Quindi, dopo i “mea culpa” e l'attendismo dettato da ragioni
preesistenti, ora facciamo Ross@: le identità
scese in campo per realizzare questo progetto facciano un passo indietro, due passi avanti, così da non dare luogo alla
mera sommatoria di ciò che già esiste, e cominciare ad inventare quello che ancora non c’è!
Il gruppo di Ross@ Parma, che si è costituito nel dicembre
2013, è composto, per la quasi totalità dei suoi militanti attivi, di compagne
e compagni che hanno aderito direttamente al progetto politico di Ross@, senza
che questa adesione derivasse dalla militanza in altre realtà politiche locali
o nazionali.
Nonostante la consapevolezza che il progetto presentato alla
cittadinanza lo scorso dicembre fosse ancora in una fase costituente, la realtà
di Ross@ Parma ha mosso comunque i primi passi, in città e nel territorio,
cominciando ad essere considerata e riconosciuta politicamente.
Occorre rimarcare, invece, che le realtà che compongono il
progetto politico a livello nazionale, sono state attendiste e non esplicite
nella relazione con le realtà locali. Sicuramente la latenza a livello
nazionale, riconosciuta anche durante la riunione di coordinamento a Roma il 17
maggio, non ha aiutato a fare in modo
che le forze politiche e sindacali teoricamente più vicine a Ross@ sul piano
locale riconoscessero in essa un effettivo interlocutore.
Applicando ragione e pragmatismo, l’analisi della fase
attuale deve portare ad aggregare su alcuni punti fondamentali, che erano già
presenti nel progetto iniziale di Ross@ e che riteniamo centrali, quindi non
smarribili né ridimensionabili.
Prima di tutto la rottura con
il “sistema PD”,
definito giustamente “sistema” e non riducibile semplicemente al “partito” PD.
Si tratta, infatti, di un sistema perfettamente aderente alla logica
neoliberale, in cui il partito-persona, incarnato attualmente in Matteo Renzi,
costituisce il referente di un complesso e ramificato insieme di apparati
statali, non statali, nazionali e sovranazionali. Non possiamo pensare che
all'interno della sinistra che si definisce antagonista e conflittuale, vi
siano ancora singole posizioni o forze disposte a sostenere che nel sistema PD
ci siano ancora possibili speranze per un cambiamento che vada a sinistra. Non
lo vogliamo pensare, ma siamo costretti a farlo, visti i giubili e i salti di
gioia per gli ultimi risultati elettorali della lista Tsipras in Italia, che
per il rotto della cuffia è arrivata al 4%. Siamo costretti a pensarlo per la
dichiarazione della Spinelli che definisce prima il PD come Democrazia
Cristiana e poi salva la corrente di
Civati, definendola una parte con la quale si può lavorare. Siamo costretti a
pensarlo perché vecchie forze, che ancora aleggiano come spiriti e che fecero
parte appieno del sistema PD, tornano a strizzargli l'occhiolino, rievocati da
un 4%! Siamo costretti a pensarlo perché la lista Tsipras, sta pensando ad
alleanze con il PSE.
Siamo costretti a pensarlo soprattutto perché non si può concepire di
riformare un sistema come l'Unione Europea, che non è “riformabile” in senso
radicale, proprio perché la logica di adattamento e riformabilità è già
presente nella propria costituzione materiale, costituzione di matrice
ordoliberale e funzionalista. Una
prospettiva europea che sia davvero “altra” rispetto a questi assunti, implica
una rottura con l'Unione stessa, con il suo sistema di governance e con il
suo principale strumento attuativo: l'Euro. Questo è un passaggio
imprescindibile. Sarebbe parossistico, infatti, sostenere di rompere con
l'Unione e non con una delle sue forme attuative, l'Euro. Proprio in relazione
a questo punto, occorre realizzare forme di pratica politica reali e concrete -
come il Controsemestre e la raccolta di firme per il Referendum
- atte a sensibilizzare soprattutto all'esterno del mondo della sinistra
antagonista. Nel contempo bisogna
studiare quelli che potrebbero essere gli snodi fondamentali dell'evoluzione
dell'impianto della UE, a partire
dall'ERF (European Redemption Fund) – che a
garanzia della conversione in emissioni comuni (eurobond), prevederebbe
un ulteriore potere di controllo delle istituzioni europee sulle spese dei
governi, la spogliazione del nostro patrimonio pubblico e la trasmutazione del
debito in giurisdizione internazionale, quindi non più convertibile in valuta
nazionale in caso di uscita, provocando la più totale abdicazione di sovranità
- e dal
TTIP (Transatlantic Trade and Investiment Partnership), di fatto la chiave per
attuare tutto ciò che l’organizzazione mondiale del commercio (WTO) non è già
riuscita ad imporre in termini di deregolamentazione in ogni campo economico,
sancendo anche il via libera per le imprese al ricorso legale contro i governi
attraverso un organismo di arbitrato internazionale. Occorre comprendere le
ricadute sociali e politiche di tutto questo, individuando forme di
mobilitazione atte a contrastarli.
Su questi elementi, ora, è concreto e reale potere parlare di
aggregazione delle forze della sinistra antagonista e conflittuale, per
realizzare un'area politica nazionale, Ross@.
I “punti dirimenti” sopracitati devono essere un passaggio discriminante
e costituente per l'identificazione dell'area stessa.
La dimensione nazionale è necessaria per creare una sovradeterminazione delle realtà
locali, per consentire alle stesse in relazione a questi temi, di potere
praticare una politica orientata, identificata ed identificabile.
La costruzione di Ross@ non deve essere pensata nei modi e nelle forme
del “vero” ed ennesimo Partito
Comunista, ma neanche affidarsi a dinamiche spontaneistiche o movimentistiche. Occorrono delle parole d'ordine, che possano
funzionare da linee di demarcazione e di battaglia egemonica, potenzialmente rivolte a tutti e non solo ai militanti delle
formazioni antagonistiche esistenti. La
sua politica e la sua pratica non possono esaurirsi nella mera
opposizione, volta a stilare la lista dei “contro”.
Oltre a questo piano necessario ma non sufficiente, ne
esiste un altro che, se non può darsi nell’immediato, deve comunque essere
portato avanti nel tempo sin da subito: quello di un lavoro politico che non
collassi e si esaurisca nella dimensione precedentemente esposta e, soprattutto, che non copra con un uso retorico dei termini classici
dell'universo antagonista un vuoto effettivo di
politica, di una “politica anticapitalista” ancora in gran parte da inventare. Un lavoro politico di elaborazione e di pensiero che deve
essere costruito ed agito all'interno di Ross@ e volto ad instaurare la politica autonoma
di un soggetto politico. Un lavoro politico che deve articolarsi a
partire dalla ridefinizione della politica e delle categorie anticapitaliste,
che deve considerare che il modo di produzione e riproduzione capitalistico
nell'attuale fase storica, in Occidente ed in modo particolare in
Europa, è un modo di tipo neoliberale e finanziario, peraltro innestato su forme differenti di
capitalismo e di rapporto tra capitale e Stato.
Parlare di neoliberalismo non significa identificare un capitalismo
“cattivo”, una sorta di ritorno al capitalismo
liberale classico reso più
spregiudiato e immorale, contrapposto ad un capitalismo “buono”,
riformabile, come sostenuto negli ultimi vent'anni da innumerevoli forze
socialdemocratiche. Considerare il neoliberalismo, significa prendere in considerazione
il capitale nel suo modo di produzione e riproduzione attuale, le cui origini,
nella versione europea, risalgono all'ordoliberalismo. A partire
dall'esperimento tedesco nell'immediato dopoguerra ad opera della scuola di
Friburgo, l'ipotesi di fondare lo
stato sul mercato - che non si esaurisce nella sola interpretazione
dicotomica struttura-sovrastruttura - ha prevalso nella competizione tra diversi modelli capitalistici europei.
La costituzione dell'Unione Europea per come l'abbiamo vista fondarsi
e svilupparsi, e per come la vediamo concretizzarsi oggi, si fonda sui principi
economici e politici di questa scuola: dalle pratiche di governo a garanzia
delle regole del gioco concorrenziale di mercato (sistematicamente
smentite dal mercato stesso), passando per la necessità di una “Gesellschaftspolitik”,
una “politica della società”, basata sulla generalizzazione della forma
“impresa”, sull'homo oeconomicus e sul “capitale umano”, fino alla messa
a valore dell'esistenza stessa, ecc. Occorre considerare le dinamiche del
capitalismo unitamente a questa nuova forma stato che si sta realizzando e che ha tratti reazionari in forme politiche
completamente rinnovate, a partire dall’ordoliberalismo stesso. Occorre cercare
innanzitutto di problematizzare lo stesso concetto di “classe”, non perché sia
inutilizzabile - come una sterile lettura socialdemocratica si ostina ad
affermare - ma perché bisogna evitare di renderlo un significante vuoto
buono per ravvivare la debole fiammella autorassicurante dell’antagonismo.
Occorre una ridefinizione della classe che non si arresti a coordinate
economicistiche o sociologiche e che non permetta più di intendere la politica
come diretta espressione o risultante dell’antagonismo e della lotta economica.
Bisogna, insomma, definire la classe in senso politico.
Vi è la necessità di una politica che comprenda essa stessa di non essere un meccanismo
consensuale, riconoscendo come
condizione necessaria di ogni operazione egemonica la rottura con le forme
consensuali date. L'esigenza di un sindacato
conflittuale ed alternativo al blocco confederale è una necessità da
considerarsi un punto dirimente del “qui ed ora” e, in quanto tale, può essere considerata come un punto politico sul quale
è opportuno dichiararsi nettamente. Occorre però, allo stesso tempo, avere
piena consapevolezza che la costruzione di una politica autonoma e di un
soggetto in grado di sostenerla non può essere pensata come la risultante delle
dinamiche sindacali, delle loro fratture e delle loro ricomposizioni.
Risulta quindi necessario lavorare per costruire e praticare
una forma organizzata del soggetto politico. Ciò significa anche riconoscere come, oggi più che mai,
“organizzazione” non possa e non debba significare esclusivamente il pur
necessario sviluppo e coordinamento delle lotte, ma implichi sperimentare
processi di reinvenzione dei rapporti tra pensiero e azione, di reinvenzione
delle modalità in cui far esistere una dimensione collettiva oramai annichilita
o ridotta in forme del tutto residuali e identitarie. Nel lungo periodo è
possibile che sia proprio sulla scommessa di assumere politicamente queste
problematiche, senza relegarle alla sfera indistinta e impotente del
“culturale”, che si giocheranno i destini dell'organizzazione
anticapitalista che auspichiamo.
Quindi, dopo i “mea culpa” e l'attendismo dettato da ragioni
preesistenti, ora facciamo Ross@: le identità
scese in campo per realizzare questo progetto facciano un passo indietro, due passi avanti, così da non dare luogo alla
mera sommatoria di ciò che già esiste, e cominciare ad inventare quello che ancora non c’è!
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