La polemica sulla sostituzione di
due senatori in sede di Commissione Affari Costituzionali del Senato perché non
allineati ai progetti di riforma del Governo sta salendo di tono e si stanno
usando, da più parti, argomentazioni di merito sbagliate dal punto di vista
teorico e fuorvianti da quello politico.
Emerge una gran confusione tra il
funzionamento di un partito e quello delle istituzioni, tra ruolo degli
organismi dirigenti e quello dei gruppi parlamentari, si fraintende il senso
dell’articolo 67 della Costituzione (che dovrebbe rappresentare il punto di riferimento
di principio per la valutazione dell’attività del singolo parlamentare)
addirittura si tira in ballo l’antico “centralismo democratico”.
E’ necessario far chiarezza su di un
punto, distinguendo proprio tra partito e istituzioni. La mossa della
sostituzione dei due senatori è avvenuta ovviamente in sede parlamentare ma
sulla base di un input di allineamento confusamente (come si cercherà di
dimostrare) di tipo partitico.
Una idea di partito che vien fuori
da questa vicenda che, davvero, ha del “mostruoso” dal punto di vista della teoria
politica: laddove (come hanno ben dimostrato la vicenda delle primarie e
successivamente quella dell’ascesa al governo) Matteo Renzi e il suo terribile “cerchio
magico” confondono il partito, il Parlamento, il Governo in un tutt’uno che
considerano “proprietà privata”. Un po’ come il fascismo quando affiancò agli
organi costituzionali il Gran Consiglio e la Milizia.
Questa situazione deriva, infatti,
da una concezione “proprietaria” della politica che nel “caso italiano” più
recente ha precedenti illustri.
In questo caso di attualità però si oltrepassa
la situazione descritta nell’analisi elaborata da Mauro Calise nel suo
fondamentale “Il partito personale”.
Non c’è più la personalizzazione
della politica e neppure l’idea del “partito – azienda”: non c’è neppure più la
divisione dei poteri retaggio insostituibile della rivoluzione borghese di
Francia del 1789 .
Lo dimostra anche la vicenda dell’autorità
anti-corruzione e, in questo caso, non ci deve essere timore di parlar male di
Garibaldi : la corruzione c’è ed è enorme, fattore di distruzione dell’economia
del Paese quanto la criminalità organizzata, ma l’occasione è colta per
centralizzare ancora il potere, renderlo inaccessibile al controllo
democratico, non ponendosi mai – nell’empireo delle certezze stellari del
Presidente del Consiglio – l’antico interrogativo di Giovenale: Quis custodiet ipsos custodes?
Quella di Matteo Renzi e dei suoi accoliti è –
appunto – una concezione proprietaria della politica alla quale, come già era
capitato con Berlusconi, una parte dell’elettorato sfibrato dalla crisi, disilluso,
marginalizzato ha tentato ancora una volta di affidarsi quasi come una sorta di
“Lord Protettore” .
Una
scelta che, nella storia d’Italia, ha già fornito prove molto negative.
Beninteso,
una parte dell’elettorato perché è bene ricordare che ci sono 49 milioni di
iscritti nelle liste. IL PD ha raccolto 11 milioni di voti, di conseguenza non
è stato votato da 38 milioni, quindi da meno del 30% e per chi ha idea di una
democrazia “ a vocazione maggioritaria” e non semplicemente rappresentativa come
nel nostro caso, il dato dovrebbe far riflettere.
Si accennava a come qualcuno abbia tirato in
ballo il centralismo democratico, allora la nota teorica che seguirà,
riprenderà i termini “classici” della nozione di centralismo democratico così com’è
derivata dalla tradizione leninista applicata anche, almeno fino al caso del “Manifesto”
nel 1969 da Partito Comunista Italiano.
Così, forse, a qualche “giovane turco” si
chiariranno le idee e verranno i brividi.
NOTA TEORICA SUL CONCETTO DI “CENTRALISMO
DEMOCRATICO”:
Il partito di classe è il
depositario dell’ideologia scaturita dalle lotte del proletariato: quella
socialista. La pretesa che le masse, al di fuori del partito, siano in grado di
maturare un’ideologia di classe elaborata nel corso del loro movimento è tanto
errata quanto falsa. Questa ideologia indipendente in una società dilaniata
dalle contraddizioni di classe negherebbe la coscienza rivoluzionaria che non
può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche ed è importata
nella lotta dall'esterno.
Verrebbe meno la considerazione
ormai acquisita (se detta coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe), che
al partito compete l'introduzione nel proletariato della consapevolezza della
sua missione storica.
Dice Lenin nel suo Che fare?:
«La questione si può porre solamente
così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo... Ecco
perché ogni menomazione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa
implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese».
È resa perciò evidente la necessità
del partito, dell'organizzazione atta a difendere sino in fondo le idee e il
programma di lotta per la rivoluzione. Ma la lotta diventa anche e (in alcuni
momenti) soprattutto problema di organizzazione che comporta a sua volta
gerarchia, disciplina ed esercizio di autorità. Com'è quindi che deve
disciplinarsi il partito?
Ancora nella risoluzione del II
Congresso dell'IC, nel suo punto 14, viene fermamente ribadito: «Il partito
comunista deve basarsi sul principio del "Centralismo democratico"».
Ma perché «centralismo» e perché
«democratico»?
Il centralismo ha una sua prima
motivazione negli effetti di quella centralizzazione cui, soprattutto nei momenti
dell'approssimarsi del moto rivoluzionario, perviene il capitalismo già nelle
cose. La crisi è per antonomasia momento di centralizzazione e quanto è più
grave tanto più energicamente vedremo serrarsi le forze politiche della
borghesia attorno alle proprie organizzazioni di classe, alle massime
istituzioni prodotte dal sistema borghese. È il momento in cui le forme mediate
dell'ideologia borghese, quella socialdemocratica ad esempio, abbandonano
finanche il loro verbalismo riformista, contrabbandato per marxismo, per porsi
alla difesa aperta della borghesia nel suo complesso. Non senza aver esaurito
però i tentativi di far presa sul proletariato e spingerlo verso fini che sono
reazionari, che servono alla causa della conservazione dei privilegi di classe.
Ma questo processo produce il suo
opposto: fa nascere dialetticamente la necessità a che la classe operaia,
oggettivamente e soggettivamente, serri le sue file esprimendo una
centralizzazione politica che si traduce nell'organizzazione di un disciplinato,
ferreo e «burocratico» partito di provata impenetrabilità.
Ma sarebbe errato pensare che il
centralismo politico debba esprimersi soltanto quando si approssima «la data»
dell'assalto per la presa del potere: esso deve essere una costante invariabile
del partito della rivoluzione affinché, temperandosi nelle lotte quotidiane,
sul principio del centralismo e della sua continua pratica, sia infine
preparato a condurre il proletariato alla vittoria. Per assicurare comunque, in
tutta la fase della sua presenza storica (prima e dopo l'assalto) e garantire
l'impenetrabilità alle ideologie borghesi e alle tendenze opportunistiche del
movimento operaio stesso.
Due termini che, dialetticamente,
sembrerebbero negarsi reciprocamente ma che invece diventano sintesi tra due
tendenze espresse oggettivamente dall’epoca storica attuale.
Infatti all'interno della dialettica
del partito quali sono i rapporti che devono intercorrere tra centro e base?
Cioè tra il potere di un saldo comitato centrale e una rete di rivoluzionari
professionali? E ancora, tra i pericoli sempre presenti di un’involuzione
autoritaria, della politica dall'alto che degenerano inevitabilmente
nell'opportunismo, e le garanzie di una giusta interpretazione dei fenomeni
della storia? Precisiamo. Non è nella «fiducia ›, incondizionata in questo o
quel capo che il partito si può tutelare dai pericoli della degenerazione; essa
e, sì, importante, ma i caratteri positivi che possono porre il partito
all'altezza dei suoi compiti si concretizzano attraverso il suo processo di
sviluppo mirante alla realizzazione del programma fondamentale, quello
comunista, che si precisa come coscienza collettiva e sicura disciplina di
organizzazione al contempo; e non tanto nei meccanismi delle sue regole e del
suo statuto.
Queste le condizioni obbiettive
presupposte dal momento storico dato ma che, nello svolgersi della vita del
partito, della partecipazione alle lotte della classe operaia, si realizzano in
formule organizzative e statutarie che corrispondono alle esigenze di vita, di
difesa e soprattutto di efficienza e funzionalità del partito.
Quindi l'unica possibilità di vita
interna che è poi, in definitiva, a livello più vasto, lo stesso identico
problema del rapporto che deve intercorrere tra partito e classe, è nella
stretta interdipendenza tra centro e base del Partito. Non azione unilaterale
dall'alto verso il basso e neanche dal basso verso l'alto, il che equivarrebbe
ad attribuire ai due termini la capacità di autodeterminazione: essi possono
operare e realizzarsi solamente attraverso una dialettica di interdipendenza,
di vicendevole implicazione. V'è un salire dal basso di precise istanze che
diventano insostituibile accumulo di «coscienza» e di «scienza» fintanto che il
centro opera in stretta armonia e aderenza al programma comunista. Lo stesso
rapporto, ripetiamo, intercorre tra partito e classe; vale a dire tra teoria e
realtà politica. Il partito giustifica se stesso solo nella misura in cui opera
nella classe raccogliendone le istanze che elabora per trasformarle in
«scienza» o dottrina rivoluzionaria. Solo così può assolvere al suo compito
storico di forza motrice della rivoluzione: per avere accumulato cioè tanto di
esperienza, di teoria e di potenziale di forze espresse dalla classe nella sua
immune lotta contro il capitalismo sfruttatore. E il problema, è chiaro, non
può prescindere da un’intelligenza c sensibilità che codesto «ferreo» comitato
centrale deve possedere non in virtù di proprie aprioristiche capacità, ma in
quanto pura determinazione di forze sgorgate ed espresse dalla situazione
oggettiva della lotta rivoluzionaria. Infatti non si creano volontaristicamente
partiti e rivoluzioni: essi possono essere solamente diretti da quelle forze
(generanti i propri centri del potere organizzativo) più strettamente integrate
con le concezioni della dottrina del marxismo rivoluzionario.
Il centralismo democratico è l'unica
formula possibile di partito passata attraverso l'esperienza rovente della
rivoluzione d'ottobre.
Per chiarire: nota aggiunta “un po’ per celia e un po’
per non morire”, ma anche per ricordare che non è proprio il caso di dilettarsi
con i termini della teoria distorcendone (o non conoscendone?) scaturigini e
significati.
2 commenti:
Franco, i concetti sono distorti volutamente!
I quaqquaraqquà non conoscono il reale valore dei concetti che esprimono; avendo, (i quaqquaraqquà), a disposizione una pletora di personaggi spesso ben preparati di cui si fidano e da cui accettano i consigli.
Questi "consigliori" conoscono perfettamente la sostanza dei concetti consigliati, ma, molte volte, ne distorcono volutamente il significato e valore a tutto vantaggio della risonanza mediatica.
A prescindere da ogni considerazione sui dettami della Carta Costituzionale, questi capi popolo di bassa lega, molte volte poco acculturati, mal consigliati dai loro manutengoli, sono inconsapevoli delle stupidaggini che dicono, ma, ripeto, convinti dell'effetto mediatico delle stesse, non hanno il minimo pudore a strombazzare stupidaggini ai quattro venti. Esempio acclarante "il tunnel della neurina -la Gelmini-". Il mondo intero sta ancora ridendo per la galattica stupidaggine detta da quell'indegno ministro. Il caso del "Centralismo Democratico" pur marciando nello stesso filone del tunnel è, mediaticamente, meno appariscente anche nella sua enorme gravità. Vincenzo Facciolo
Caro Vincenzo, purtroppo il problema del rapporto tra cultura (in generale) e più specificatamente cultura politica con la politica è ancora tutto da affrontare. Grazie per le tue considerazioni Franco Astengo
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