domenica 29 dicembre 2013

Verso una reindustrializzazione fondata sulla conoscenza Sintesi del Rapporto europeo sulla competitività 2013 a cura dell'Associazione Controcorrente



Il rapporto europeo 2013 sulla competitività descrive un preoccupante fenomeno di crisi industriale nel vecchio Continente (di cui l’Italia rappresenta una delle punte avanzate) e cerca di delineare una strategia di uscita da questa situazione. Si tratta ovviamente del parere della tecnocrazia di Bruxelles, espressione del grande capitale e della finanza europea. La soluzione indicata è l’aumento della competitività dell’industria europea nei mercati internazionali, cioè una guerra economica tra lavoratori europei e lavoratori del resto del mondo, una corsa al ribasso sul costo del lavoro e quindi un’ulteriore caduta complessiva dell’occupazione, dei livelli retributivi, dei diritti su scala mondiale. Tuttavia è utile riflettere sui dati contenuti in questo rapporto e conoscere le conseguenze che la burocrazia europea ne trae, anche per capire i riflessi che gli orientamenti dell’UE avranno anche  sull’economia italiana nel corso del 2014.


Nella prefazione al rapporto il Direttore generale del Dipartimento Impresa e Industria della Commissione Europea, Daniel Calleja Crespo, parla di un’accelerazione dei processi di deindustrializzazione tale da mettere a rischio la stessa sostenibilità del modello economico e sociale europeo. Le cause di questo fenomeno sarebbero: 1. la bolla finanziaria e quella immobiliare prima della crisi; 2. il fatto che la crisi ha visto un rallentamento del settore manifatturiero più rapido di quello verificatosi nei servizi e infine 3. la crescente pressione competitiva delle potenze industriali emergenti. Il gap tra UE e USA in termini di produttività, che prima della crisi si stava riducendo, ha ricominciato ad aumentare. Tuttavia il report dimostra che l’industria dell’UE ha un vantaggio competitivo in ben 15 settori manifatturieri su 23, settori che costituiscono i due terzi delle esportazioni manifatturiere europee. Questi settori includono produzioni ad alta e media tecnologia, come prodotti farmaceutici, veicoli, macchinari e altri mezzi di trasporto (compreso il settore aerospaziale). Segue una breve sintesi.

La competitività del sistema industriale europeo

Uno dei fattori di vantaggio competitivo dell’industria europea è rappresentato dal basso valore aggiunto dei componenti esteri contenuti nei prodotti industriali che esportiamo. Dai dati riferiti alle esportazioni da Cina, UE, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti emerge che dal 1995 al 2009 nei prodotti europei la quota di valore aggiunto proveniente da componenti di importazione è più bassa di quella degli altri paesi. E viceversa le esportazioni di componenti dall’UE diretti versi i paesi con un maggiore tasso di sviluppo come la Cina, sono cresciute di più rispetto a quelle provenienti altri paesi. Tra il 1995 e il 2009, periodo di massima crescita dell’economia cinese, la quota di valore aggiunto di provenienza europea nei prodotti cinesi è cresciuta, mentre la quota proveniente dal Giappone, dalla Corea del Sud e dagli USA e contenuta nei prodotti europei  si è ridotta.

Il secondo fattore di competitività è rappresentato dal maggior grado di complessità dei prodotti europei, la cosiddetta ‘intensità di conoscenza’. In questo senso l’industria europea in questi anni ha mantenuto un vantaggio rispetto ai suoi competitor internazionali. Se è vero che i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) hanno realizzato maggiori progressi, è vero anche che questi progressi sono ricaduti su un numero minore di imprese. Per cui complessivamente il sistema industriale in questi paesi produce materiali meno sofisticati rispetto all’industria europea. Nel 2010 il 67% dell’export industriale europeo godeva di un vantaggio competitivo sui prodotti della concorrenza, mentre per le altre potenze industriali tale percentuale era del 54% per la Cina, del 43% per gli USA, del 24% per il Giappone.

Scorporando i dati vediamo che nell’ambito high-tech l’UE gode di un vantaggio competitivo nel settore farmaceutico, ma è indietro nei settori dell’informatica, dell’elettronica e dell’ottica, mentre negli ambiti della media e bassa tecnologia (cioè i due terzi dei 15 settori su 23 in cui l’UE primeggia) il suo vantaggio competitivo relativo è minore di quello del  Giappone e degli USA. La Cina e altri paesi emergenti stanno rapidamente guadagnando terreno, passando dall’assemblaggio allo sviluppo di propri prodotti e servizi ad alta tecnologia.

Il vantaggio in questi settori è fondato spesso su fattori competitivi non basati sul costo, quanto piuttosto sulla differenziazione e l’innovazione. Gli investimenti privati in ricerca e sviluppo negli USA sono circa una volta e mezzo quelli europei (2,7% negli USA, 1,85% nell’UE). Un indicatore della scarsa performance europea in questo campo, che si riflette tutti i settori industriali, è il numero dei brevetti. Nel campo dell’alta e media tecnologia (farmaceutica, ottica, impianti elettrici, medicali, chirurgici, telecomunicazioni, dotazioni da ufficio, radio e tv, batterie e accumulatori), cioè settori cruciali per l’export europeo, l’UE produce un numero di brevetti decisamente più basso di quello dei suoi competitor internazionali. Un altro problema europeo risiede nella commercializzazione dei brevetti, cioè nel passaggio dai laboratori al mercato, spesso irto di difficoltà. Peraltro vi sono ambiti ad alta intensità di manodopera e a basso contenuto tecnologico che potrebbero fronteggiare meglio dell’high-tech l’emergenza occupazionale nell’UE.

Dinamiche di lungo termine e cambiamenti strutturali

Quasi tutti i paesi industrializzati vedono la propria economia evolversi secondo uno schema comune. Man mano che l’economia si sviluppa la quota di occupazione e di valore aggiunto fornita dalla produzione agricola diminuisce rispetto a quella dell’industria e dei servizi. La riallocazione delle risorse associata a questo cambiamento strutturale spinge l’economia dall’agricoltura verso la produzione manifatturiera e i servizi.

Ci sono due teorie, complementari, che spiegano questo fenomeno. Una, dal lato dell’offerta, che vede il cambiamento strutturale come conseguenza dei diversi tassi di crescita della produttività nei settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi. L’altra, dal lato della domanda, che lo mette in relazione a un’elasticità della domanda di prodotti e servizi forniti dai diversi settori.

Un fenomeno che possiamo osservare è il peso crescente dei servizi rispetto al settore manifatturiero. Una delle ragioni di questo fenomeno è che la quota di servizi contenuta nel prodotto industriale finale è in rapida crescita in tutto il mondo. Al momento nell’UE circa un terzo del prezzo di vendita di un prodotto manifatturiero è associato ai servizi integrati. D’altra parte vale anche l’inverso: i prodotti industriali vengono utilizzati per fornire servizi, ma il contenuto industriale dei servizi forniti nell’UE è solo del 10%.

Il ruolo delle istituzioni e le politiche governative influenzano l’allocazione delle risorse economiche e i mutamenti strutturali intervenendo in ambiti come la formazione, la ricerca, l’innovazione tecnologica e in generale sulla qualità della governance.

Nei tardi anni ’90 e primi 2000 la leadership degli USA per quanto riguarda la produttività derivò dal fatto che furono i primi a investire nel settore dell’information and computer technology. L’UE ha seguito il trend americano per quanto riguarda la produttività dei fattori totali (TFP)[1], ma lo ha fatto in ritardo scontandone le conseguenze. Tuttavia successivamente divenne chiaro che gli investimenti in tecnologia avevano avvantaggiato gli USA soltanto in pochi settori, in particolare nel commercio e nella finanza. Dunque non bastano gli investimenti in tecnologia per recuperare il gap tra UE e USA, che, dopo essersi ridotto negli anni immediatamente precedenti alla crisi, ha ricominciato a crescere. L’incapacità europea di tenere testa agli USA nel periodo 1995-2004 viene attribuita in modo abbastanza concorde al settore commerciale. Infatti i settori che contribuirono ad amplificare il vantaggio degli USA furono il commercio all’ingrosso e al dettaglio, sia per i forti incrementi della produttività sia per la quota relativamente ampia di economia che essi occupano. Altri settori che contribuirono a questo primato furono i servizi professionali, tecnici, amministrativi e ausiliari e le attività finanziarie e assicurative. Nel triennio 2004-2007 il gap diminuì perché in quasi tutti gli Stati dell’UE ci fu un’accelerazione della produttività nel settore manifatturiero e una robusta crescita nei servizi. Nello stesso triennio, mentre la crescita della produttività del lavoro negli USA rallentò rispetto all’eccezionale performance degli anni precedenti, in Europa aumentò significativamente, toccando un tasso di crescita del 3%, quasi il doppio del periodo precedente. In particolare ciò avvenne nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e nel settore dei servizi alla persona. Questi settori, che nel periodo precedente avevano fatto ristagnare la produttività, contribuirono per alcuni anni a ridurre la distanza nei confronti dell’economia americana. Ma durante la crisi finanziaria del 2007-2010 la produttività del lavoro in Europa ha ripreso a ristagnare (mentre quella americana continuava a crescere). Il settore manifatturiero complessivamente ha visto la produttività abbassarsi, come conseguenza della maggior esposizione dell’industria alle fluttuazioni della domanda globale rispetto ai servizi. La produttività dell’industria è diminuita complessivamente dell’1%, ma nel settore chimico l’abbattimento ha superato il 4%. Mentre negli USA è cresciuta di oltre il 4% annuo dal 2007 al 2010, in particolare per quanto riguarda telecomunicazioni, finanza e assicurazioni, information technology e informazione. Uno dei pochi settori che ha visto diminuire al produttività negli USA è stato la chimica. Gli ambiti in cui il vantaggio competitivo degli USA si è rafforzato sono gli impianti elettrici, l’ottica e la maggior parte del settore manifatturiero, così come le costruzioni e le telecomunicazioni. Mentre in Europa i settori che hanno contribuito a limitare il crescente divario tra USA e UE sono stati la finanza, i servizi commerciali, gli alloggi, gli alimentari e alcuni servizi pubblici. Nell’industria europea la variazione della TFP è quella che ha guidato la crescita del PIL negli anni precedenti il 2007, ma anche la principale causa del declino successivo. Nei servizi la situazione è più frastagliata. Negli USA la crescita della TFP è uno dei fattori che ha determinato l’accelerazione relativa nei confronti dell’UE alla fine degli anni ’90. Il settore finanziario e assicurativo ha sperimentato una significativa crescita della produttività dovuta all’introduzione dell’information and computer technology. I passi avanti fatti, pur in forte ritardo, dall’UE negli anni prima della crisi, in particolare nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, hanno contribuito a diminuire lo svantaggio nei confronti degli USA e dopo il 2007 finanza e assicurazioni hanno fatto registrare performance decisamente migliori che in America.

competitivo europeo è dato dai bassi investimenti in asset immateriali (R&S, capitale umano) e altresì dalla scarsa capacità di avvantaggiarsi delle innovazioni tecnologiche sviluppate in altri paesi. L’esperienza inoltre dimostra che l’ICT gioca un ruolo importante nella riduzione delle inefficienze. Un aspetto che i paesi dell’UE europea hanno sottovalutato con conseguenze molto negative. Allo stesso tempo hanno pesato i vincoli amministrativi posti alla concorrenza. Ciò significa che un ambiente con minori restrizioni e una maggiore flessibilità delle regole imposte al mercato, così come un intervento normativo sul mercato del lavoro, mirato a ripristinare un maggiore equilibrio tra lavoro a tempo indeterminato e flessibile e a ridurre le tutele sul lavoro subordinato, potrebbero aumentare l’efficienza del sistema. Vanno stimolati gli investimenti in R&S e capitale umano, così come vanno introdotte misure che  aumentino la quota di lavoro specializzato in ogni impresa, ad esempio misure per favorire l’assunzione di manodopera qualificata e la formazione. D’altra parte è necessario rendere più fluidi i processi di trasferimento della tecnologia da un paese all’altro e utilizzare l’ICT per la riorganizzazione dei processi produttivi, ad es. mediante software d’impresa mirati ad aumentare la produttività aziendale. Questi strumenti andrebbero messi a disposizione anche delle piccole imprese, che non hanno le risorse finanziarie e umane per potervi accedere autonomamente. Infine va facilitato l’accesso al credito.

Tra le ragioni della diminuzione della quota di mercato coperta dal settore manifatturiero vi sono certamente: 1. il fatto che i prezzi dei prodotti industriali tendono a diminuire nel lungo termine a causa della maggiore efficienza del sistema (il che di per sé non è un fatto negativo, anzi); 2. il fatto che servizi come scuola, turismo, salute e cultura, a differenza dei prodotti industriali, sono caratterizzati da una bassa elasticità della domanda rispetto al prezzo e un’alta elasticità rispetto al reddito, nel senso che la domanda di servizi tende a diminuire relativamente poco se i prezzi aumentano e ad aumentare molto se aumenta il reddito delle persone.

La difesa del sistema industriale nell’UE

Ci sono almeno tre ragioni per difendere l’industria europea: 1. l’industria rappresenta il maggior volano dell’innovazione in una moderna economia e questo si traduce in una crescita della produttività e del reddito; 2. tra industria e servizi c’è un legame molto stretto, nel senso che i servizi costituiscono un importante strumento di integrazione della produzione industriale (si pensi ai servizi di vendita, assistenza e manutenzione di auto, computer ecc.) e viceversa l’industria fornisce importanti strumenti per la fornitura di servizi (si pensi al ruolo dell’informatica nei servizi finanziari o nel turismo); 3. la crescita della produttività nel settore manifatturiero è importante per l’intera economia perché non sempre è il settore in cui la produttività cresce di più quello che ne trae maggior beneficio.

Il trend generale dello sviluppo industriale spinge verso una specializzazione nei segmenti produttivi ad alta tecnologia, quelli in cui l’UE ha maggiori possibilità di godere di un vantaggio competitivo basato sulla differenziazione e sulla qualità, che però allo stesso tempo sono segmenti a bassa intensità di manodopera. Infatti i settori a bassa tecnologia garantiscono ancora il 40% dell’occupazione nel nostro continente. D’altra parte i principali competitor internazionali dell’UE oggi stanno facendo grandi passi avanti e non si limitano a sfidarci soltanto nel campo delle produzioni a bassa tecnologia. Brasile, India e Cina negli ultimi 15 anni hanno ampliato significativamente la loro quota di mercato, trainati dalla Cina, che tra il 1995 e il 2011 ha quadruplicato la propria. La manifattura europea sembra aver cominciato a mettere in campo azioni per difendere la propria posizione sui mercati internazionali. Si tratta di un’industria caratterizzata da una buona dose di differenziazione, che ha ampliato i propri investimenti in R&S ed è in grado di rispondere alla necessità di investire anche in settori a bassa e media tecnologia, dove si richiedono un alto grado di specializzazione e la capacità di creare nicchie di mercato o di entrare in nicchie già esistenti. Tuttavia le aziende europee operano tipicamente nel segmento ad alta qualità e per questo è preoccupante che gli investimenti in R&S siano ancora bassi. L’intensità di R&S media per aziende è più bassa che in Giappone, negli USA e nei 7 paesi UE di cui sono disponibili i dati essa è soltanto il 62% di quella degli USA.

Gli aiuti istituzionali all’export non sembrano avere un grande impatto, mentre grande rilievo hanno le misure che sostengono l’internazionalizzazione delle imprese. Altri provvedimento che appaiono utili sono gli aiuti regionali e quelli alla formazione della forza-lavoro, così come i finanziamenti mirati all’innovazione. In quest’ambito particolare attenzione meritano le piccole e medie imprese, che diversamente rischiano di essere tagliate fuori dall’innovazione tecnologica.

Un capitolo a parte è quello che riguarda la commercializzazione dei prodotti, dove domina il cosiddetto ‘paradosso europeo’. L’Europa, che non ha niente da invidiare agli USA in termini di eccellenza scientifica, sembra essere indietro a causa della sua mancanza di cultura imprenditoriale. Gli sforzi fatti dalle imprese nel settore della ricerca o nell’acquisizione di brevetti da altre aziende hanno un impatto positivo sul piano commerciale. Si tratta di un ambito in cui il sostegno dell’UE e dei governi nazionali, in particolare alla piccola e media impresa può rivelarsi strategico.

Ogni 2-3 decenni compare un nuovo materiale che rivoluziona i mercati. Negli anni ’40 il silicio aprì la strada alla rivoluzione informatica. Negli anni ’70 l’arseniuro di gallio, un semiconduttore, trainò la produzione di laser, dvd e cd e la nascita delle moderne telecomunicazioni. Alla fine degli anni ’80 nacque internet e negli anni ’90 il nitrito di gallio rivoluzionò la fotonica. Oggi il grafene, un conduttore creato nel 2004, offre possibilità di applicazione su cui l’UE ha investito un miliardo di euro per sviluppare nuove tecnologie basate su questo materiale, che tra qualche decennio verrà considerato come una delle scoperte che hanno cambiato il mondo. Nel 2011 un rapporto della Commissione Europea è giunto alla conclusione che il mercato delle cosiddette tecnologie abilitanti (fotonica, micro- e nanoelettronica, nuovi materiali, biotecnologie, nanotecnologie ecc.) dal 2015 varrà circa 1282 miliardi di dollari. Ed è fondamentale che l’industria europea si metta nelle condizioni di trarre il massimo vantaggio da questi sviluppi. In questo settore stiamo facendo bene. Se misuriamo la quota di brevetti depositati per ciascuna delle sei tecnologie abilitanti, l’UE in molte di esse è allo stesso livello del Nord America (USA, Canada, Messico). Ma il primato scientifico non necessariamente si traduce in crescita e occupazione. Per fare ciò bisogna che i brevetti si traducano in prodotti di mercato ad alto contenuto tecnologico. I dati indicano che i prodotti UE basati sulle biotecnologie e i nuovi materiali hanno un contenuto tecnologico maggiore dei prodotti nordamericani e sudcoreani. Mentre in altri settori di manifattura ad alta tecnologia il livello è analogo a quello nordamericano e superiore a quello sudcoreano. Nel campo delle nanotecnologie e della micro- e nanoelettronica invece il contenuto tecnologico è basso e tende a diminuire. Gli analisti indicano inoltre che nel campo delle tecnologie abilitanti l’UE, con l’eccezione della manifattura avanzata (advanced manufacturing:  industrie fondate sull’utilizzo delle nuove tecnologie per introdurre innovazioni di prodotto e di processo), ha difficoltà competere sui prezzi, mentre in tre di queste tecnologie - biotecnologie, nanotecnologie e nuovi materiali - è in grado di affrontare questa sfida. Ciò sfata l’idea che in Europa i costi debbano essere necessariamente troppo alti per competere. La prospettiva di dover competere perlopiù sui prezzi in 5 delle 6 tecnologie abilitanti non è sicuramente incoraggiante e spinge verso l’abbandono progressivo di prodotti maturi per rivolgersi a prodotti più complessi e innovativi. Un’altra opzione disponibile sarebbe quella di esplorare le combinazione e gli intrecci che si potranno creare tra queste nuove tecnologie.





[1] La Total Factor Productivity è il metodo di misurazione della produttività utilizzato in questo rapporto. Si tratta di una metodo che utilizza serie matematiche abbastanza complesse per misurare gli aumenti di produttività dovuti al progresso tecnico, a fattori cognitivi e all’efficientamento dei processi produttivi. La TFP è sostanzialmente il rapporto tra un indice di output, che misura il PIL e un indice di input costruito come media ponderata degli indici di lavoro e capitale. La differenza tra media matematica e media ponderata è che nel caso della media ponderata si attribuisce ai diversi fattori di cui si calcola la media un ‘peso’. Ad esempio per misurare l’inflazione si calcola una media dei tassi di variazione dei prezzi dei diversi beni contenuti nel paniere ISTAT, attribuendo un peso diverso al fattore casa piuttosto che al fattore caffè, perché è chiaro che l’aumento dei prezzi delle case incide sul bilancio di una famiglia molto di più dell’aumento della tazzina consumata al bar. Poiché l’attribuzione dei pesi relativi ai vari fattori contiene un elemento di soggettività è chiaro che tale metodo è particolarmente esposto a errori o influenze ideologiche. L’economista Abramowitz già negli anni ’50 affermò che la TFP in realtà rappresenta ‘una misura della nostra ignoranza’ e successivamente illustri economisti hanno denunciato come questo metodo non sia stato capace di registrare gli aumenti di produttività verificatisi tra gli anni ’90 e 2000 a seguito degli sviluppi dell’information and computer technology.
 Alcune nostre considerazioni sulla filosofia del Rapporto 2013

Questo documento contiene una serie di indicazioni che da una parte spiegano alcune scelte passate e dall’altra ci introducono alle scelte future dell’Europa in materia di politica industriale. Per questo ci è sembrato utile ricavarne una sintesi, che ne ricapitola il ragionamento complessivo e fornisce alcuni dettagli su alcuni aspetti centrali (produttività e costo del lavoro, l’industria italiana). In vista di interventi strutturali del Governo nel settore (ILVA, privatizzazione o quotazione in Borsa di Fincantieri, operazioni su Finmeccanica/Ansaldo) è utile riflettere sui legami tra gli orientamenti del capitalismo europeo e quelli nazionali. Proviamo a formulare alcune brevi considerazioni.

1. Il Rapporto - come è naturale - indica come principale obiettivo per l’industria in ambito UE l’aumento della produttività, anche a scapito dell’occupazione. La perdita di competitività del sistema viene attribuita all’incapacità di espellere dal ciclo produttivo sufficiente forza-lavoro nei momenti di crisi. Ma tutto ciò non è una novità e dunque non richiede si soffermarvisi più di tanto.

2. Ciò che invece riveste interesse è il ragionamento strategico: secondo la tecnocrazia di Bruxelles per reggere la concorrenza degli USA, dei paesi del BRIC, del Giappone e della Corea del Sud, evitando di competere esclusivamente sui prezzi, è necessario reindirizzare gli investimenti verso i segmenti ad alta tecnologia e ‘intensità di conoscenza’, puntando su qualità e differenziazione. Tuttavia questi settori sono anche i settori caratterizzati da un’alta produttività e da una bassa intensità di forza-lavoro (cioè poca occupazione). Questa idea un po’ propagandistica di una classe operaia in camice bianco - come diceva qualcuno: ‘dall’industria pesante all’industria pensante’ – che potrebbe intercettare una sensibilità ‘ecologista’ diffusa, pronta a sostenere lo smantellamento di quel che resta del sistema industriale italiano in nome di un’industria ‘pulita’ ad alta tecnologia, rischia di fare una copertura ideologica alla distruzione di milioni di posti di lavoro. Oltre al fatto che si tratta di una strategia di corto respiro, perché paesi come Cina e India sono in grado di colmare il gap tecnologico che li separa da UE e USA nel giro di pochi anni.

3. In questo quadro risalta in particolare la debolezza strutturale dell’industria italiana. Come si può ricavare dalla tabella sulla ripresa industriale Stato per Stato, nel nostro paese dal 2007 la produzione industriale è precipitata quasi del 25%. L’Italia è uno di quei paesi in cui si può dire che la ‘ripresa’ non è neanche iniziata e il futuro minaccia di ridurla a un deserto post-industriale. D’altra parte è abbastanza evidente che neanche i settori su cui punta la tecnocrazia europea non sono al centro degli interessi del capitalismo italiano, che nel giro di 20 anni ha smantellato l’informatica, la chimica, sta smantellando l’auto, si accinge a privatizzare la cantieristica pubblica (cioè un settore dove il costo del lavoro è più alto, non perché gli stipendi siano alti, ma perché si tratta di una produzione basata su un massiccio utilizzo di forza-lavoro) e a cedere Finmeccanica, cioè l’unico vero gioiello hi-tech nel panorama nazionale e vedremo cosa farà con l’acciaio.

4. La stessa enfasi posta sulle ‘tecnologie abilitanti’ e i nuovi materiali lascia perplessi. A Genova qualche anno la grande operazione propagandistica dell’IIT (Istituto Italiano di Ricerca) presentato anni fa dalla politica locale e nazionale come volano di sviluppo, occupazione e ricchezza, insieme al  villaggio tecnologico degli Erzelli non ha avuto alcun impatto sul piano occupazionale né sembra avviato ad averne in futuro. Il ‘villaggio tecnologico’, che secondo alcuni avrebbe portato 5mila posti di lavoro, ospiterà un 40% di edilizia residenziale, la facoltà di ingegneria (convinta a spostarsi solo a suon di milioni di euro) e aziende come la Ericsson, che, dopo aver firmato un accordo sulla ricerca fruttatole 70 milioni di euro di fondi pubblici, ha licenziato 100 persone.
 Il rapporto è interessante non soltanto per ciò che dice, ma anche per ciò che non dice. Ad esempio in tema di competitività si dribbla il fatto che gran parte della crescita di grandi potenze industriali come Cina e Corea del Sud (ma anche USA e Brasile) è dovuta a massicci aiuti di Stato all’industria, un argomento tabù per gli esperti della Commissione Europea, che infatti circoscrivono in modo molto netto il perimetro di destinazione dei finanziamenti pubblici. In Cina il debito, a partire dai primi mesi del 2009 è esploso. La tabella successiva (Financial Times su dati FMI) mostra l’andamento delle varie forme di prestito bancario, che indicano su quale polveriera sia seduto il sistema bancario cinese (i cui pilastri - lo ricordiamo - sono la Banca Centrale e le 4 banche di Stato). Un indebitamento che da una parte è il risultato delle misure adottate da Pechino per sostenere il boom economico, ma è esploso di recente nel tentativo di Pechino di compensare la sovracapacità del sistema produttivo ed evitare un crollo del PIL. Gli aiuti pubblici all’industria, se rappresentano un tabù per l’Europa, lo sono tanto più in Italia. Paesi come Germania e Francia infatti, pur professando l’ortodossia liberista (soprattutto per gli altri) non esitano a spendere fondi pubblici per sostenere l’industria nazionale
Un altro aspetto che viene dato per scontato è il paradigma di un’economia orientata prevalentemente all’esportazione, fondato sull’idea che è possibile continuare a tagliare i salari, abbattendo i consumi interni, perché ci saranno sempre mercati internazionali pronti ad assorbire prodotti a basso prezzo grazie ai tagli al costo del lavoro. Un modello di cui l’esplosione della crisi a livello globale mette in discussione i presupposti, senza tuttavia suscitare alcun interrogativi negli economisti della Commissione Europea. E tanto più è singolare che non facciano alcun cenno all’Euro e in generale alle politiche monetarie, che rappresentano fattore determinante negli scambi commerciali tra paesi capitalistici.

7. Infine un’annotazione di carattere politico generale, che non riteniamo superflua: il Rapporto denuncia un’impostazione di carattere puramente ‘descrittivo’, priva di qualsiasi analisi scientifica delle ragioni della crisi globale e dei processi di deindustrializzazione che ne rappresentano per certi versi una delle cause e per altri una conseguenza. Ma d’altra parte ciò significherebbe confrontarsi con le contraddizioni di un sistema economico, il capitalismo, che sono, in ultima analisi, la vera, strutturale spiegazione della tempesta che ha travolto l’economia globale a partire dal 2007. Un’economia in cui ai lavoratori si chiede di ‘costare’ sempre di meno, ma allo stesso tempo di consumare sempre di più, alla lunga non può che precipitare nella voragine del debito. E se a quegli stessi lavoratori, per uscire dalla voragine, si chiedono ulteriori sacrifici, la ripresa è destinata a rimanere un sogno o a generare degli incubi. Proprio come avvenne dopo la crisi del ’29 e la Grande Depressione.

Sintesi, traduzione e note a cura dell’Associazione ControCorrente, novembre 2013.

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