mercoledì 18 giugno 2014

LA SCIENZA SANITARIA di G.Angelo Billia


Ognuno di noi, portatori di un’idea di società radicalmente alternativa, prima o poi deve fare i conti con elementi specifici della società che combattiamo. Può trattarsi di una semplice disamina intellettuale sui riflessi che quel singolo problema ha sull’uomo, oppure di una questione che ci si trova ad affrontare personalmente, sta di fatto con non ci si può esimere dall’utilizzo della logica quale componente principale di un criterio di valutazione scientifico.


Ad esempio, si può definire inconfutabilmente scientifico l’assioma secondo il quale la Magistratura amministra la giustizia? Non parlo della giustizia come la vorrei io, parlo della giustizia che ha il suo riferimento giuridico nel Codice penale e nella Costituzione. Credo che la risposta sia tanto scontata quanto scientificamente logica, ed è no.
Questo metro di giudizio per molti di noi è scontato. Le cose si complicano quando ci si riferisce a materie nell’ambito delle quali la fisica, la chimica e la matematica la fanno da padroni. Lì la tendenza dominante, anche fra di noi, è un’accettazione acritica perché relativa a dati “scientifici”. Fra tutte queste materie, poi, quella che è “più vicina” alla nostra comprensione è la statistica. E’ pur vero che se ne discute la fondatezza quando viene utilizzata a fini elettorali, ma la critica si ferma lì, come se in altri settori questa materia non potesse essere utilizzata per fini meno che scientifici.
Già da oltre mezzo secolo si discute sulla mole delle conquiste tecnico scientifiche. Un po’ meno sul fatto che sono ad assoluto utilizzo e discrezione della classe dominante, prova ne sia che, anche i più critici attribuiscono all’umanità intera l’incapacità di compiere analogo balzo in avanti sul piano morale.
L’uomo va nello spazio, è giunto a vedere l’universo pochi decimi di secondo dopo il big bang, scende nella fossa delle Marianne, qualche milione di fortunati può anche vivere in atmosfere artificialmente condizionate, ma l’uomo muore di fame e di sete, è ucciso a milioni da malattie più che banali, vive in buona parte ancora avvolto in leggende religiose agli antipodi di qualsiasi concetto credibilmente scientifico. La risposta è chiara come il sole per chi la vuol vedere: l’umanità tutta è subordinata, nella sua stessa esistenza, agli interessi di un pugno di parassiti.
Eppure, nonostante tutto questo, quando si parla di Sanità, delle malattie e delle terapie, spesso lo spirito critico si azzera. Certo, ci scateniamo sulle ruberie, sul sistema della ricerca, sul fatto che le case farmaceutiche la fanno da padroni e poi… si chiude il cancello della ragione. Lo si riapre, forse, spero pochi siano costretti a farlo, quando, in condizioni di assoluta prostrazione ci si affida giocoforza alla struttura sanitaria sperando ci salvi la vita.
Il tutto è umanamente comprensibile, ma a mio giudizio rappresenta un’abdicazione culturale, o meglio, una negazione dei principi scientifici ai quali crediamo di attenerci.
La prima domanda che ci si deve porre è se la medicina sfugga o no alle compromissioni col potere che attribuiamo ad altri settori, come, appunto, alla Magistratura, alla Corte costituzionale, al Parlamento, alla Scuola, ecc. Se non sfugge è d’obbligo fronteggiarla con lo stesso spirito critico riservato agli altri settori, a maggior ragione se ne va della vita di qualcuno di noi.
Naturalmente, in linea di principio non intendo mettere in discussione l’onestà personale dell’interlocutore in camice, così come non lo faccio per gli insegnanti, per i magistrati, ecc. Semplicemente ritengo che l’atteggiamento ragionevolmente critico possa, a volte più della medicina stessa, avere probabilità di salvarci la vita.
Proviamo ad immaginare, per esempio, a cosa accadrebbe all’insegnante che, nell’ambito scolastico, anziché seguire i programmi ministeriali, affrontasse la questione del razzismo da un punto di vista di classe. Sarebbe cacciata, probabilmente processata e condannata in mezzo al pubblico ludibrio.
Nella sanità ciò è anche più vero perché la calata dei barbari “scientifici” metterebbe alla gogna l’incauto uscito dalle righe. Badate, il gioco è tanto più sottile di quanto si pensi e questo perché all’uomo comune è materialmente impossibile distinguere fra banditismo e rifiuto dell’ortodossia.
In questi giorni è in auge la vicenda Stamina, il fondatore sarebbe un bandito e la terapia una fola mangiasoldi. Fior di scienziati e di istituzioni scientifiche portano legna per il rogo, seguiti da un codazzo di solerti giannizzeri mediatici tutti tifosi dell’autodafè “scientifico” in corso. Possibile che la foga giustizialista sia tale da oscurare la domanda più banale? Perché tanti sfortunati genitori sono posti nelle condizioni di cercare fuori dalla medicina codificata? Stamina illude? I bambini muoiono lo stesso? Dal suo fondatore me lo posso aspettare, se la “scienza” e qualche magistrato dicono che è un imbroglione... Ma la Sanità scientificamente codificata salva quei bimbi oppure no? Forse non illude i genitori, ma il risultato non è lo stesso attribuito a stamina? E sul piano economico, quanto costano le cure inefficaci della terapia pubblica?
A questo punto si pone una domanda più generale: come mai per quasi tutte le malattie peggiori, quelle che molto raramente guariscono da sole, i farmaci, anche quando sono efficaci comunque non guariscono? Questa scienza che sa tutto sulla teoria dei quanti, che riesce a guardare le particelle subatomiche, che è pronta a colonizzare lo spazio, quando si trova a lavorare sulle malattie e sui farmaci improvvisamente regredisce. Davvero si tratta di ragioni scientifiche?
Mi sovviene l’ultima notizia mediatica relativa ad una scoperta che riguarderebbe un tumore fra i più comuni e devastanti. A detta di due ricercatori americani il principio attivo in grado di guarirlo, dico guarirlo, è presente all’interno di un farmaco comune del costo di pochi centesimi. Per condurre la scoperta nell’ambito della verifica sperimentale ufficiale cercano dieci milioni di dollari, una parte infinitesimale di quanto speso dall’industria farmaceutica per cercare e produrre farmaci placebo come i chemioterapici. Dov’è il problema? Nessuno è disposto a fare un investimento che promette di non garantire un ritorno economico faraonico. Non è, questa, la prova più evidente che anche la scienza farmaceutica serve solo un pugno di delinquenti? Anche se si volessero considerare ininfluenti milioni di vite salvate, pensare che un risparmio collettivo di miliardi di dollari non sia un ritorno sufficiente ne è la conferma.
Sessant’anni fa, ero bimbo, un mio zio morì per un tumore. L’idea che si radicò in me e mi accompagnò per una quarantina d’anni è quella che è ancora presente in molti di noi: la ricerca scientifica risolverà questi problemi, di cancro ci guariranno. Molti parenti morti di tumore successivamente e una certa pratica accumulata anche personalmente, mi hanno convinto che non è vero.
Dov’è la scienza quando quello che è considerato dai più un luminare dell’oncologia, sostiene pubblicamente che il nucleare non fa male, idem per gli inceneritori? Eppure la medicina ufficiale utilizza in larga parte protocolli terapeutici elaborati da lui.
C’è stata la vicenda Di Bella con tutto quel che ha comportato in termini di arroccamento dell’ortodossia veronesiana. Poco m’importa se la terapia era efficace o no, importa invece l’approccio culturale adottato, scambiato per scientifico.
Qualcuno dirà che c’è stata la sperimentazione. Come già detto, per forza di cose sono “esperto” dell’argomento. Un mio congiunto scomparso da qualche anno (guarito statisticamente perché deceduto due mesi dopo i cinque anni dalla diagnosi), dopo aver subito l’intervento e aver fatto la chemioterapia, accettò, su input del luminare di turno, se ricordo bene “prezioso” visto che intascava, all’epoca, 300 Euro a visita fuori dalla struttura ospedaliera, una terapia con un farmaco sperimentale. Dopo alcuni mesi contrassegnati da una regressione della massa tumorale, senza alcun preavviso, neanche telefonico (visto che l’infusione avveniva a chilometri di distanza) ci fu comunicato che la sperimentazione era annullata. Il latore della comunicazione, avvenuta nel reparto dove c'eravamo recati per la somministraione, fu il medico di reparto, non certo il luminare.
Riporto l’episodio per mettere in evidenza la cura con la quale il professore ci aveva convinti dell’utilità della sperimentazione e il disinteresse verso il paziente nella fase successiva. Stante quest’esperienza, che trova puntuale riscontro in molte altre riferitemi, si può pensare che il grosso della struttura medica pubblica, allineata quasi totalmente al Veronesi pensiero, possa aver dato vita ad una sperimentazione credibile della terapia Di Bella?
A questo punto salto i racconti e mi limito ad una riflessione, può, un paziente frastornato dalla paura di morire, completamente psicologicamente succube di quello che “la scienza” gli dice essere l’unico che può fare qualcosa e che gli pone il quesito partendo dal presupposto che la terapia proposta è una bufala, in un contesto sociale in cui per mesi l’ha fatta da padrone “informativo” il discredito del metodo stesso, scegliere di provare la terapia Di Bella? Può, ad una sola condizione: dopo aver esperito tutto l’esperibile ufficiale e essere giunto alla fine dei suoi giorni.
Alla fine, solo per non dilungarmi ulteriormente, torno alla questione centrale, l’unica, quella che attribuisce una patente di scientificità ufficiale al tutto: la statistica.
Se è tutto chiaro, tutto alla luce del sole, tutto scientificamente incontestabile, com’è che il paziente, nel colloquio propedeutico alla terapia, non viene fornito di tabelle stampate contenenti i dati statistici relativi alla terapia proposta, suffragati dei criteri utilizzati per stilarla e dal parere dell’autorità terza che ha controllato passo, passo, il tutto? Attenzione! Ho letto anch’io qualcosa in proposito, ho sentito anch’io Veronesi o chi per esso sciorinare qualche dato, ma allo stato attuale, risultano inconfutabili solo con una professione di fede. Le variabili nella compilazione di una statistica sono molte e non è mai aprioristicamente detto, se non si conoscono compiutamente i criteri utilizzati, che siano state contemplate davvero tutte. La “verità”, al presente, nonostante un’attenta opera d’”informazione” trasversale, alla fine rimane sempre la parola del medico, che a questo punto bisogna considerare anche matematico.
Non intendo, con queste righe, fomentare disagio in chi deve affrontare situazioni difficili, semplicemente metto in guardia dall’utilizzare comportamenti acritici nei confronti di una questione che spesso è vitale. La sanità, “muovendo” cifre economiche iperboliche, è uno di quei settori nei confronti dei quali occorre avere presente, più che in molti altri, che è una struttura parte integrante di una società, costruita apposta per servire gli interessi economici di pochi contro quelli di molti. L’uso razionale della critica, anche nelle condizioni difficili indotte dalla malattia è, oggi, l’unico approccio scientifico in grado di limitare i danni.


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