Il ripetersi, nell’occasione delle elezioni europee 2014 di
un fortissimo fenomeno di “volatilità elettorale” che già si era riscontrato (circa
nell’eguale misura del 40%) alle elezioni politiche del 2013 ha messo in serio
allarme il Movimento 5 Stelle e il suo leader
il populismo deve andare veloce,
ma in queste condizioni l’elettorato minaccia di andare ancor più svelto verso
il rifugio finale nell’astensionismo. Così, dopo aver completamente abbandonato
ogni qualche idea di mobilitazione intorno ai grandi temi sociali, il Movimento
5 Stelle si è concentrato su quello squisitamente “politico” della legge
elettorale e ha deciso di arrendersi al dominatore di giornata Matteo Renzi.
Quel Renzi che,
proveniente dalla stessa matrice biecamente populista, si trova di fronte allo
stesso problema, quello di blindare il proprio consenso elettorale,
naturalmente nella più totale insensibilità al fatto che quasi il 50% delle
cittadine e dei cittadini iscritti nelle liste non abbiano espresso il proprio
suffragio.
L’incontro tra i due diventa così naturale, anche se per
Grillo si tratta, dopo tanti roboanti proclami, di una vera e propria “resa”: l’incontro,
se avverrà, si concretizzerà, infatti, in un’idea di legge elettorale (gli
elementi ci sono già tutti, sia nell’Italikum, sia nella scimmiottatura del
modello spagnolo presentato dal M5S) che formi una sorta di “partito di
cartello” capace di puntare, come sua vocazione di fondo, ad impedire prima di
tutto che altri attori politici entrino sulla scena istituzionale a guastare la
festa a chi si sta dividendo il bottino.
Insomma, proprio il “Partito Unico della Nazione” tanto
agognato dallo stesso Renzi.
Con una variante presente nel progetto del M5S che prevede,
all’interno del quadro delle forze abilitate a reggere il gioco, della
possibilità di una “politica dei due forni” a seconda dell’esito elettorale:
naturalmente nulla cambierebbe sul piano dei contenuti sempre e comunque
devastanti per la democrazia e la condizione materiale dei ceti più deboli.
Siamo ben oltre il ritorno alla democristianità: un “consolato”
(sia pure asimmetrico nei rapporti di forza) tra i due grandi imbonitori
rappresenterebbe il tassello fondamentale della costruzione di quel regime che
già si avvale dell’appoggio della quasi totalità dei mezzi di comunicazione di
massa, maneggia con grande abilità il web e ha quasi fatto dimenticare alla
gran parte delle elettrici e degli elettori che la politica prevede anche il
dato essenziale della rappresentatività delle istanze sociali e delle
sensibilità culturali presenti nel paese.
Si arriverà invece a un miscuglio indiscriminato regolato
semplicemente dalla prepotenza della personalizzazione.
Quali sono però i dati che hanno allarmato Grillo e i suoi
fino al punto da consigliarli a una rapida resa?
L’elemento più importante è stato, appunto, quello della “volatilità
elettorale, che ha raggiunto per la seconda volta in pochi mesi quota 40%.
La crescita dell’astensione (più 15,2%) è stata formata, in
larga parte, da voti provenienti dal Movimento 5 Stelle (4,2%), Forza Italia
(4,5%), Scelta Civica (2,5%), anche il PD ha ceduto l’1,1% al non voto così
come l’area che – per comodità- indichiamo come ex-Arcobaleno più IDV per lo
0,5%.
Il successo del PD è stato formato da incrementi ricevuti da
M5S per l’1,5%, Forza Italia per lo 0,8%, Scelta Civica per il 3,0% e soltanto
per lo 0,2% dall’area dell’ex-Arcobaleno: si dimostra così, “ad abundantiam”, il
mutamento di base sociale dell’elettorato del PD con il registrarsi di un vero
e proprio “ sfondamento a destra”.
Dato confermato anche dall’analisi della geografia
elettorale: laddove il PD risulta il primo partito in tutte le regioni d’Italia
e non più confinato nelle roccaforti delle antiche “regioni rosse”.
La Lega Nord ha ceduto lo 0,4% del proprio elettorato all’astensione
ma, in cambio, ha avuto lo 0,3% da Forza Italia e lo 0,4% da Scelta Civica (in
realtà si chiamava Scelta Europea, ma il richiamo alla formazione presentatasi
alle politiche del 2013 sotto la guida di Mario Monti.)
Questi i dati crudamente espressi: a sinistra fra l’altro,
nell’area che abbiamo indicato come ex-Arcobaleno e IDV non si registrano
incrementi significativi da qualsivoglia provenienza, il che dimostra che i
cosiddetti “professori” si sono limitati a spartire le spoglie di ciò che già c’era
con una cessione verso il “non voto” e, sia pure minima, anche verso il PD.
Quale lezione politica trarre da queste valutazioni, almeno
dal nostro punto di vista?
Quella della necessità di costruire subito un soggetto
politico di opposizione al sistema, fondato sulle coordinate della democrazia
costituzionale e sulla rappresentanza dei ceti socialmente devastati dalla
gestione capitalistica.
Un’indicazione schematica ma che dovrebbe risultare
efficace: appare inspiegabile, però, come su questo terreno si sia stretti tra
movimentismo e politicismo in un quadro di esitazioni, incertezze, forsanche
egoismo da piccoli privilegi che pare non si riesca a modificare.
In ogni caso sarà bene provarci ancora.
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