L'espressione cretinismo
parlamentare la si deve a Marx e a Engels che, in "Rivoluzione e controrivoluzione in
Germania" del 1852, lo descrivono come una specie d’infermità
che colpisce chi crede un po' troppo in quello che succede nelle aule del
potere legislativo e perde il contatto con la realtà.
La definizione usata dai due grandi maestri del comunismo può
benissimo attagliarsi anche alle vicende di questi giorni che interessano SeL:
il suo gruppo parlamentare, infatti, nell’occasione del voto sul decreto IRPEF
di questi giorni ha proprio dimostrato di collocarsi in quell’ambito, subendo
l’irresistibile attrazione della maggioranza di governo, al punto da spaccarsi
e dal far prevedere l’ennesima scissione.
SeL, sia detto soltanto per inciso, soggetto nato su di un’idea
sbagliata della personalizzazione della politica si muove, ancora adesso e
nonostante tutto, nell’ambito della ricostruzione di un ipotetico
centrosinistra : una vera e propria utopia in un quadro, quello del sistema
politico italiano, che proprio non prevede più l’eventualità di una formula
politica di quel tipo.
Nel contesto che si cercherà di delineare attraverso questo
intervento SeL è stata però tirata in ballo perché proprio la sua vicenda
richiama, ancora una volta la necessità di costruire di un soggetto politico
dell’alternativa, la cui assenza è ben evidente nello scenario politico e che
non può principiare che dall’opposizione.
Esistono, concrete e ben evidenti, ragioni necessarie e
urgenti per l’opposizione sociale e politica.
Cerchiamo allora di esplorarle queste ragioni.
Da questo punto di vista emerge un’esigenza di vera e
propria definizione teorica attorno ad un argomento che costituisce, dopo le
negative vicende dell’ultimo decennio, uno dei terreni di confronto dialettico
che potrebbe rappresentare anche un punto di divisione tra noi: quello sulle
forme della politica.
La novità più importante sotto quest’aspetto è stata
determinata dalla risposta fornita dai ceti dominanti al riguardo
dell’allargarsi della domanda sociale e all’emergere di un profondo malessere tra
classi ormai strette tra l’indebolimento delle tutele sociali e la crisi
strutturale del mercato del lavoro capitalistico, posto sotto la pressione
dell’internazionalizzazione dei processi produttivi e di un poderoso, ma
complicato, fenomeno di finanziarizzazione dell’economia.
Sono nate così, nel vivo delle forme più complesse dello
sfrangiamento sociale, forme di vera e propria “rabbia globale”
intrecciate a forme di “rabbia locale”.
Entrambe però pur dimostrandosi in varie maniere paiono non
riuscire a realizzare una saldatura di tipo politico, in grado di fare sintesi
e prospettiva.
Nascono da qui, prima di tutto, le accezioni populiste
emerse con grande forza anche all’interno del sistema politico italiano e non
solo sul piano europeo, nel corso degli ultimi anni.
Vale la pena però analizzare ancora la qualità complessiva
dei conflitti in atto, esaminandone gli elementi portanti al di là delle
insorgenze specifiche: conflitti che non possono essere descritti come di
prevalente lotta di classe.
Non si vedono, infatti, ceti emergenti ben distinti che
rivendicano una maggiore influenza politica.
Assistiamo piuttosto a mobilitazioni “liquide” in cui le
linee di frattura sono piuttosto variegate e le rivendicazioni economiche si
mischiano a quelle di natura post materialista.
L’affermarsi del consumismo ha così contribuito a quel
fenomeno che Ted Robert Garr ha chiamato
di “deprivazione relativa” cui si risponde da sinistra (più o meno) con le
logiche di tipo multitudinario o dei cosiddetti “beni comuni”, abbandonando
così’ i concetti fondamenti delle “fratture sociali”.
E’ così che nasce la risposta populistica, la dissoluzione
dei corpi intermedi, l’avanzarsi di soluzioni autoritarie frutto del combinato
disposto tra il fenomeno della
personalizzazione della politica e del peso crescente della mediatizzazione
dello stesso agire politico (un fattore molto diverso da quello della semplice
pressione mediatica).
Il “Regime Renzi” si fonda esattamente su questi elementi:
la risposta populistica, la dissoluzione dei corpi intermedi, le soluzioni
autoritarie.
A questo punto è necessario procedere affrontando quel
pericolo che oggi non soltanto nella realtà italiana (inquadrando anche sotto quest’aspetto
quel tema che sbrigativamente indico come “europeo”) è ben dimostrato
nell’attualità più pregnante.
E’ in pericolo, infatti, quella che Robert Dahl ha definito
la caratteristica fondamentale della democrazia: la capacità dei governi a
soddisfare in maniera continuativa, le preferenze dei cittadini in un quadro di
eguaglianza politica.
La democrazia appare, in questa fase, in pericolo sotto i
suoi due aspetti costitutivi: quello del “diritto di opposizione” e quello del
“grado di partecipazione”.
Parlo di democrazia, beninteso, in un’accezione opposta a
quella di tipo liberaldemocratico e soprattutto a quella “a vocazione
maggioritaria” che intende evocare un meccanismo esclusivamente destinato alla
funzione di governo.
Parlo di democrazia come espressione di idee, di estensione
di diritti sociali e civili e – in questa
fase – della possibilità di fare opposizione, sia sul piano politico immediato,
sia su quello più generale di tipo sistemico.
Esattamente il contrario di ciò che sta avvenendo nel
concreto in Italia e fuori d’Italia dove diritti di opposizione e partecipazione,
intesa come rappresentanza politica, tendono a essere ridotti al minimo, se non
cancellati del tutto.
Tutto questo avviene in un’Europa nella quale non ci
ritroviamo soltanto i diktat della trojka ma anche il fascismo in Ungheria e il
Front National primo partito di Francia.
Per questi motivi occorre partire dal nodo della necessità
urgente del costruire l’opposizione politica ponendola in diretta connessione
con quella sociale.
E’ in questo senso che emerge il tema della costruzione del
soggetto politico.
Si tratta prima di tutto di avviare una riflessione aperta
attorno a due punti:
1) La
difficoltà in questa fase a riconoscere corpi intermedi che esistono ma non ricoprono
più la funzione dei partiti. Quei partiti che erano stati chiamati a produrre,
tra la società e la politica, sintesi e proposta di cambiamento strutturale. I
partiti non potranno più esistere se non si recuperano alcuni concetti
fondamentali, come quello internazionalista, che debbono tornare a far parte
del nostro bagaglio per quanto possano apparire desueti e, in questo momento,
financo impopolari;
2) La
proposizione, in una dimensione teorica e altresì di diretta proposta politica,
del concetto di “frattura principale” quella della contraddizione tra capitale
e lavoro, tra sfruttati e sfruttatori. Una frattura che appare oggi, dobbiamo
ammetterlo, difficile da analizzare e da attualizzare per via di alcuni
giganteschi processi, primo fra tutti quello dell’assalto indiscriminato
all’ambiente e al territorio; poi quello della finanziarizzazione e ancora
quello del mutamento strutturale
avvenuto nella relazione tra struttura e sovrastruttura con l’imporsi di una
“rivoluzione passiva” che ha portato al fenomeno globale dell’individualismo
consumistico intrecciando fattori economici, sociali, culturali. Dal nostro
punto di vista dell’analisi marxista e della prospettiva politica che ne deriva
la sola strada possibile è quella del porsi al di fuori della logica della
“fine della storia”.
E’ la logica della “fine della storia” che si è cercato di
imporre per via meramente ideologica che si è costruita quell’idea di “fine
dell’ideologia” spinta fino all’annullamento, nell’immaginario collettivo,
della distinzione tra destra e sinistra.
E’ stato su questa base, tanto per tornare alle piccole cose
di casa nostra, che nascono e si affermano i Renzi, i Grillo, i Vendola.
Tutto quanto qui esposto può apparire utopico e insieme “antico”
e appare fondamentale da portare avanti proprio sulla strada della costruzione
del soggetto politico.
Egualmente il punto di partenza non potrà essere quello dell’aggregazione
realizzata con la Lista Tsipras proprio perché, al di là delle incrostazioni e
delle divisioni derivanti dal brutto passato recente.
Ross@ potrebbe fornire un serio contributo in questa
direzione a patto di muoversi da subito sul terreno di una costruzione politica
autonoma fondandosi sull’attività già portata avanti nei territori e costruendo
un riferimento nazionale adeguato alla necessità di proporsi proprio in quella
dimensione di ricerca che si è cercato di sviluppare anche in quest’occasione.
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