Cari
amici, (o, se volete, “compagni”, non fa differenza),
un
amico carissimo, mi ha inviato lo scritto che vi allego.
L’autore
è Giuseppe Florio, ha fondato la onlus Progetto Continenti e, tra mille
difficoltà, lavora in Etiopia, Guatemala, Cambogia e Medio
Oriente.
Vi
mando le sue riflessioni, espresse un mese fa circa in un incontro a Genova e ve
le mando non certo per far proseliti al Cristianesimo (ciascuno ha il sacrosanto
diritto alle scelte che più ritiene valide), ma per chiedervi di leggerle con
attenzione e, possibilmente, senza preconcetti: ne emerge un Cristo povero per
antonomasia, che, nella sua povertà, ha dato, e dà tutt’ora, estrema dignità a
tutti i poveri di questa terra, quale che sia il tipo di povertà di cui
soffrono.
E’
un pezzo di autentica teologia, di profonda umanità ed insieme di pressante
sollecitazione politica.
Vi
accorgerete come tutto ciò su cui tanto discutiamo in questo periodo [i poveri,
la giustizia, il sogno, la visione profetica, il ruolo dell’istituzione, la
solidarietà, le strutture, il no debito (anno sabbatico), ecc.] vi sia
pienamente contenuto e come la riflessione possa essere fonte di ispirazione
anche sul versante della politica (era politica il progetto di Giosia e di
Geremia). E non ci troverei nulla di strano se finisse anche sul blog di
Ross@.
Perché
tra visione dell’uomo, visione dei rapporti tra gli uomini, sogno, profezia,
politica, progetti di società, azioni, salvezza dell’umanità e così via, non vi
sono demarcazioni o soluzioni di continuità: è un tutt’uno che nella sua
unitarietà o si realizza o svanisce e la povertà si
perpetua.
Mimmo Filippi
“ I poveri li avrete sempre con voi” (Mt
26,11)
Dopo aver preso in considerazione le parole molto
severe di Gesù di Nazareth sui ricchi nella Palestina del suo tempo, nel
Vangelo di Matteo troviamo questa affermazione che lui stesso definisce un
“vangelo” di cui si dovrà sempre fare memoria.
Perché questa memoria è un “vangelo” (buona novella)?
In queste pagine cercheremo di chiarire questo
interrogativo.
Matteo, c. 26
1.
Terminati
questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli:
2.
"Voi
sapete che fra due giorni è la Pasqua, e il Figlio dell'uomo sarà consegnato
per essere crocifisso".
3.
Allora i capi dei sacerdoti, gli
scribi e gli anziani del popolo si riunirono nella corte del sommo sacerdote
che si chiamava Caifa,
4.
e tennero
consiglio per catturare Gesù con un inganno e farlo morire.
5.
Dicevano però:
"Non durante la festa, perché non nasca un tumulto fra il popolo".
6.
Ora, essendo
Gesù in Betania, in casa di Simone il lebbroso,
7.
gli si
avvicinò una donna con un vaso di alabastro, pieno di profumo molto prezioso, e
lo versò sul suo capo, mentre egli era a tavola.
8.
Visto ciò, i
suoi discepoli s'indignarono e dissero: "Perché mai questo spreco?
9.
Si poteva
venderlo per molto denaro e darlo ai poveri".
10.
Ma Gesù se ne
accorse e disse loro: "Perché infastidite questa donna? Ella ha compiuto
una buona azione verso di me.
11.
I poveri infatti li avrete sempre con voi,
ma non sempre avete me.
12.
Versando
questo profumo sul mio corpo, lei lo ha fatto in vista della mia sepoltura.
13.
In verità Io vi dico: dovunque sarà
annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche
ciò che ella ha fatto”.
L'olio versato sul capo di Gesù diventa un'azione
altamente profetica, una sfida all'oblio che prima o poi raggiunge ogni cosa e
Matteo lo conferma citando un versetto antico, scritto cinque, sei secoli
prima, quando il tema della povertà era all'ordine del giorno nel popolo
d'Israele.
A prima vista affermare categoricamente che i poveri
li avremo sempre con noi non sembra esprimere alcunché di profetico. Bisogna
quindi chiarire questa citazione che viene dall’A.T., e cioè dal Deuteronomio.
Inoltre, perché Matteo queste parole le colloca proprio alla fine di tutta la vicenda di Gesù
di Nazareth?
Andiamo quindi all'origine di questa citazione, che
troviamo nel Deuteronomio al capitolo 15.
Deuteronomio 15 - L'anno sabbatico
1 - Alla fine di
ogni sette anni celebrerete l'anno di remissione.
2 - Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che
detenga un pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo
diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, poiché è stata
proclamata la remissione per il Signore.
3 - Potrai
esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo
fratello, lo lascerai cadere.
4 - Del resto, non
vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi; perché il Signore certo ti benedirà
nel paese che il Signore tuo Dio ti dà in possesso ereditario,
5 - purché tu
obbedisca fedelmente alla voce del Signore tuo Dio, avendo cura di eseguire
tutti questi comandi, che oggi ti do.
6 - Il Signore tuo Dio ti benedirà come ti ha promesso e tu
farai prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai
molte nazioni mentre esse non ti domineranno.
7 - Se vi sarà in
mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città nella
terra che il Signore tuo Dio ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai
la mano davanti al tuo fratello bisognoso;
8 - ma gli aprirai
la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova.
9 - Bada bene che
non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l'anno
della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e
tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato
sarebbe su di te.
10 - Dagli generosamente
e, mentre gli doni, il tuo cuore non si rattristi; perché proprio per questo il
Signore Dio tuo ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo
mano.
11 - Poiché
i bisognosi non mancheranno mai nella terra, allora io ti do questo comando e ti dico: “Apri
generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nella tua terra”.
Teniamo conto che dal cap. 12 al 26 del Deuteronomio
viene presentata una grande esortazione, una grande 'predica' di Mosè al suo
popolo.
E’ un'inedita 'mescolanza' di predica e di indicazioni
legali che a noi può risultare strana.
Questi capitoli potrebbero essere stati scritti
intorno al 620 a.C. a Gerusalemme.
A quel tempo il re Giosìa aveva iniziato una stagione
di grandi riforme, con l'appoggio di Geremia.
Accorgendosi infatti che finalmente esisteva un re di
cui poter avere fiducia ( era per primo il re a salvaguardare la legge),
Geremia decide di appoggiare convinto una riforma che rimettesse al centro il
Dio unico (monoteismo) e il fatto che la loro comunità aveva le radici
nell’Esodo.
A partire da quelle radici, Geremia ricordava senza
stancarsi che: “noi siamo il popolo liberato dalla schiavitù, Dio ci ha dato
questa terra e noi non possiamo riprodurre la schiavitù qui, nella terra di
Dio. Questa terra non è nostra, è di Dio, che ce l’ha data in concessione …”
Con queste premesse, uno dei punti che riguardano la
terra era: non ci possono essere
situazioni di povertà 'cronica' e non può essere terra di briganti.
Accanto a queste 'intuizioni', esisteva poi il culto
al tempio con la classe sacerdotale che aveva il compito di tramandare nella
memoria proprio quelle radici, quella 'vocazione'.[1]
Al cuore della riforma annunciata (e lo stile
letterario è proprio quello di Geremia), troviamo l’anno sabbatico. Una intuizione unica
(a questo si lega anche il riposo del sabato: non si può vivere solo per
lavorare).
Ma torniamo ora ai versetti del nostro testo.
Al v. 1 si parla di un settimo anno come di un
anno di “remissione” e al v. 2 viene data una norma: la remissione del
debito, condonare al proprio fratello il debito. La motivazione sulla quale il
Deuteronomio insiste è teologica: la terra ci è stata data in dono, appartiene
al Signore (Lev 25,3) e quindi non è possibile lasciare che la povertà si
perpetui. Significherebbe 'tornare' in Egitto!
Bisogna tener presente che la vita dei contadini,
lungo i secoli, era divenuta progressivamente sempre più pesante; si era
diffuso un certo latifondismo e le imposte statali erano gravose. Per questo la
“remissione” era stata estesa anche ai debiti.[2]
Il principio era quindi che se un Ebreo si indebitava,
arrivava un momento in cui si facevano i conti e se i conti non tornavano,
allora doveva esserci una remissione.
Come vedete è un orientamento straordinario, ma ... forse
ancora molto vago.
Infatti, dal versetto 3 al versetto11 abbiamo un testo
splendido, una vera e propria 'esortazione', priva di termini legali. E' un
appello ad andare verso i poveri con cuore aperto. Nella terra che ci è stata data , non è permesso che
i poveri siano poveri per sempre; la cronicità della povertà rende disumana la
convivenza. E quindi... chi aveva debiti, doveva avere la possibilità della
remissione.
Chi scrive vuole che la norma sia accolta
interiormente, nella coscienza (il cuore). Visto che i poveri li avremo sempre
con noi, almeno siano trattati con il cuore.
Al versetto 9 si dice esplicitamente: “Bada bene che
non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: “E' vicino il settimo anno,
l'anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello
bisognoso” (letteralmente è scritto: il tuo occhio sia “avaro”!). E il versetto
continua con una maggiore carica: “egli griderebbe verso al Signore contro di
te e un peccato sarebbe su di te”. Qui la parola “peccato” ha tutto il suo peso
e la sua verità.
Ma perché mai dovevano esserci debiti in una società
fondamentalmente agricola e dove ognuno viveva di quello che produceva?
Dobbiamo pensare a 'categorie' ben specifiche, in
primo luogo le vedove, gli orfani e gli stranieri.
Quando ad esempio moriva un padre di famiglia, di che
cosa vivevano l’orfano e la vedova, cioè i sopravvissuti? Di debiti, nella
grande maggioranza dei casi.
Oppure, quando andava male il raccolto per la siccità
o c’erano state le cavallette: con cattivi raccolti avanzava lo spettro della
fame e della rovina.[3]
L’intuizione è che la povertà vera (una persona che
non mangia e muore di fame), non può essere una situazione permanente. “Del resto, non vi sarà alcun bisognoso in
mezzo a voi” (versetto 4): un'affermazione che non trovate in nessun'
altra tradizione religiosa! La povertà deve essere sconfitta e prevenuta.
Non si può salvare la fraternità se il cuore è
indurito! Chi scrive fa appello al cuore, non al diritto.
Infatti si parla di “peccato”, di “cuore generoso”, di
“occhio avaro”. Come a dire: se il tuo fratello muore di fame, anche tu devi
rimetterci qualche cosa. Per non lasciar dominare il peccato.
Ecco allora la conclusione: “poiché i bisognosi non mancheranno mai sulla tua
terra. (v.11)
E' una conclusione che chi scrive ricava
dall'esperienza.
Ma, allora, come combinare il versetto 4 (“ non vi
sarà alcun bisognoso in mezzo a voi”) con il versetto 11 che afferma
esattamente il contrario (“i bisognosi non mancheranno mai sulla tua terra”)?
Qui siamo di fronte ad una originalità grande: siamo
figli di una tradizione che è portatrice di un 'sogno', quello dei
profeti. E l'esperienza dice che è un sogno che può realizzarsi, poiché la
povertà non ha alcun valore sacrale; al contrario, è meglio prevenirla e
vincerla! E così, tutta la nostra storia si è sempre dibattuta in questa grande
tensione: un sogno da realizzare da un lato, e una realtà che a volte si impone
implacabile, con tutto il suo peso, negando spazio al sogno.
Come si
vede, non siamo di fronte ad un sistema legale ma ad un sogno “profetico”.
Ed ora una considerazione generale. Al tempo di
Geremia, come nel nostro, bisogna trovare un 'sistema' che non si arrenda di
fronte alla miseria e alla povertà degli affamati.
E' quanto mai significativo che il Deuteronomio ci
lasci intravvedere un 'sistema' fragilissimo: c' è il re, e se 'funziona',
tutta la comunità è rassicurata; se non adempie al suo ruolo, è la classe
sacerdotale che dovrebbe richiamarlo al suo compito; se i sacerdoti non
vigilano o sono corrotti, allora emerge 'il profeta'.
Qui si evidenzia una caratteristica tipica di Israele.
Quando il sistema è inefficiente, e quando la mediazione istituzionale non
produce i frutti che ci si aspetta, allora interviene la mediazione
carismatica.
Il profeta conosce il quotidiano della sua gente, fa
parte di quella comunità, condivide i suoi momenti difficili, ed è dotato di
una capacità di discernimento che a
volte va oltre l'istituzione. Anzi la richiama alla sua vocazione.
Se quindi il profeta interviene, significa che c'è
bisogno di un ritorno alle radici e che è
necessaria una qualche forma di creatività socio-economica, che ci vogliono
delle proposte per superare l'ingiustizia produttrice di povertà.[4]
La proposta dell'anno sabbatico da parte dei profeti,
per quanto appaia ai nostri occhi troppo vaga e imprecisa, è però il segno di
un orientamento propositivo, per vincere “il peccato” che è visibile nella
povertà della vittima. Il 'precetto' è necessario ma non basterà mai.
Nella chiesa dei primi tempi avevano percepito che
Gesù di Nazareth si sentiva legato a questo sogno profetico di cui era figlio.
Per questo egli metterà al centro non una nuova legge, un repertorio legale
rinnovato, ma il Regno di Dio, che ora si confronta con la realtà del male,
della povertà e con l'avidità dei poteri forti. Il sogno profetico, e l'invito
a cercare prima di tutto il Regno, generano una cultura di perpetua e
instancabile ricerca.
Non perdiamo
l'anima profetica e la passione per una ricerca continua.
Proseguiamo ora con il brano di Matteo : l’Unzione di
Betania.
Sia Matteo sia Marco parlano di questo episodio
collocandolo all’inizio del racconto della passione, proprio quando le autorità
del tempio decidono di prendere Gesù e condannarlo (v.4). Anche Giovanni ne fa
menzione, ma l'episodio avverrebbe una settimana prima (Gv 12). Luca lo mette
casualmente al cap 7. E' quindi difficile stabilire con esattezza quando questa
“unzione” sarebbe di fatto avvenuta.
E’ un brano molto 'costruito', nel quale è forte l'impronta
'redazionale'. Un testo che ha avuto una lenta e motivata elaborazione
teologica.
Perché le prime comunità hanno sentito il bisogno di
insistere sulla sepoltura di Gesù?
Nella tradizione era molto importante seppellire i
morti con tutto il rispetto e il decoro possibile (vedi il Libro di Rut). La
'buona sepoltura' era una delle opere di misericordia, più importante della
stessa elemosina. Dopo la distruzione del tempio e di Gerusalemme, nel 70 d.C.,
gli ebrei anti-cristiani, non vogliono più saperne di questo nuovo gruppo che ormai si presenta come
'altro' rispetto al Giudaismo. Non è più possibile riconoscersi membri della
stessa fede. Sarebbe così sorta l'insinuazione se Gesù di Nazareth fosse stato
veramente sepolto, trattandosi di un vero e proprio criminale. Già era
sommamente umiliante la morte per crocifissione (pena capitale inflitta ai
ribelli, agli omicidi, agli schiavi che, nudi, sulla croce venivano lasciati in
pasto ai corvi), ma l'insinuazione che non avesse ricevuto neppure una sepoltura
degna di un uomo, aggravava certamente il quadro.
Oggi non riusciamo più a immaginare cosa potesse
significare, a quel tempo, affermare la fede in un crocifisso! Dopo duemila
anni, il carico umiliante di quell'infamia non lo avvertiamo più.
I Vangeli reagiscono a questa diceria? Si direbbe di
sì. E Matteo lo precisa al versetto 12: “Versando questo profumo sul mio corpo,
lei lo ha fatto in vista della mia sepoltura”. Anzi, al versetto 7, si precisa
che l'olio viene versato sul capo; Gesù viene cioè “unto”, come si faceva per
il re e il sacerdote. E' quindi un condannato, un umiliato, ma con dignità
regale e sacerdotale! Un fatto inedito.
C'è poi la 'protesta' per lo spreco di un profumo di
grande valore (circa 100 euro); anche qui forse Matteo lascia intendere, come
vedremo, che su questo argomento c' è qualche problema nella comunità.[5]
Ma, proseguendo con un certo ordine, occorre
sottolineare l' importanza dei primi cinque versetti.
Qui abbiamo la traccia della più antica teologia delle
comunità primitive.
Avevano capito che era loro compito ineludibile
tramandare la memoria di un “giusto” condannato ad una morte infamante. Di
questa memoria scandalosa si ritenevano i custodi. Una custodia 'a caro
prezzo', perché indicibile, inusitata, inspiegabile. La teologia della
redenzione verrà annunciata solo qualche anno dopo. Ma il punto di partenza,
che non possiamo dimenticare, è stato quello della 'passione del giusto'.
Per questo, fatto inedito, in tutti e quattro i Vangeli
saranno scritti ben due lunghissimi capitoli per raccontare la passione di quel
giusto innocente. Ora ne considereremo il perché 'profetico' ed emergerà il
perché siamo di fronte ad un 'vangelo' di cui fare sempre memoria.
Ad un certo punto entra in scena una donna che versa
dell'olio profumato sul capo di Gesù.
Quel gesto non era casuale. E' come se lo ungesse re e
sacerdote. Ed è questo che il mondo intero dovrà ricordare. Proprio lui, che
già intravvede la condanna, non sarà solo un condannato. Anzi, in quanto re e
sacerdote, diventa per sempre il celebrante di una liturgia inaspettata: tutti
i condannati, tutte le vittime e gli umiliati potranno riconoscersi in lui.
Perché lui li rappresenta tutti.
Questo è ciò di cui tener conto nelle dispute
esistenti in comunità sulla centralità dei poveri.
Certo, i poveri erano stati il vero punto su cui Gesù
di Nazareth aveva insistito nell'annunciare il Regno già presente. Anzi, c'è di
più. Pochi versetti prima di questa scena, cioè al cap. 25, c' è il grande
quadro di un 'giudizio finale'. Tutti lo conosciamo. Il linguaggio che descrive
quel 'giudizio' è il tipico linguaggio della mentalità apocalittica, e quindi
da un lato ci sono i “benedetti” e dall'altro i “maledetti”. Ma andando oltre
queste espressioni legate a quel tempo, il punto è chiaro a tutti : ci sarà
chiesto, ci è già chiesto che ne abbiamo fatto dei poveri. Di quanti hanno
fame, sete, sono nudi, carcerati o stranieri. Si tratta di situazioni reali che
interpellano non la nostra 'santità' (o l'etica), ma la nostra umanità. Nessuno
può dire di aver amato Dio se non ha visto in faccia i poveri di cui si parla
al cap. 25. Un grande annuncio, che supera qualsiasi barriera di provincialismo
religioso.
Il nostro brano sull'Unzione arriva allora al suo vero
punto centrale.
Colui che è stato 'unto' è anche lui un povero. E, di
fronte a lui, non conta quanto vale quel profumo e con quanti soldi si
sarebbero potuti beneficiare i poveri. Bisogna 'capire' questo, evitando
contrapposizioni del tipo: viene prima il Cristo o i poveri?
Lui è ' il povero', condannato ad una morte infamante;
e tutti i poveri che sono umiliati, disonorati e senza più nome, hanno a che
vedere con lui. Ecco il vangelo profetico che non può restare nascosto. In lui,
sulla sua croce, tutti i miseri, gli umiliati e tutte le vittime hanno ricevuto
l'olio del Padre che li riconosce e li accoglie. Gesù di Nazareth è il povero
'decisivo' al quale riferire tutti i poveri disumanizzati. Perché proprio quel
povero è stato glorificato da Dio.
A nessuno
sfugge che qui non si tratta più di elemosina, di meriti, di armonia, di fare
la carità, di essere virtuosi, di osservare dei precetti!
Le primissime comunità, a Gerusalemme, Antiochia,
Damasco, Efeso, si sono rese conto che la povertà aveva acquisito una
dimensione inattesa, e anche oscura : chi tocca il povero, tocca il mistero del
Cristo stesso! Una scoperta unica.
Nel Cristianesimo, il povero non è mai unicamente un
problema sociologico o di assistenza.
Viene sempre considerato in una prospettiva
'cristologica'. Conseguentemente, la 'caritas' ha sempre una dimensione
'cristologica'. Quando la viviamo, stiamo cioè facendo non solo ciò che lo
stesso Gesù di Nazareth avrebbe fatto, ma andiamo più in profondità, entriamo
nel suo mistero, in cui la povertà, tutta la povertà umana, viene assunta davanti
al Padre.
Ecco il “Vangelo” che supera il sogno dei profeti.
Il mondo della povertà non ha confini, oggi come
allora.
Per Gesù i poveri erano gli ammalati (si pensava che
fossero castigati da Dio), gli affamati (si pensava che i ricchi erano stati
benedetti da Dio), gli umiliati, le vittime di ogni sorta di soprusi, quanti
morivano nell'ingiustizia più plateale e nella solitudine più amara, le
prostitute, e anche i bambini.
Ecco perché le prime comunità non si sono presentate
nell'impero romano come una nuova religione etica, dotata di precetti sublimi.
No. Dal Cristo avevano colto il nodo di ogni vita umana: cosa fare della
'propria' povertà ... e dei poveri. E quindi si rivolgevano a quanti erano in
'situazione di povertà'. E lentamente, in comunità, aiutavano le persone a
connettersi con un 'segreto', cioè a mettere insieme la propria povertà con
quella di Gesù di Nazareth, con la sua croce e la sua umiliazione. Per questo
aggregavano i miseri e i senza nome. Erano fortemente contagiosi, perché toccavano
con il povero e nel povero il 'mistero' di colui che era stato il povero
'decisivo'.
Se la Chiesa smarrisce tutto questo, diventa un'
associazione assistenziale tra le tante, o predica l'elemosina, o canonizza la
povertà.
Per concludere,
una considerazione di grande importanza.
Teniamo conto che questa citazione del Deuteronomio,
“i poveri li avrete sempre con voi”, viene pronunciata al termine della vicenda
storica di Gesù, alla fine della sua vita e non all’inizio.
Queste parole non sono state quindi la premessa dalla
quale è partito.
Quando, nel 28 d.C., Gesù inizia la sua vita
itinerante, dopo la breve esperienza con il Battista, non ha iniziato
affermando che 'i poveri li avremo sempre con noi'. A differenza del Battista e
di altri, invece di parlare di giudizio imminente o portare tutti a studiare la
Legge, ha annunciato il Regno di Dio . E' il Regno che vince il male con
il bene, che si confronta con situazioni in cui regnano l’ingiustizia, la miseria e l’umiliazione.
Infatti, nel Vangelo di Luca (cap. 4), Gesù va nella Sinagoga di Nazareth e
legge i versetti di Isaia (cap. 61) nei quali si parla dell'anno di grazia, del
Giubileo, dell'anno sabbatico, e cioè di una
grande riforma a beneficio di tutti gli affamati e gli emarginati.
Non ha Gesù, come il Battista, annunciato un giudizio
di Dio terrifico e imminente.
L'appello di Gesù è stato volto in primo luogo alla
necessità di metter mano all'ingiustizia con tutta l' umanità possibile.
Non possiamo permetterci di pronunciare l'affermazione
del Dt. come premessa, la possiamo dire alla fine, dopo che è stato fatto tutto
il possibile contro l’ingiustizia e la povertà. Se i cristiani diventano sempre
più una minoranza, non per questo saremo legittimati ad arrenderci. Si tratterà
piuttosto di un vero kairos, 'momento favorevole', per affermare concretamente
il primato del Regno di Dio. E per farlo con tutta la creatività possibile,
perché si affermi un'economia diversa in un contesto sociale che consenta a
tutti di vivere.[6]
Mi sembra doveroso e utile, dopo quanto abbiamo
considerato, riprendere quel volto di chiesa che il Concilio aveva
tratteggiato:
“E come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione
attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la chiesa è chiamata a
prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza.
Gesù Cristo “sussistendo nella natura di Dio ...
spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo” (Fil. 2, 6-7) e per noi “da
ricco che era si fece povero” (2Cor. 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per
compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per
cercare la gloria della terra, bensì per far conoscere, anche col suo esempio,
l'umiltà e l' abnegazione.
Cristo è stato inviato dal Padre “ a dare la buona
novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito” (Lc. 4, 18), “
a cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc. 10,10): così pure la Chiesa
circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi
riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore povero e
sofferente, si premura di sollevarne l'indigenza, e in loro intende di servire
a Cristo” (Lumen Gentium, n. 8, par.306).
Giuseppe
Florio
[1] Purtroppo quella riforma non
conoscerà il suo compimento. Nel 609 a.C. il re Giosìa, nell'intento di fermare
il faraone Necao che si dirigeva a combattere contro la Siria, viene ucciso in
battaglia a Meghiddo. Geremia resta solo e sconsolato. Il naufragio della
riforma avrà conseguenze storiche drammatiche. Pochi anni dopo, nel 597,
Nabucodonosor, il re di Babilonia, ordina la prima deportazione a Babilonia
(Ezechiele è tra i deportati), e nel 587 il tempio e la città di Gerusalemme
saranno distrutti, e tutta l'élite del paese deportata. L'esilio durerà almeno
40 anni.
[2] Da questa remissione è escluso “lo
straniero” (v. 3). La motivazione è sempre teologica: chi è “fuori” da
quell'ordinamento sacrale non si prevede che ne goda i benefici. Alla nostra
sensibilità moderna può apparire un misero provincialismo. Ma consideriamo che
proprio qui, in questi capitoli, registriamo un certo 'aggiornamento' riguardo
alle leggi più antiche. Il 'provincialismo teologico' sarà affrontato con
decisione da Gesù di Nazareth.
[3] Era vero anche al tempo di Gesù. A
6 Km sopra Nazareth, c'era una cittadina, Sefforis, costruita da Erode Antipa.
Negli scavi archeologici sono venuti alla luce dei magazzini per lo stoccaggio
dei viveri alquanto sproporzionati per il numero degli abitanti della città.
Quei magazzini servivano per conservare il cibo in vista degli anni di
carestia, che avrebbero consentito di vendere le derrate ad usura. Ai veri
poveri restava davvero solo la fame!
[4] Si impone qui un confronto
interreligioso che, anche se di superficie, non è certamente fuori luogo. Tutti
sappiamo, ad esempio, quanto sia centrale nell'Islam l' 'elemosina'. E' un vero
e proprio precetto, da prendere molto sul serio. Ma se dopo l'elemosina il
povero resta tale, che si fa? Lo si affida al Signore? Forse il precetto non
basta. Ugualmente, nel Buddismo è insistente il tema della 'compassione'. Ed è
un' umanissima indicazione. Ma se alla compassione sono legati i meriti e non
la ricerca di soluzioni storiche, concrete, per quanti sono vittime della
povertà, viene a mancare una vera e propria spinta a cambiare la storia. Non è
un caso se la 'scoperta del diritto' è avvenuta principalmente nel solco che si
è originato nel cammino convulso del popolo d' Israele. Potremmo, su questo
argomento, interpellare anche la grande tradizione confuciana. Che tutta la
realtà sia sotto il velo dell'armonia universale è quanto mai appropriato. Ma
se l'armonia è affidata prima di tutto alle autorità, forse non sempre
l'armonia verrà a beneficio delle vittime
dell'ingiustizia. Abbiamo qui un tema
che interpella ad un vero dialogo tra le religioni e le grandi culture.
[5] La cifra che indica il valore del
profumo sembrerebbe in effetti molto alta, se si considera che Giuda si impegna
a consegnare Gesù alle autorità per un compenso di sole 30 monete d'argento
(era il valore di uno schiavo sul mercato!).
[6] Vedi a tal proposito: L. Becchetti,
G. Florio, Dio e Mammona, Ed. ECRA, 2014
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