a)ROSS@: STATO DELL’ARTE
Diciamo che Ross@ ha vissuto,
attraverso le tre assemblee tenute lo
scorso anno (Bologna, Milano/Napoli e Roma) un periodo di “prova”, ma non
ancora di collaudo della sua ipotesi di “associazione politica”, non esclusiva
- nel senso della possibilità di una doppia tessera.
Dal gennaio di quest’anno
in poi (dopo la raccolta delle firme per il referendum consultivo anti-trattati
europei), non esistendo un centro operativo, quel poco di noi che era emerso è
sprofondato nell’invisibilità, nell’iniziativa sparsa delle piccole realtà
territoriali: il che è tanto più grave in quanto solo noi avevamo una proposta
politica radicale ma realistica sull’Europa, proposta che poteva cogliere
l’occasione delle elezioni europee per manifestarsi.
L’ipotesi associativa (non-soggetto
politico partitico) non può essere dichiarata fallita, per il semplice fatto
che non è stata nemmeno sperimentata, verificata, ma sostanzialmente elusa. Ci
vuole, del resto, una buona dose di scetticismo sull’impresa che si pone in
essere, quando i promotori/coordinatori lanciano un tesseramento “passaparola”,
tutto interno, senza la minima pubblicizzazione esterna: quando si sceglie una
sostanziale “clandestinità”. E diventa difficile addirittura discutere dello
“stato dell’arte”, non esistendo un quadro complessivo (ma nemmeno regionale: è
il nostro caso) delle presenze e/o delle potenzialità di ROSS@.
Appunto, una prova non condotta a
compimento, a verifica: una provvisorietà che inquieta giustamente i compagni,
della quale si sono fatti interpreti a loro modo coloro che hanno partecipato
domenica scorsa, il 15 giugno, alla riunione tenuta a Verona.
B) ROSS@: SOLUZIONI?
La via di fuga tutta
volontaristica di andare ad una stretta organizzativa come se questa, di per
sé, fosse il viatico che discopre, illumina per incanto una “soggettività
comunista” è il cammino breve, senza respiro, che andrebbe ad aggiungere un
altro gruppo agli altri della diaspora comunista, ribadendone il minoritarismo.
Tale via non avrebbe certo né la forza né la “tensione egemonica” (e questa da
quale virtù ci deriverebbe?) per riassorbire taleframmentazione. Né avrebbe i
titoli (ad esempio,“Tesi” fortemente innovative e intellettualmente attrattive)
né l’autorevolezza di un gruppo dirigente nazionale (che non esiste, che va
costruito) per rivolgersi, quantomeno, alle masse minimamente politicizzate. (Per
essere chiari, prescindo, in quanto non da me condivisa, da certa letteratura
sociologica che vuole la forma-partito storicamente legata alla sola epoca
fordista o che ne teorizza addirittura la impossibilità di esistenza in una
“società liquida” come viene definita quella occidentale).
Se l’ipotesi partitista dovesse
avere la meglio, ci priverebbe ipso facto del contributo di organizzazioni
(Sinistra Anticapitalista che non intende sciogliersi) e di singole personalità
di Rifondazione Comunista che, a causa della temporanea eclisse di ROSS@, ma
soprattutto della congiuntura elettorale, sono rifluite, pare in toto, nella
casa-madre.
C’è da chiedersi: possiamo
allegramente privarci di queste forze, di questi compagni, del loro punto di
vista, parziale fin che vogliamo, ma prezioso? Tanto più importante quanto più
l’inerzia degli ultimi mesi ha visto,
almeno da noi a Genova, un calo della partecipazione, già di per sé in partenza
esigua.
Ed ancora: una nostra precoce
“chiusura” escluderebbe sicuramente dal processo costituente gruppi e singoli
compagni che un domani potrebbero essere interessati a convergere.
“Gettare il cuore oltre
l’ostacolo” non è una scommessa che in questo caso prospetti una minima
possibilità di successo: solo un dio potrebbe salvarci, solo un taumaturgo
dotato di molte doti miracolose.
LA FASE
L’attuale crisi sistemica globale
duratura continua a essere riprodotta e aggravata In Europa dalle misure
economiche neoliberiste fin qui testardamente perseguite: non vi dev’essere
alcun dubbio che esse saranno riconfermate con la prossima gestione di larghe
intese, sia pure sotto la nuova formula dell’“austerità espansiva”. Essa darà
prova di sé a partire dall’imminente semestre italiano: non muta però
sostanzialmente il quadro di politiche che, tra l’altro, si collocano al limite
dell’autolesionismo, perché alla lunga mettono a repentaglio la stessa Unione
Europea e soprattutto sottopongono a dura prova la tenuta del l’eurozona di
fronte ad una probabile, prossima bolla speculativa.
A differenza degli altri Paesi
PIIGS del Sud Europa, in Italia non si è
verificato un generale movimento di protesta e di resistenza alla politiche
recessive imposte dalla Troika. Il ventennio berlusconiano, accompagnato dalla parallela
e progressiva mutazione genetica tanto della vecchia sinistra moderata quanto
della CGIL e dalla scomparsa della “sinistra radicale”, ha segnato una profonda
discontinuità storica e una perdurante regressione nella coscienza pubblica
(non solo politica, ma anche etica) nel senso dell’affermazione di uno spirito
individualista e “competitivo”, anche e disastrosamente tra gli strati
subalterni.
Siamo oggi in presenza di un radicale
capovolgimento e azzeramento del “caso italiano” degli anni ’60-70, quando era
egemone una soggettività conflittuale, un senso dell’agire collettivo e
progettuale, una politicità diffusa. I tre populismi dominanti e concorrenti
(nelle persone di Renzi; Grillo e Berlusconi) registrano ed esaltano (se
possibile) la morte della politica per come è stata intesa per decenni,
segnatamente dalla Liberazione in poi.
E’ fuor di dubbio che questa
pervasiva anti-politica costituisca il brodo di coltura per la nascita di un
regime autoritario a guida PD: l’allineamento dei media, le strette sul terreno
dell’ordine pubblico ne sono una conferma preoccupante. E’ il caso di dire che
Davide si è rimpicciolito a dismisura, mentre Golia ha assunto proporzioni inedite, da nuovo, ipertrofico
Leviatano.
Che fare? Come invertire la
tendenza? O, meglio, come rivoluzionare lo stato di cose presenti? Perché di
questo si tratta. Qui non è in gioco una nuova DC e, comunque, anche sul piano
strettamente elettorale, non sono alla vista coalizioni in grado di sconfiggere
la coalizione delle “sempre più larghe intese”. Si gioca su tutt’altro terreno.
Ed è vero, soprattutto nel nostro caso, che i tempi in politica sono
determinanti: in questa morta gora è prevedibile che i bluff delle promesse
renziane giungeranno alla resa dei conti nel 2016-17, con la partenza effettiva
del fiscal compact: ma non si può escludere che ciò avvenga anche in tempi più
ravvicinati.
In una situazione del genere uno
strumento generale di lotta sarebbe in
astratto quanto di più auspicabile: vale
a dire un soggetto-partito che per avere qualche chance di contrastare un
avversario multiforme, metabolizzi, bruciandole rapidissimanente, le scorie di
un trentennio di sconfitte (e di conseguenti frammentazioni settarie, di fughe
di massa dalla politica), riunifichi le forze già oggi antagoniste e, nel
contempo, attraverso processi diffusi di lotta sociale, risollevi e riqualifichi quella che un tempo si
chiamava coscienza di classe.
Io resto convinto che, date le
condizioni oggettive e soggettive, un tentativo in tal senso abortisca nella
formazione dell’ennesimo partitino, del tutto inadeguato e inutile rispetto
alla grandezza del compito che ci sta di fronte. Un compito che non è affrontabile
efficacemente con la messa in campo di una soggettività purchessia, anche se
fosse di maggiore grandezza rispetto a quella, minima, di cui in partenza
possiamo disporre.
E’ l’attivazione di energie, di
spinte antagoniste di varia natura (culturali, anzitutto, sociali e politiche,
perché no?) che, senza peraltro un impossibile disegno precostituito, possono
concorrere a bloccare le pericolosissime tendenze in atto.
Per favorire e promuovere questo
processo il nostro compito è quello di“ ”smascherare l’ideologia
del sistema, denudare la malafede, sbugiardare ciò che rende fatalistico e
deterministico il profitto, decriptare quel mondo di segni che avvolgono della
loro pregnanza il mondo reale con una prepotenza che esclude ogni possibilità
di scelta: deve essere questo, oggi, il nostro faticoso lavoro. […]Tuttavia,
proprio dentro gli abiti tarlati di questa nostra democrazia, ormai
geneticamente mutata e sempre più progressivamente autocratizzante, va
riproposta quella domanda di senso, che sola può far riaffiorare uno stato
collettivo della coscienza, che non accetta lo stato presente delle cose e i
suoi meccanismi che cristallizzano la vita collettiva […]” (cito da Patrizia
Buffa , di ROSS@-Verona.)
Insomma,
rispetto alle forze antagoniste dobbiamo essere il motore di avviamento di un
processo di aggregazione, che non può non avere ripercussioni e provocare
dislocazioni da parte di altre forze della sinistra, comunque qualificate
(ovviamente, escluso il PD, del tutto estraneo, anzi nemico).
Però, nel contempo, dobbiamo
anche onestamente riconoscere che solo attraverso un generale sussulto di
popolo, una rivolta, qualcosa, in altre forme, del tipo luglio ’60, si possono
porre le premesse di una nuova soggettività di massa, contrastare fino a rovesciarle
le tendenze autoritarie al regime. Spontaneismo? No, realismo. Inoltre, noi,
come associazione politica, a differenza dei partiti, saremmo privilegiati quanto
a libertà di azione perché non avremmo l’obbligo delle scadenze elettorali e
non correremmo quindi il rischio di una rapida istituzionalizzazione. Questo,
della rivolta di massa, comunque resta l’obiettivo su cui puntare, obiettivo
minimo, paradossalmente.
Dobbiamo tendere le orecchie,
moltiplicare le antenne. E’ solo attraverso questa via che la sinistra può
risorgere e, con essa, la politica.
UN PERCORSO
Va ricostruito il senso di un
percorso, ma non nell’illusione di pervenire ad una omogeneizzazione di vedute,
di approcci, di costringere in un letto di Procuste le (notevoli) differenze
che ci portiamo appresso, ma semmai nel tentativo, già difficile, che le nostre
contraddizioni cambino natura e segno: evviva la dialettica! Soprattutto nel
senso di acquisire linguaggi e lessici che possano tradursi l’uno nell’altro:
oggi questo processo non avviene, giacché si affrontano, senza capirsi, coordinate
mentali la cui diversità da individuo a individuo è anche imputabile alla varia
collocazione nel tempo e nello spazio (esperienze e appartenenze pregresse)
E’ stato un errore nascondere o
diplomatizzare le divergenze che ci sono state (una per tutte, sulla Siria), io
penso che dobbiamo viceversa esprimerle in modo chiaro e netto: se il nostro
progetto non ne regge l’urto sarebbe la controprova della sua non-percorribilità.
Ma vale soprattutto il contrario.
Un movimento critico ma variegato
come il nostro non può non suscitare nelle varie sedi locali, a partire dalle
esperienze realizzate o tentate, domande, diciamo così, politico/culturali
(apertura/realizzazione di vertenze, elaborazioni di punti di programma,
modalità della comunicazione politica, attivazione di strumenti interattivi
ecc.) che vanno centralizzate e, ad un tempo, condivise orizzontalmente.
E’ possibile, a mio avviso,
pensare ad iniziative finalizzate a sciogliere o a ricollocare nodi problematici - forieri di divaricazione
nell’agire pratico- e, ad un tempo, funzionali
alla formazione individuale e alla crescita dei collettivi locali. Non si
tratta di improvvisare assemblee/dibattiti di una serata, piuttosto di istruire e concludere in un lasso ragionevole
di tempo indagini a tema, a seconda delle sensibilità, coadiuvati da un
esperto, e comunque, da almeno un compagno estern, di provata preparazione.
Vogliamo esemplificare dei temi,
sui quali più sovente avvertiamo discrasie o insufficiente cognizione tra di
noi ? La ri-configurazione della geopolitica mondiale, cioè i mutamenti in atto
nel sistema-mondo (il tentativo di sfondamento ad est del Patto Atlantico; la
jihad, le “guerre di religione interislamiche”e la tendenza ad un nuovo califfato
nel Medio Oriente; il protagonismo e la nuova colonizzazione cinese in Africa
ecc. ecc.). Ed ancora il rapporto imperialismo/internazionalismo (a proposito,
è il caso, delle “primavere arabe”), la questione dei beni e della proprietà
comune; il reddito minimo garantito in rapporto al lavoro e alla lotta per
l’occupazione. E, soprattutto,la concezione della” rappresentanza di classe” e
delle alleanze, restando, com’è evidente, i trattati intergovernativi europei
(fiscal compact e MES) e il negoziato TTIP in atto i nostri punti di attacco,
caratterizzanti.
ANTAGONISMO E SINISTRA
Il punto dell’analisi torna inevitabilmente a ruotare attorno
al PD e al suo sistema di potere e di consenso. Tra di noi ci sono molti che
pensano che le “fratture sociali”, come vengono chiamate, si siano già
compiutamente realizzate, che un vuoto di rappresentanza si sia spalancato e
che su questo spazio politico si possa, si debba costruire (stante che
riformismo, ma anche una generica opinione di sinistra - nella loro
impraticabilità dentro la crisi sistemica - si convertirebbero inevitabilmente
in strumenti dell’avversario di classe), che si debba costruire il soggetto politico dell'autonomia di classe”, tale da impedire che il crescente malcontento
sociale prenda la strada di una protesta reazionaria, di destra.
Questa analisi schematica
poggia sulla valutazione che
Il PD […] sposta la base sociale di riferimento e la
restringe verso il grigio territorio della burocrazia, del corporativismo e
della speculazione […] La sua base sociale di riferimento in realtà è tutto ciò
che si lega al comando del capitale finanziario, non è il lavoro. Nemmeno
quello della piccola imprenditoria”(Nico Macce).
Ma poi ci si contraddice
quando si afferma che ” il
PD non andrà tanto in là sul fronte del consenso sociale […]”. Credo che si
immagini che per trasformarsi stabilmente in regime il PD, e per lui il l’atteggiamento
bonapartista impersonato da Matteo Renzi oggi vincente, possa contare quasi
solo su quel poco di voti in uscita dal centrodestra e sul prosciugamento di
piccole formazioni, come è avvenuto, del resto, nelle elezioni europee, in
riferimento a Scelta Civica, praticamente scomparsa, assorbita.
D’altra parte, è vero che, a livello di fabbrica, in genere
dei grossi e medi agglomerati di “lavoro socializzato”, il PD da tempo ha
perso non solo l’egemonia, ma anche la
rappresentanza: tuttavia, possiamo da questa constatazione inferire che la
tradizionale base elettorale del PCI, specie tra le generazioni anziane e
quelle per nulla politicizzate, abbia percepito che il PD non è il naturale
erede o surrogato del vecchio Partito Comunista? Io penso di no; del resto
nella vulgata mediatica quando di parla di PD, il termine lo si traduce
inevitabilmente in “sinistra” tout court. Può risultare la cosa a noi inspiegabile,
ma ciò sta a significare quante lunghezze ci separano dal sentire comune. Un
tempo si diceva, in riferimento ai gruppi dirigenti: essere un passo avanti
rispetto alla classe, intendendosi “non di più”, non oltre.
E tuttavia, l’abbiamo detto, resta fuori discussione che ciò
che ci contraddistingue è lo “spirito di scissione” a tutti i livelli nei
confronti della galassia PD, a partire dai poteri locali e dalle rispettive
clientele e potentati economici. Ma nei confronti di un popolo di sinistra che
esprime scelte alternative, per quanto confuse e non identificabili con le
nostre posizioni, che atteggiamento tenere? Popolo che esprime, quantomeno “una
volontà di rappresentanza” (Marco Ferrando, a proposito delle recenti elezioni
europee)?
E’ il caso della lista Tsipras e della sua risicata e
insperata affermazione, di un mondo di aspettative che essa ha messo in moto in
un milione e passa di persone e che si sta agitando nel tentativo di agglutinarsi
in una forma organizzata. E’ il caso di SEL, la cui implosione la lista Tsipras
ha sicuramente accelerato, e della aggravate crisi del PdCI. Possiamo fare
spallucce e affermare che la cosa, questo processo (che peraltro può con
qualche probabilità naufragare) non ci interessa o che ne siamo
pregiudizialmente avversari? O meglio che ci interessa, per distinguere i
presunti “buoni”(gli astensionisti) dai presunti “cattivi”, e cioè quanto tra
noi, meno “puri”, quella lista l’hanno votata?
Credo che erigere questa diversità a discriminante strategica
tra di noi sia un colossale errore, anzi un falso che bloccherebbe la nostra
ricerca e il nostro sviluppo.
Sviluppo che non si dà mai da sé, in maniera autopropulsiva,
nella solitudine di una monade autosufficiente e, dunque, nel rifiuto di
interlocutori: lo “spirito di scissione”, senza il riconoscimento di una
vicinanza, da negare per superarla, non potrebbe esercitarsi con qualche
costrutto. Questa è la dialettica vivente. Ciascun individuo o realtà si forma
e cresce in rapporto a qualcos’altro diverso da sè: il rispecchiamento
nell’Altro è la sola via per definire una propria identità.
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