L’esito complessivo di questa tornata elettorale 2014, tra
elezioni europee, regionali e amministrative parziali, ci consegna alcuni
inediti elementi di riflessione: o, meglio, consolida alcune tendenze che già
si erano osservate in passato ma che adesso possono essere analizzate in
maniera più compiuta.
Si può valutare già una prima certezza: se ancora ci fossero
stati dubbi deve essere dichiarato come il fenomeno dell’astensionismo “politico”
si sia insediato al centro del sistema politico italiano, determinando in gran
parte gli esiti elettorali.
Non si tratterà, probabilmente, di un fenomeno passeggero
ma, al contrario, in sicura crescita non tanto dal punto di vista percentuale
(sotto quest’aspetto si verificheranno sicuramente delle oscillazioni anche
consistenti) ma proprio sui modi d’utilizzo dell’arma del voto: confluiscono in
essa alcuni fattori di grande rilievo e di diversa entità e origine.
Primo fra tutti quello di un’indifferenza molto diffusa, il
secondo quello della protesta ma ne emergono altri due che finora non si era
espressi in maniera così massiccia: il primo riguarda la non riconoscibilità
della rappresentanza ridotta alla personalizzazione (una quota di elettorato
non si riduce a scegliere “tra le persone” chiede qualcosa di più), il secondo
quello della scelta tra il tipo di elezione, un fenomeno già presente in
passato ma oggi particolarmente accentua tosi attraverso il quale si pone, ad
esempio, il tema della validità dei ballottaggi per l’elezione di una figura
monocratica sempre più dotata di ampi poteri quale quella del Sindaco.
All’origine del fenomeno dell’astensionismo quindi una
molteplicità di fattori agenti di volta, in volta che ne fanno elemento di
scelta sicuramente “trasversale” e quindi particolarmente “solida”.
Il secondo punto riguarda la cosiddetta “volatilità elettorale”,
enormemente cresciuta nel corso degli ultimi anni dopo decenni di sostanzialità
staticità all’interno di una sorta di “logica dei blocchi”.
Nell’occasione delle elezioni politiche del 2013, infatti,
il mutamento di scelta elettorale ha raggiunto il 40%, superando sicuramente il
30% con le elezioni europee 2014: percentuali davvero ragguardevoli.
Un ulteriore tasso di volatilità (accompagnato da una decisa
crescita dell’astensionismo) si è registrato nel corso dei ballottaggi delle
recentissime elezioni comunali.
In questo caso, però, è risultata decisiva la cosiddetta
scelta “last minute” eseguita da un elettorato incerto, prima di tutto, tra l’astensione
e la presenza al voto e poi convinto a corrispondere un suffragio da fattori
episodici: il tutto si è tradotto, proprio nel caso dei ballottaggi di domenica
scorsa, in una vera e propria “diagonalità” del voto con vere e proprie
reciproche invasioni di campo da parte dei diversi soggetti rispetto ai loro
tradizionali insediamenti. I casi di Livorno, Perugia, Riccione, Pavia, Cremona
ma anche Casal di Principe, Bagheria, Civitavecchia, Ventimiglia rappresentano
sicure esemplificazioni nel senso appena indicato.
Tutto questo ci fa pensare ad un’ormai avvenuta “diversità
di mappatura politica” tra gli esiti elettorali di ogni singola tornata,
stemperando anche lo stesso concetto di “partito nazionale”.
L’espressione di voto cosiddetta “last minute” appare influenzata,
come abbiamo visto da fattori contingenti, come – nell’ultimo caso – dall’esplosione
degli scandali ma, più in generale, emerge un fattore di tipo strutturale sul
quale va posto il massimo possibile dell’attenzione: personalizzazione della
politica e utilizzo delle tecnologie comunicative avanzate hanno spostato
infatti il peso determinante in funzione delle scelte collettive sul terreno
della “comunicazione degli annunci” anziché, come tradizionalmente, sulla “relazione
dei fatti politici e/o amministrativi”.
Un fattore che ha provocato, nel caso delle elezioni
amministrative, una richiesta di “ricambio” comunque, in esito – appunto –alla bontà
di comunicazione politica messa in campo dai diversi candidati.
Questi mutamenti appena descritti rappresentano il vero
punto di distorsione della democrazia costituzionale al quale s’intende
rispondere negando, praticamente, il principio di fondo della rappresentatività
politica contenuto nel dettato costituzionale: quel dettato che esclude il
presidenzialismo e conclama la centralità dei consessi elettivi, in ispecie del
Parlamento.
Si è trattato di un mutamento profondo nella natura stessa
del rapporto tra società e politica che richiede una riflessione di fondo sulla
qualità stessa della nostra democrazia, in questo momento (nonostante le grandi
proclamazioni europeistiche) non allineata a qualsiasi altro modello “esterofilo”.
E’ il caso, davvero, di ripensare sul serio l’organizzazione
dell’insieme dell’organizzazione istituzionale, con particolare attenzione ai
sistemi elettorali al riguardo dei quali mai come in questo momento si attaglierebbe
un profilo di proporzionalità e all’organizzazione dei soggetti intermedi e di
sintesi politica, nella sostanza ad una nuova riconoscibilità dei partiti.
Se si proseguirà su questa strada lastricata di sassi, è
possibile che alla fine ci si trovi all’inferno di una secca limitazione della
praticabilità democratica, con una visione della politica legata al
giovanilistico “vincere!”: una visione che dovrebbe essere osteggiata con
determinazione ben maggiore di quella che si sta utilizzando adesso.
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