Circa venti giorni fa, alla
riunione nazionale di Bologna, la discussione sul futuro di Ross@ si è chiusa,
nonostante la maggioranza degli interventi indicasse la volontà di dare vita ad
un percorso costituente sulla base dei punti suggeriti dalla relazione di
apertura di Giorgio Cremaschi, con la presa d'atto della necessità di
approfondire il dibattito, in vista di un'ulteriore verifica delle rispettive
posizioni da parte soprattutto dei promotori già appartenenti a realtà
politiche organizzate.
Di fronte a quanti, delusi per l'ulteriore rinvio di una
decisione nazionale vista come condizione necessaria per sviluppare una
proposta politica riconoscibile anche nei singoli territori, spingevano per
formalizzare in quella sede i risultati dell'assemblea, il compagno Cremaschi
ha risposto efficacemente che “i matrimoni non si mettono ai voti”. Nei
matrimoni, però, arriva un momento in cui occorre che gli sposi dicano “sì, lo
voglio”, a prescindere dal percorso che li ha condotti a quella scelta e,
soprattutto, senza che si possa dare alcuna garanzia sulla buona riuscita della
futura vita insieme. Questo momento è arrivato anche per Ross@ e bisogna essere
coscienti che evitarlo ancora una volta equivarrebbe, nella vita politica di
molti che si sono già impegnati nella costruzione di Ross@, ad un “no”, cioè in
un “ritorno a casa”, privata o politica. Questo il valore performativo che la
riunione del 29 giugno assumerà di fatto, al di là di ogni giudizio di merito
sugli interventi fin qui circolati e che circoleranno nei prossimi giorni.
Su quali basi assumere questo
impegno?
Non possiamo in questa occasione
che riprendere quei punti dirimenti che ci hanno spinto ad aderire al progetto
di Ross@ e che, del resto, abbiamo trovato ribaditi e confermati da tutti i
soggetti territoriali locali, da alcuni promotori nazionali, nonché in tutti i
recenti interventi del compagno Cremaschi: 1) Rottura con il “sistema PD” ovunque
e a tutti i livelli, con le sue espressioni politiche nazionali e locali, con i
suoi addentellati sindacali e, aggiungiamo noi, con le sue agenzie culturali;
2) Rottura con l'Unione Europea, con il suo sistema di governance e con l'euro,
come suo strumento attuativo. Siamo costretti a ribadire queste linee di
demarcazione, dal momento che esse ci sembrano ancora non pienamente assunte
dalle diverse componenti di Ross@, oppure impugnate in modo superficiale ed
estemporaneo, senza che sia sempre chiaro il valore e la portata che si è
disposti ad attribuire ad esse. Per noi assumere questi punti non significa
semplicemente esprimersi su due questioni contingenti tra le mille altre
possibili, né solo individuare due “nemici”, uno sul piano della politica “interna”
e uno su quello della politica “estera”, contro cui indirizzare il conflitto.
Il “sistema PD” e il “sistema UE” rappresentano, invece, due aspetti, in
reciproco appoggio, di uno stesso assetto di potere interno-esterno che
definisce le coordinate essenziali della fase e dello spazio in cui è chiamata
a muoversi la nostra azione politica. Essi costituiscono la determinazione
concreta del capitalismo neoliberale, sopravvissuto alla sua crisi, che oggi è
nostro compito sapere interpretare e, dove possibile, incrinare. La stessa
proposta della costituzione di un sindacato conflittuale e di classe, in
rottura esplicita con la subalternità di CGIL, CISL e UIL, assume un'ulteriore
rilevanza politica se intrecciata al ruolo giocato dal sindacalismo in questo
assetto di potere (da indagare e denunciare è, ad esempio, il ruolo assunto
dalla CES).
Ciò significa, inoltre, che la
parola d'ordine della “rottura dell'Unione Europea” non può trovare effettiva
consistenza se non accompagnata dalla capacità di guardare alla UE “dal punto
di vista della rottura”, cioè valutando e valorizzando politicamente le
asimmetrie e le contraddizioni sul piano del blocco sociale, dell'impianto
istituzionale e dei meccanismi consensuali là dove esse si esprimono,
allo scopo non di riformarne e coerentizzarne l'ingranaggio, quanto di
inserirvi quando e dove possibile elementi di iniziativa politica
potenzialmente dirompente (è sulla convivenza di queste due opposte finalità
che, invece di restare ipnotizzati dall'effimero e contraddittorio “successo”
elettorale, dobbiamo chiamare a confrontarsi e a esporsi i compagni che hanno
aderito alla lista Tsipras). Ci sono due modi per depotenziare ab origine
ogni possibile intervento politico su queste linee di frattura (peraltro
strutturali in una forma politica a più livelli come quella assunta dalla UE e,
probabilmente, tese ad enfatizzarsi nel corso della difficile costruzione del
Trattato di libero scambio tra UE e USA, progetto che, tra le altre cose,
sconfessa l'ultima illusione, coltivata anche da parti della sinistra radicale,
per cui lo sviluppo di tendenze imperialiste europee avrebbe almeno significato
di per sé un'incrinatura significativa dell'egemonia americana). Il
primo consiste nel subordinare la parola d'ordine della rottura all'identificazione
di ricette tecniche o ipotesi governative, a livello nazionale o
sovranazionale, che di per sé siano in grado di metterci al riparo da ogni
contraddizione sul piano sociale e su quello geopolitico, piani sui quali, del
resto, né Ross@ né altri soggetti antagonisti possono, oggi, pretendere di
esercitare la minima influenza. Questo non significa, però, non volersi
confrontare in modo aprioristico e volontarista con la realtà. Anzi, significa
confrontarsi e partire da ciò che ci è dato in questo momento per le nostre
forze, in Italia e come Ross@, lavorando per la disdetta unilaterale dei
trattati. Leva di rottura che non può farci avere timore di accuse di
nazionalismo, quando si tratta, al contrario, di togliere l’agibilità esclusiva
di questo terreno alle destre più o meno radicali. Il secondo consiste nel credere di potere saturare lo scarto tra
la giustezza di una dichiarazione politica netta sulla UE e sulla sua natura
neoliberale e quello di una possibile gestione politica della sua rottura con
riferimenti astratti al socialismo, inteso come compresenza e simultaneità
in tutti i paesi interessati di una serie di condizioni che di per sé
indicherebbe una situazione già, di fatto, prerivoluzionaria. Scenari
condivisibili (come l'ipotesi euromediterranea o prospettive di lotte
coordinate a livello europeo) e riferimenti ideali possono certo svolgere una
loro funzione, nell'aiutare a comprendere le linee di segmentazione dello
spazio europeo già in atto e nel fornire strumenti per una lotta egemonica
contro le ipotesi di uscita dall'euro che mantengono inalterato il quadro
generale del capitalismo neoliberale o che propongono soluzioni apertamente “di
destra”, sapendo, però, che non saranno essi a determinare il punto di
precipitazione concreta della nostra battaglia politica né ad esimerci dal
confronto con un blocco sociale che va conosciuto, frequentato e, se possibile,
riorganizzato al di fuori di ogni sua idealizzazione
Giungiamo così al secondo punto
che ci preme focalizzare: la necessità per Ross@, pur nel rispetto delle
differenze che la compongono e, anzi, proprio a partire da un dialogo franco
tra esse, di tendere a qualcosa di più che a costituire un ambiente di
sopravvivenza per le macerie consegnateci dalle sconfitte della sinistra
“radicale” e “antagonista” degli ultimi decenni. I paletti prima indicati sono,
infatti, a nostro parere, potenzialmente “espansivi”: essi, cioè, sono in grado
di parlare non solo al di fuori della cerchia dei militanti più o meno delusi
della sinistra comunista, ma anche ai confini o negli interstizi del
tradizionale “mondo del lavoro”. La sfida che essi contengono, una volta che ci
sia la volontà e la capacità di assumerli e di rielaborarli criticamente, è
quella di un'azione politica che si rivolga a tutti i lavoratori, “garantiti” e
precari, ma anche a settori di ceto medio colpito dalla crisi e dalle politiche
monetarie dell'Unione Europea. È questo, ovviamente, un processo non privo di
contraddizioni e di pericoli, ma che pare essere il contenuto più profondo di
un'espressione come “organizzazione del blocco sociale”, una volta che questa
non venga identificata semplicemente con l'area già data dell'antagonismo
sociale e del “conflitto”, a sua volta il più delle volte espressione di gruppi
politici determinati, con cui è opportuno dialogare, evitando però ogni tipo di
mimetismo e di subalternità. La manifestazione del 28 giugno, per la natura
delle adesioni raccolte e per lo sforzo di tornare a proporre una modalità di
stare in piazza che non si esaurisca nell'autorappresentazione del conflitto,
ma che indichi un percorso di media durata e di potenziale allargamento dei
soggetti di riferimento, come espresso nella formula del “Controsemestre
popolare”, sarà una prima, importante, verifica di questa ipotesi.
Inoltre, se, raccogliendo anche
alcune suggestioni di Cremaschi, occorrerà effettivamente porre attenzione al
significato della novità, positiva e negativa, rappresentata da Grillo, dovremo
sforzarci di farlo ammettendo che il Movimento 5 Stelle non si è limitato ad
“occupare”, tramite un'abile strategia comunicativa, uno spazio politico già
dato, magari denunciandolo come un “tappo” o un “furto” rispetto a istanze che
altrimenti si sarebbero espresse direttamente in antagonismo sociale. Esso ha,
invece, costruito uno spazio politico, certamente spurio, precario e
forse scosso, oggi, dall'alleanza con l'anarco-capitalista di destra Farage
(sapendo, però, che anche l'alleanza con i verdi capeggiati dal guerrafondaio
umanitario Daniel Cohn-Bendit non sarebbe stata meno problematica). È possibile
ed auspicabile che questa ricollocazione del Movimento 5 Stelle liberi delle
opportunità per un discorso di “rottura a sinistra” come quello che intendiamo
sviluppare. Non illudiamoci, però, che questo passaggio, in un contesto come
quello attuale (da alcuni definito come “postdemocratico”, ma che convive con
l'indefinita circolazione del termine “democrazia” come significante vuoto),
avvenga automaticamente, ovvero in mancanza di una forza in grado di rompere con
i meccanismi dati del consenso e di riattivare un'esperienza della politica
come adesione, impegno soggettivo, pensiero e azione collettive. Per utilizzare
liberamente il linguaggio di Gramsci, prescindendo da ogni valutazione
complessiva del suo pensiero, potremmo dire che l'organizzazione del blocco
sociale non coincide ancora con la nascita di un “blocco storico”, costruzione
eminentemente politica, ove la necessità di sviluppare una prospettiva
strategica autonoma deve coniugarsi con la capacità di formulare dichiarazioni
politiche rivolte, potenzialmente, a tutti (“Non sei uno sfruttatore, lo
puoi intendere”, dice Brecht del comunismo). Ciò, a fronte della sconfitta
storica del comunismo novecentesco, significa accettare il fatto che non è più
possibile immaginare due discorsi, uno per i quadri e i militanti in possesso
della “corretta” interpretazione materialista della realtà, e uno per gli
esterni, ideologizzati e/o corrotti. Ad esempio, cosa significhi oggi
“politica” (e, in particolare, politica di emancipazione) può essere
considerato un interrogativo e un terreno di ricerca e sperimentazione reale
sia per militanti che per persone che non hanno mai militato, ma che
semplicemente avvertono lo schifo e la violenza del presente. Fingere che esso
non sia un problema anche per noi, non dichiararlo o non tematizzarlo come
tale, ci permetterà di sopravvivere certamente all'ombra del potere reale e di
agitarci meritoriamente contro di esso, senza, tuttavia, fare mai,
propriamente, politica. Anche per questo pensiamo che, se Ross@ deciderà di
esistere, atto di cui rivendichiamo la necessità senza pretendere alcuna
garanzia sul buon esito, occorrerà immaginare, oltre a forme politiche e
organizzative che valorizzino la partecipazione di tutti i militanti e uno
scambio ininterrotto tra realtà locali e livello nazionale, anche percorsi e
spazi di dibattito, di ricerca e di formazione, a partire dalle questioni più
direttamente legate alle linee di demarcazione prima individuate. Come pensare,
ad esempio e per restare ad un livello di immediata spendibilità politica, ad
una campagna efficace sui Trattati europei senza un'opera di autoformazione
sulle trasformazioni della statualità che essi incarnano, sul nesso tra
finanziarizzazione e governance europea, sulle ricadute di simili assetti sulla
scomposizione del blocco sociale?
Solamente immaginare che Ross@
possa diventare il polmone politico adatto a fare respirare necessità di questo
tipo e a fare entrare un po' di nuovo ossigeno è di fatto incompatibile con
ogni attendismo o timidezza nell'assunzione di quanto costituisce la ragione
della sua esistenza e la specificità della sua proposta. Noi, quindi,
insistiamo: le identità scese in campo per realizzare questo progetto facciano
un passo indietro, due passi avanti. Ora
facciamo Ross@!
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