato di libero scambio tra UE e USA, progetto che, tra le altre cose, sconfessa l'ultima illusione, coltivata anche da parti della sinistra radicale, per cui lo sviluppo di tendenze imperialiste europee avrebbe almeno significato di per sé un'incrinatura significativa dell'egemonia americana). Il primo consiste nel subordinare la parola d'ordine della rottura all'identificazione di ricette tecniche o ipotesi governative, a livello nazionale o sovranazionale, che di per sé siano in grado di metterci al riparo da ogni contraddizione sul piano sociale e su quello geopolitico, piani sui quali, del resto, né Ross@ né altri soggetti antagonisti possono, oggi, pretendere di esercitare la minima influenza. Questo non significa, però, non volersi confrontare in modo aprioristico e volontarista con la realtà. Anzi, significa confrontarsi e partire da ciò che ci è dato in questo momento per le nostre forze, in Italia e come Ross@, lavorando per la disdetta unilaterale dei trattati. Leva di rottura che non può farci avere timore di accuse di nazionalismo, quando si tratta, al contrario, di togliere l’agibilità esclusiva di questo terreno alle destre più o meno radicali. Il secondo consiste nel credere di potere saturare lo scarto tra la giustezza di una dichiarazione politica netta sulla UE e sulla sua natura neoliberale e quello di una possibile gestione politica della sua rottura con riferimenti astratti al socialismo, inteso come compresenza e simultaneità in tutti i paesi interessati di una serie di condizioni che di per sé indicherebbe una situazione già, di fatto, prerivoluzionaria. Scenari condivisibili (come l'ipotesi euromediterranea o prospettive di lotte coordinate a livello europeo) e riferimenti ideali possono certo svolgere una loro funzione, nell'aiutare a comprendere le linee di segmentazione dello spazio europeo già in atto e nel fornire strumenti per una lotta egemonica contro le ipotesi di uscita dall'euro che mantengono inalterato il quadro generale del capitalismo neoliberale o che propongono soluzioni apertamente “di destra”, sapendo, però, che non saranno essi a determinare il punto di precipitazione concreta della nostra battaglia politica né ad esimerci dal confronto con un blocco sociale che va conosciuto, frequentato e, se possibile, riorganizzato al di fuori di ogni sua idealizzazione
Giungiamo così al secondo punto che ci preme focalizzare: la necessità per Ross@, pur nel rispetto delle differenze che la compongono e, anzi, proprio a partire da un dialogo franco tra esse, di tendere a qualcosa di più che a costituire un ambiente di sopravvivenza per le macerie consegnateci dalle sconfitte della sinistra “radicale” e “antagonista” degli ultimi decenni. I paletti prima indicati sono, infatti, a nostro parere, potenzialmente “espansivi”: essi, cioè, sono in grado di parlare non solo al di fuori della cerchia dei militanti più o meno delusi della sinistra comunista, ma anche ai confini o negli interstizi del tradizionale “mondo del lavoro”. La sfida che essi contengono, una volta che ci sia la volontà e la capacità di assumerli e di rielaborarli criticamente, è quella di un'azione politica che si rivolga a tutti i lavoratori, “garantiti” e precari, ma anche a settori di ceto medio colpito dalla crisi e dalle politiche monetarie dell'Unione Europea. È questo, ovviamente, un processo non privo di contraddizioni e di pericoli, ma che pare essere il contenuto più profondo di un'espressione come “organizzazione del blocco sociale”, una volta che questa non venga identificata semplicemente con l'area già data dell'antagonismo sociale e del “conflitto”, a sua volta il più delle volte espressione di gruppi politici determinati, con cui è opportuno dialogare, evitando però ogni tipo di mimetismo e di subalternità. La manifestazione del 28 giugno, per la natura delle adesioni raccolte e per lo sforzo di tornare a proporre una modalità di stare in piazza che non si esaurisca nell'autorappresentazione del conflitto, ma che indichi un percorso di media durata e di potenziale allargamento dei soggetti di riferimento, come espresso nella formula del “Controsemestre popolare”, sarà una prima, importante, verifica di questa ipotesi.
Inoltre, se, raccogliendo anche alcune suggestioni di Cremaschi, occorrerà effettivamente porre attenzione al significato della novità, positiva e negativa, rappresentata da Grillo, dovremo sforzarci di farlo ammettendo che il Movimento 5 Stelle non si è limitato ad “occupare”, tramite un'abile strategia comunicativa, uno spazio politico già dato, magari denunciandolo come un “tappo” o un “furto” rispetto a istanze che altrimenti si sarebbero espresse direttamente in antagonismo sociale. Esso ha, invece, costruito uno spazio politico, certamente spurio, precario e forse scosso, oggi, dall'alleanza con l'anarco-capitalista di destra Farage (sapendo, però, che anche l'alleanza con i verdi capeggiati dal guerrafondaio umanitario Daniel Cohn-Bendit non sarebbe stata meno problematica). È possibile ed auspicabile che questa ricollocazione del Movimento 5 Stelle liberi delle opportunità per un discorso di “rottura a sinistra” come quello che intendiamo sviluppare. Non illudiamoci, però, che questo passaggio, in un contesto come quello attuale (da alcuni definito come “postdemocratico”, ma che convive con l'indefinita circolazione del termine “democrazia” come significante vuoto), avvenga automaticamente, ovvero in mancanza di una forza in grado di rompere con i meccanismi dati del consenso e di riattivare un'esperienza della politica come adesione, impegno soggettivo, pensiero e azione collettive. Per utilizzare liberamente il linguaggio di Gramsci, prescindendo da ogni valutazione complessiva del suo pensiero, potremmo dire che l'organizzazione del blocco sociale non coincide ancora con la nascita di un “blocco storico”, costruzione eminentemente politica, ove la necessità di sviluppare una prospettiva strategica autonoma deve coniugarsi con la capacità di formulare dichiarazioni politiche rivolte, potenzialmente, a tutti (“Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere”, dice Brecht del comunismo). Ciò, a fronte della sconfitta storica del comunismo novecentesco, significa accettare il fatto che non è più possibile immaginare due discorsi, uno per i quadri e i militanti in possesso della “corretta” interpretazione materialista della realtà, e uno per gli esterni, ideologizzati e/o corrotti. Ad esempio, cosa significhi oggi “politica” (e, in particolare, politica di emancipazione) può essere considerato un interrogativo e un terreno di ricerca e sperimentazione reale sia per militanti che per persone che non hanno mai militato, ma che semplicemente avvertono lo schifo e la violenza del presente. Fingere che esso non sia un problema anche per noi, non dichiararlo o non tematizzarlo come tale, ci permetterà di sopravvivere certamente all'ombra del potere reale e di agitarci meritoriamente contro di esso, senza, tuttavia, fare mai, propriamente, politica. Anche per questo pensiamo che, se Ross@ deciderà di esistere, atto di cui rivendichiamo la necessità senza pretendere alcuna garanzia sul buon esito, occorrerà immaginare, oltre a forme politiche e organizzative che valorizzino la partecipazione di tutti i militanti e uno scambio ininterrotto tra realtà locali e livello nazionale, anche percorsi e spazi di dibattito, di ricerca e di formazione, a partire dalle questioni più direttamente legate alle linee di demarcazione prima individuate. Come pensare, ad esempio e per restare ad un livello di immediata spendibilità politica, ad una campagna efficace sui Trattati europei senza un'opera di autoformazione sulle trasformazioni della statualità che essi incarnano, sul nesso tra finanziarizzazione e governance europea, sulle ricadute di simili assetti sulla scomposizione del blocco sociale?
Solamente immaginare che Ross@ possa diventare il polmone politico adatto a fare respirare necessità di questo tipo e a fare entrare un po' di nuovo ossigeno è di fatto incompatibile con ogni attendismo o timidezza nell'assunzione di quanto costituisce la ragione della sua esistenza e la specificità della sua proposta. Noi, quindi, insistiamo: le identità scese in campo per realizzare questo progetto facciano un passo indietro, due passi avanti. Ora facciamo Ross@!




 

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