Il rapporto europeo 2013
sulla competitività descrive un preoccupante fenomeno di crisi industriale nel vecchio
Continente (di cui l’Italia rappresenta una delle punte avanzate) e cerca di
delineare una strategia di uscita da questa situazione. Si tratta ovviamente
del parere della tecnocrazia di Bruxelles, espressione del grande capitale e
della finanza europea. La soluzione indicata è l’aumento della competitività
dell’industria europea nei mercati internazionali, cioè una guerra economica
tra lavoratori europei e lavoratori del resto del mondo, una corsa al ribasso
sul costo del lavoro e quindi un’ulteriore caduta complessiva dell’occupazione,
dei livelli retributivi, dei diritti su scala mondiale. Tuttavia è utile
riflettere sui dati contenuti in questo rapporto e conoscere le conseguenze che
la burocrazia europea ne trae, anche per capire i riflessi che gli orientamenti
dell’UE avranno anche sull’economia
italiana nel corso del 2014.
Nella prefazione al
rapporto il Direttore generale del Dipartimento Impresa e Industria della
Commissione Europea, Daniel Calleja Crespo, parla di un’accelerazione dei processi
di deindustrializzazione tale da mettere a rischio la stessa sostenibilità del
modello economico e sociale europeo. Le cause di questo fenomeno sarebbero: 1.
la bolla finanziaria e quella immobiliare prima della crisi; 2. il fatto che la
crisi ha visto un rallentamento del settore manifatturiero più rapido di quello
verificatosi nei servizi e infine 3. la crescente pressione competitiva delle
potenze industriali emergenti. Il gap tra UE e USA in termini di produttività,
che prima della crisi si stava riducendo, ha ricominciato ad aumentare.
Tuttavia il report dimostra che
l’industria dell’UE ha un vantaggio competitivo in ben 15 settori
manifatturieri su 23, settori che costituiscono i due terzi delle esportazioni
manifatturiere europee. Questi settori includono produzioni ad alta e media
tecnologia, come prodotti farmaceutici, veicoli, macchinari e altri mezzi di
trasporto (compreso il settore aerospaziale). Segue una breve sintesi.
La
competitività del sistema industriale europeo
Uno
dei fattori di vantaggio competitivo dell’industria europea è rappresentato dal
basso valore aggiunto dei componenti esteri contenuti nei prodotti industriali
che esportiamo. Dai dati riferiti alle esportazioni da Cina, UE, Giappone,
Corea del Sud e Stati Uniti emerge che dal 1995 al 2009 nei prodotti europei la
quota di valore aggiunto proveniente da componenti di importazione è più bassa
di quella degli altri paesi. E viceversa le esportazioni di componenti dall’UE
diretti versi i paesi con un maggiore tasso di sviluppo come la Cina, sono
cresciute di più rispetto a quelle provenienti altri paesi. Tra il 1995 e il
2009, periodo di massima crescita dell’economia cinese, la quota di valore
aggiunto di provenienza europea nei prodotti cinesi è cresciuta, mentre la
quota proveniente dal Giappone, dalla Corea del Sud e dagli USA e contenuta nei
prodotti europei si è ridotta.
Il
secondo fattore di competitività è rappresentato dal maggior grado di
complessità dei prodotti europei, la cosiddetta ‘intensità di conoscenza’. In questo
senso l’industria europea in questi anni ha mantenuto un vantaggio rispetto ai
suoi competitor internazionali. Se è
vero che i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) hanno realizzato
maggiori progressi, è vero anche che questi progressi sono ricaduti su un
numero minore di imprese. Per cui complessivamente il sistema industriale in
questi paesi produce materiali meno sofisticati rispetto all’industria europea.
Nel 2010 il 67% dell’export industriale
europeo godeva di un vantaggio competitivo sui prodotti della concorrenza,
mentre per le altre potenze industriali tale percentuale era del 54% per la
Cina, del 43% per gli USA, del 24% per il Giappone.
Scorporando
i dati vediamo che nell’ambito high-tech
l’UE gode di un vantaggio competitivo nel settore farmaceutico, ma è indietro
nei settori dell’informatica, dell’elettronica e dell’ottica, mentre negli
ambiti della media e bassa tecnologia (cioè i due terzi dei 15 settori su 23 in cui l’UE primeggia) il
suo vantaggio competitivo relativo è minore di quello del Giappone e degli USA. La Cina e altri paesi
emergenti stanno rapidamente guadagnando terreno, passando dall’assemblaggio
allo sviluppo di propri prodotti e servizi ad alta tecnologia.
Il
vantaggio in questi settori è fondato spesso su fattori competitivi non basati
sul costo, quanto piuttosto sulla differenziazione e l’innovazione. Gli
investimenti privati in ricerca e sviluppo negli USA sono circa una volta e
mezzo quelli europei (2,7% negli USA, 1,85% nell’UE). Un indicatore della scarsa
performance europea in questo campo,
che si riflette tutti i settori industriali, è il numero dei brevetti. Nel
campo dell’alta e media tecnologia (farmaceutica, ottica, impianti elettrici,
medicali, chirurgici, telecomunicazioni, dotazioni da ufficio, radio e tv,
batterie e accumulatori), cioè settori cruciali per l’export europeo, l’UE produce un numero di brevetti decisamente più
basso di quello dei suoi competitor
internazionali. Un altro problema europeo risiede nella commercializzazione dei
brevetti, cioè nel passaggio dai laboratori al mercato, spesso irto di
difficoltà. Peraltro vi sono ambiti ad alta intensità di manodopera e a basso
contenuto tecnologico che potrebbero fronteggiare meglio dell’high-tech l’emergenza occupazionale
nell’UE.
Dinamiche
di lungo termine e cambiamenti strutturali
Quasi
tutti i paesi industrializzati vedono la propria economia evolversi secondo uno
schema comune. Man mano che l’economia si sviluppa la quota di occupazione e di
valore aggiunto fornita dalla produzione agricola diminuisce rispetto a quella
dell’industria e dei servizi. La riallocazione delle risorse associata a questo
cambiamento strutturale spinge l’economia dall’agricoltura verso la produzione
manifatturiera e i servizi.
Ci
sono due teorie, complementari, che spiegano questo fenomeno. Una, dal lato
dell’offerta, che vede il cambiamento strutturale come conseguenza dei diversi
tassi di crescita della produttività nei settori dell’agricoltura,
dell’industria e dei servizi. L’altra, dal lato della domanda, che lo mette in
relazione a un’elasticità della domanda di prodotti e servizi forniti dai
diversi settori.
Un
fenomeno che possiamo osservare è il peso crescente dei servizi rispetto al
settore manifatturiero. Una delle ragioni di questo fenomeno è che la quota di
servizi contenuta nel prodotto industriale finale è in rapida crescita in tutto
il mondo. Al momento nell’UE circa un terzo del prezzo di vendita di un
prodotto manifatturiero è associato ai servizi integrati. D’altra parte vale
anche l’inverso: i prodotti industriali vengono utilizzati per fornire servizi,
ma il contenuto industriale dei servizi forniti nell’UE è solo del 10%.
Il
ruolo delle istituzioni e le politiche governative influenzano l’allocazione
delle risorse economiche e i mutamenti strutturali intervenendo in ambiti come
la formazione, la ricerca, l’innovazione tecnologica e in generale sulla
qualità della governance.
Nei
tardi anni ’90 e primi 2000 la leadership
degli USA per quanto riguarda la produttività derivò dal fatto che furono i
primi a investire nel settore dell’information
and computer technology. L’UE ha seguito il trend americano per quanto riguarda la produttività dei fattori
totali (TFP)[1],
ma lo ha fatto in ritardo scontandone le conseguenze. Tuttavia successivamente
divenne chiaro che gli investimenti in tecnologia avevano avvantaggiato gli USA
soltanto in pochi settori, in particolare nel commercio e nella finanza. Dunque
non bastano gli investimenti in tecnologia per recuperare il gap tra UE e USA, che, dopo essersi
ridotto negli anni immediatamente precedenti alla crisi, ha ricominciato a
crescere. L’incapacità europea di tenere testa agli USA nel periodo 1995-2004
viene attribuita in modo abbastanza concorde al settore commerciale. Infatti i
settori che contribuirono ad amplificare il vantaggio degli USA furono il
commercio all’ingrosso e al dettaglio, sia per i forti incrementi della
produttività sia per la quota relativamente ampia di economia che essi
occupano. Altri settori che contribuirono a questo primato furono i servizi
professionali, tecnici, amministrativi e ausiliari e le attività finanziarie e
assicurative. Nel triennio 2004-2007 il gap
diminuì perché in quasi tutti gli Stati dell’UE ci fu un’accelerazione della
produttività nel settore manifatturiero e una robusta crescita nei servizi.
Nello stesso triennio, mentre la crescita della produttività del lavoro negli
USA rallentò rispetto all’eccezionale performance
degli anni precedenti, in Europa aumentò significativamente, toccando un tasso
di crescita del 3%, quasi il doppio del periodo precedente. In particolare ciò
avvenne nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e nel settore dei
servizi alla persona. Questi settori, che nel periodo precedente avevano fatto
ristagnare la produttività, contribuirono per alcuni anni a ridurre la distanza
nei confronti dell’economia americana. Ma durante la crisi finanziaria del
2007-2010 la produttività del lavoro in Europa ha ripreso a ristagnare (mentre
quella americana continuava a crescere). Il settore manifatturiero
complessivamente ha visto la produttività abbassarsi, come conseguenza della
maggior esposizione dell’industria alle fluttuazioni della domanda globale
rispetto ai servizi. La produttività dell’industria è diminuita
complessivamente dell’1%, ma nel settore chimico l’abbattimento ha superato il
4%. Mentre negli USA è cresciuta di oltre il 4% annuo dal 2007 al 2010, in particolare per
quanto riguarda telecomunicazioni, finanza e assicurazioni, information technology e informazione.
Uno dei pochi settori che ha visto diminuire al produttività negli USA è stato la chimica. Gli ambiti
in cui il vantaggio competitivo degli USA si è rafforzato sono gli impianti
elettrici, l’ottica e la maggior parte del settore manifatturiero, così come le
costruzioni e le telecomunicazioni. Mentre in Europa i settori che hanno
contribuito a limitare il crescente divario tra USA e UE sono stati la finanza,
i servizi commerciali, gli alloggi, gli alimentari e alcuni servizi pubblici.
Nell’industria europea la variazione della TFP è quella che ha guidato la
crescita del PIL negli anni precedenti il 2007, ma anche la principale causa
del declino successivo. Nei servizi la situazione è più frastagliata. Negli USA
la crescita della TFP è uno dei fattori che ha determinato l’accelerazione
relativa nei confronti dell’UE alla fine degli anni ’90. Il settore finanziario
e assicurativo ha sperimentato una significativa crescita della produttività
dovuta all’introduzione dell’information
and computer technology. I passi avanti fatti, pur in forte ritardo,
dall’UE negli anni prima della crisi, in particolare nel commercio all’ingrosso
e al dettaglio, hanno contribuito a diminuire lo svantaggio nei confronti degli
USA e dopo il 2007 finanza e assicurazioni hanno fatto registrare performance decisamente migliori che in
America.
competitivo
europeo è dato dai bassi investimenti in asset
immateriali (R&S, capitale umano) e altresì dalla scarsa capacità di
avvantaggiarsi delle innovazioni tecnologiche sviluppate in altri paesi.
L’esperienza inoltre dimostra che l’ICT gioca un ruolo importante nella
riduzione delle inefficienze. Un aspetto che i paesi dell’UE europea hanno
sottovalutato con conseguenze molto negative. Allo stesso tempo hanno pesato i
vincoli amministrativi posti alla concorrenza. Ciò significa che un ambiente
con minori restrizioni e una maggiore flessibilità delle regole imposte al
mercato, così come un intervento normativo sul mercato del lavoro, mirato a
ripristinare un maggiore equilibrio tra lavoro a tempo indeterminato e
flessibile e a ridurre le tutele sul lavoro subordinato, potrebbero aumentare
l’efficienza del sistema. Vanno stimolati gli investimenti in R&S e
capitale umano, così come vanno introdotte misure che aumentino la quota di lavoro specializzato in
ogni impresa, ad esempio misure per favorire l’assunzione di manodopera
qualificata e la
formazione. D ’altra parte è necessario rendere più fluidi i
processi di trasferimento della tecnologia da un paese all’altro e utilizzare
l’ICT per la riorganizzazione dei processi produttivi, ad es. mediante software d’impresa mirati ad aumentare
la produttività aziendale. Questi strumenti andrebbero messi a disposizione
anche delle piccole imprese, che non hanno le risorse finanziarie e umane per
potervi accedere autonomamente. Infine va facilitato l’accesso al credito.
Tra
le ragioni della diminuzione della quota di mercato coperta dal settore
manifatturiero vi sono certamente: 1. il fatto che i prezzi dei prodotti
industriali tendono a diminuire nel lungo termine a causa della maggiore
efficienza del sistema (il che di per sé non è un fatto negativo, anzi); 2. il
fatto che servizi come scuola, turismo, salute e cultura, a differenza dei
prodotti industriali, sono caratterizzati da una bassa elasticità della domanda
rispetto al prezzo e un’alta elasticità rispetto al reddito, nel senso che la
domanda di servizi tende a diminuire relativamente poco se i prezzi aumentano e
ad aumentare molto se aumenta il reddito delle persone.
La
difesa del sistema industriale nell’UE
Ci
sono almeno tre ragioni per difendere l’industria europea: 1. l’industria
rappresenta il maggior volano dell’innovazione in una moderna economia e questo
si traduce in una crescita della produttività e del reddito; 2. tra industria e
servizi c’è un legame molto stretto, nel senso che i servizi costituiscono un
importante strumento di integrazione della produzione industriale (si pensi ai
servizi di vendita, assistenza e manutenzione di auto, computer ecc.) e viceversa l’industria fornisce importanti
strumenti per la fornitura di servizi (si pensi al ruolo dell’informatica nei
servizi finanziari o nel turismo); 3. la crescita della produttività nel settore
manifatturiero è importante per l’intera economia perché non sempre è il
settore in cui la produttività cresce di più quello che ne trae maggior
beneficio.
Il
trend generale dello sviluppo
industriale spinge verso una specializzazione nei segmenti produttivi ad alta
tecnologia, quelli in cui l’UE ha maggiori possibilità di godere di un
vantaggio competitivo basato sulla differenziazione e sulla qualità, che però
allo stesso tempo sono segmenti a bassa intensità di manodopera. Infatti i
settori a bassa tecnologia garantiscono ancora il 40% dell’occupazione nel
nostro continente. D’altra parte i principali competitor internazionali dell’UE oggi stanno facendo grandi passi
avanti e non si limitano a sfidarci soltanto nel campo delle produzioni a bassa
tecnologia. Brasile, India e Cina negli ultimi 15 anni hanno ampliato
significativamente la loro quota di mercato, trainati dalla Cina, che tra il
1995 e il 2011 ha
quadruplicato la propria.
La manifattura europea sembra aver cominciato a mettere in
campo azioni per difendere la propria posizione sui mercati internazionali. Si
tratta di un’industria caratterizzata da una buona dose di differenziazione,
che ha ampliato i propri investimenti in R&S ed è in grado di rispondere
alla necessità di investire anche in settori a bassa e media tecnologia, dove
si richiedono un alto grado di specializzazione e la capacità di creare nicchie
di mercato o di entrare in nicchie già esistenti. Tuttavia le aziende europee
operano tipicamente nel segmento ad alta qualità e per questo è preoccupante
che gli investimenti in R&S siano ancora bassi. L’intensità di R&S
media per aziende è più bassa che in Giappone, negli USA e nei 7 paesi UE di
cui sono disponibili i dati essa è soltanto il 62% di quella degli USA.
Gli
aiuti istituzionali all’export non
sembrano avere un grande impatto, mentre grande rilievo hanno le misure che
sostengono l’internazionalizzazione delle imprese. Altri provvedimento che
appaiono utili sono gli aiuti regionali e quelli alla formazione della
forza-lavoro, così come i finanziamenti mirati all’innovazione. In quest’ambito
particolare attenzione meritano le piccole e medie imprese, che diversamente
rischiano di essere tagliate fuori dall’innovazione tecnologica.
Un
capitolo a parte è quello che riguarda la commercializzazione dei prodotti,
dove domina il cosiddetto ‘paradosso europeo’. L’Europa, che non ha niente da
invidiare agli USA in termini di eccellenza scientifica, sembra essere indietro
a causa della sua mancanza di cultura imprenditoriale. Gli sforzi fatti dalle
imprese nel settore della ricerca o nell’acquisizione di brevetti da altre
aziende hanno un impatto positivo sul piano commerciale. Si tratta di un ambito
in cui il sostegno dell’UE e dei governi nazionali, in particolare alla piccola
e media impresa può rivelarsi strategico.
Ogni
2-3 decenni compare un nuovo materiale che rivoluziona i mercati. Negli anni
’40 il silicio aprì la strada alla rivoluzione informatica. Negli anni ’70
l’arseniuro di gallio, un semiconduttore, trainò la produzione di laser, dvd e cd e la nascita delle
moderne telecomunicazioni. Alla fine degli anni ’80 nacque internet e negli
anni ’90 il nitrito di gallio rivoluzionò la fotonica. Oggi il
grafene, un conduttore creato nel 2004, offre possibilità di applicazione su
cui l’UE ha investito un miliardo di euro per sviluppare nuove tecnologie
basate su questo materiale, che tra qualche decennio verrà considerato come una
delle scoperte che hanno cambiato il mondo. Nel 2011 un rapporto della
Commissione Europea è giunto alla conclusione che il mercato delle cosiddette
tecnologie abilitanti (fotonica, micro- e nanoelettronica, nuovi materiali,
biotecnologie, nanotecnologie ecc.) dal 2015 varrà circa 1282 miliardi di
dollari. Ed è fondamentale che l’industria europea si metta nelle condizioni di
trarre il massimo vantaggio da questi sviluppi. In questo settore stiamo
facendo bene. Se misuriamo la quota di brevetti depositati per ciascuna delle
sei tecnologie abilitanti, l’UE in molte di esse è allo stesso livello del Nord
America (USA, Canada, Messico). Ma il primato scientifico non necessariamente
si traduce in crescita e occupazione. Per fare ciò bisogna che i brevetti si
traducano in prodotti di mercato ad alto contenuto tecnologico. I dati indicano
che i prodotti UE basati sulle biotecnologie e i nuovi materiali hanno un
contenuto tecnologico maggiore dei prodotti nordamericani e sudcoreani. Mentre
in altri settori di manifattura ad alta tecnologia il livello è analogo a
quello nordamericano e superiore a quello sudcoreano. Nel campo delle
nanotecnologie e della micro- e nanoelettronica invece il contenuto tecnologico
è basso e tende a diminuire. Gli analisti indicano inoltre che nel campo delle
tecnologie abilitanti l’UE, con l’eccezione della manifattura avanzata (advanced manufacturing: industrie fondate sull’utilizzo delle nuove
tecnologie per introdurre innovazioni di prodotto e di processo), ha difficoltà
competere sui prezzi, mentre in tre di queste tecnologie - biotecnologie,
nanotecnologie e nuovi materiali - è in grado di affrontare questa sfida. Ciò
sfata l’idea che in Europa i costi debbano essere necessariamente troppo alti
per competere. La prospettiva di dover competere perlopiù sui prezzi in 5 delle
6 tecnologie abilitanti non è sicuramente incoraggiante e spinge verso
l’abbandono progressivo di prodotti maturi per rivolgersi a prodotti più
complessi e innovativi. Un’altra opzione disponibile sarebbe quella di
esplorare le combinazione e gli intrecci che si potranno creare tra queste
nuove tecnologie.
[1] La Total
Factor Productivity è il metodo di misurazione della produttività
utilizzato in questo rapporto. Si tratta di una metodo che utilizza serie
matematiche abbastanza complesse per misurare gli aumenti di produttività dovuti
al progresso tecnico, a fattori cognitivi e all’efficientamento dei processi
produttivi. La TFP è sostanzialmente il rapporto tra un indice di output, che misura il PIL e un indice di
input costruito come media ponderata
degli indici di lavoro e capitale. La differenza tra media matematica e media
ponderata è che nel caso della media ponderata si attribuisce ai diversi
fattori di cui si calcola la media un ‘peso’. Ad esempio per misurare
l’inflazione si calcola una media dei tassi di variazione dei prezzi dei
diversi beni contenuti nel paniere ISTAT, attribuendo un peso diverso al
fattore casa piuttosto che al fattore caffè, perché è chiaro che l’aumento dei
prezzi delle case incide sul bilancio di una famiglia molto di più dell’aumento
della tazzina consumata al bar. Poiché l’attribuzione dei pesi relativi ai vari
fattori contiene un elemento di soggettività è chiaro che tale metodo è
particolarmente esposto a errori o influenze ideologiche. L’economista
Abramowitz già negli anni ’50 affermò che la TFP in realtà rappresenta ‘una
misura della nostra ignoranza’ e successivamente illustri economisti hanno
denunciato come questo metodo non sia stato capace di registrare gli aumenti di
produttività verificatisi tra gli anni ’90 e 2000 a seguito degli sviluppi
dell’information and computer technology.
Questo
documento contiene una serie di indicazioni che da una parte spiegano alcune
scelte passate e dall’altra ci introducono alle scelte future dell’Europa in
materia di politica industriale. Per questo ci è sembrato utile ricavarne una
sintesi, che ne ricapitola il ragionamento complessivo e fornisce alcuni
dettagli su alcuni aspetti centrali (produttività e costo del lavoro,
l’industria italiana). In vista di interventi strutturali del Governo nel
settore (ILVA, privatizzazione o quotazione in Borsa di Fincantieri, operazioni
su Finmeccanica/Ansaldo) è utile riflettere sui legami tra gli orientamenti del
capitalismo europeo e quelli nazionali. Proviamo a formulare alcune brevi
considerazioni.
1.
Il Rapporto - come è naturale - indica come principale obiettivo per
l’industria in ambito UE l’aumento della produttività, anche a scapito
dell’occupazione. La perdita di competitività del sistema viene attribuita
all’incapacità di espellere dal ciclo produttivo sufficiente forza-lavoro nei
momenti di crisi. Ma tutto ciò non è una novità e dunque non richiede si
soffermarvisi più di tanto.
2.
Ciò che invece riveste interesse è il ragionamento strategico: secondo la
tecnocrazia di Bruxelles per reggere la concorrenza degli USA, dei paesi del
BRIC, del Giappone e della Corea del Sud, evitando di competere esclusivamente
sui prezzi, è necessario reindirizzare gli investimenti verso i segmenti ad
alta tecnologia e ‘intensità di conoscenza’, puntando su qualità e
differenziazione. Tuttavia questi settori sono anche i settori caratterizzati
da un’alta produttività e da una bassa intensità di forza-lavoro (cioè poca
occupazione). Questa idea un po’ propagandistica di una classe operaia in
camice bianco - come diceva qualcuno: ‘dall’industria pesante all’industria
pensante’ – che potrebbe intercettare una sensibilità ‘ecologista’ diffusa,
pronta a sostenere lo smantellamento di quel che resta del sistema industriale
italiano in nome di un’industria ‘pulita’ ad alta tecnologia, rischia di fare
una copertura ideologica alla distruzione di milioni di posti di lavoro. Oltre
al fatto che si tratta di una strategia di corto respiro, perché paesi come
Cina e India sono in grado di colmare il gap
tecnologico che li separa da UE e USA nel giro di pochi anni.
4.
La stessa enfasi posta sulle ‘tecnologie abilitanti’ e i nuovi materiali lascia
perplessi. A Genova qualche anno la grande operazione propagandistica dell’IIT
(Istituto Italiano di Ricerca) presentato anni fa dalla politica locale e nazionale
come volano di sviluppo, occupazione e ricchezza, insieme al villaggio tecnologico degli Erzelli non ha
avuto alcun impatto sul piano occupazionale né sembra avviato ad averne in
futuro. Il ‘villaggio tecnologico’, che secondo alcuni avrebbe portato 5mila
posti di lavoro, ospiterà un 40% di edilizia residenziale, la facoltà di
ingegneria (convinta a spostarsi solo a suon di milioni di euro) e aziende come
la Ericsson, che, dopo aver firmato un accordo sulla ricerca fruttatole 70
milioni di euro di fondi pubblici, ha licenziato 100 persone.
Un
altro aspetto che viene dato per scontato è il paradigma di un’economia
orientata prevalentemente all’esportazione, fondato sull’idea che è possibile
continuare a tagliare i salari, abbattendo i consumi interni, perché ci saranno
sempre mercati internazionali pronti ad assorbire prodotti a basso prezzo
grazie ai tagli al costo del lavoro. Un modello di cui l’esplosione della crisi
a livello globale mette in discussione i presupposti, senza tuttavia suscitare
alcun interrogativi negli economisti della Commissione Europea. E tanto più è
singolare che non facciano alcun cenno all’Euro e in generale alle politiche
monetarie, che rappresentano fattore determinante negli scambi commerciali tra
paesi capitalistici.
7.
Infine un’annotazione di carattere politico generale, che non riteniamo
superflua: il Rapporto denuncia
un’impostazione di carattere puramente ‘descrittivo’, priva di qualsiasi
analisi scientifica delle ragioni della crisi globale e dei processi di
deindustrializzazione che ne rappresentano per certi versi una delle cause e
per altri una conseguenza. Ma d’altra parte ciò significherebbe confrontarsi
con le contraddizioni di un sistema economico, il capitalismo, che sono, in
ultima analisi, la vera, strutturale spiegazione della tempesta che ha travolto
l’economia globale a partire dal 2007. Un’economia in cui ai lavoratori si
chiede di ‘costare’ sempre di meno, ma allo stesso tempo di consumare sempre di
più, alla lunga non può che precipitare nella voragine del debito. E se a
quegli stessi lavoratori, per uscire dalla voragine, si chiedono ulteriori
sacrifici, la ripresa è destinata a rimanere un sogno o a generare degli
incubi. Proprio come avvenne dopo la crisi del ’29 e la Grande Depressione.
Sintesi,
traduzione e note a cura dell’Associazione ControCorrente,
novembre 2013.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie