PREMESSA
L’ipotesi associativa di cui si è discusso nel corso del
seminario nazionale di Ross@ dello scorso 24 Novembre, appare del tutto
insufficiente rispetto alle esigenze dello scontro di classe che emerge dalla
realtà dello conflitto sociale in atto ed anche dalle stesse dinamiche interne
al quadro politico.
Una semplice associazione di cultura politica finirebbe
semplicemente con il confermare lo “status quo” di identità diverse, non
affrontando il tema della coesione all’interno di un effettivo progetto
politico di respiro strategico, a detrimento dell’iniziativa e della
propositività.
MOZIONE
L’Assemblea nazionale di Ross@, riunita a Roma il 14 dicembre
2013, decide di avviare il percorso costitutivo di un movimento denominato “ROSS@ PER UN SOGGETTO POLITICO” la cui
finalità sarà quella di rappresentare il punto di riferimento di una struttura politica organizzata in modo
da operare fattivamente per ricostruire una sinistra : di opposizione,
anticapitalista, di alternativa di sistema.
Una struttura politica che si collochi nel solco della
tradizione delle espressioni più coerenti e avanzate agite dal movimento
operaio nella sua gloriosa storia, nel solco, prima di tutto, delle teorie
marxiste e delle intuizioni gramsciane.
Deve essere promossa una ricerca sul terreno
dell’innovazione al riguardo dei contenuti da esprimere e dell’organizzazione
in linea con la memoria e la pratica appena ricordate ponendosi anche a
confronto con le esigenze di espressione e di rappresentanza dei soggetti
portatori delle contraddizioni sociali emergenti all’interno di questa fase di
feroce egemonia capitalistica.
DISPOSITIVO
L’Assemblea nazionale del 14 Dicembre, elegge un gruppo di
coordinamento provvisorio con il compito di avviare, a tempi brevi, un iter
organizzativo che preveda lo svolgimento di assemblee locali il cui ordine del
giorno comprenda il tema delle ragioni del soggetto politico e l’elezione, nel
proprio ambito, di delegati.
I delegati eletti dalle Assemblee Locali, riuniti a livello
nazionale, formeranno un’Assemblea Costituente.
L’Assemblea Costituente si riunirà, nelle forme che saranno
determinate dal dibattito tra i suoi componenti, con il compito di elaborare,
entro un termine stabilito, una proposta di Statuto, di modello organizzativo,
di documento programmatico.
I documenti licenziati dall’Assemblea Costituente saranno
oggetto di dibattito nel corso delle Assemblee Locali, convocate in tempi brevi
anche per eleggere i delegati per il Congresso Nazionale costitutivo da
convocarsi egualmente in tempi rapidi e certi.
Spetterà al coordinamento, eletto dall’Assemblea Nazionale
del 14 Dicembre, operare fattivamente perché tutti i passaggi fin qui enunciati
fino al Congresso costitutivo possano essere eseguiti nel pieno dell’agibilità
politica e organizzativa, stabilendo anche le modalità di adesione e di
partecipazione nella pienezza deliberativa per tutti.
Nel contempo il lavoro politico e di movimento di Ross@
dovrà procedere secondo i programmi prestabiliti e, anzi, intensificarsi al
fine di produrre visibilità, aggregazione, crescita del consenso.
Si trova allegato al presente documento Il senso della crisi, uscire dal minoritarismo, volare alto
di Franco Astengo
IL SENSO
PROFONDO DELLA CRISI: USCIRE DAL MINORITARISMO, VOLARE ALTO di Franco Astengo (pubblicato il 18 Settembre 2013)
Da tempo il cono di visuale della
politica, anzi della Politica, si è via via ridotto, sfidando al ribasso
persino i concetti di politicismo, di "qui e ora", di manicheismo
spicciolo.
E' tempo di tornare ad una visione complessiva, che tenga conto della storia della sinistra comunista, del contesto storico che si è andato sviluppando sia a livello nazionale che internazionale, delle gravi omissioni e rinunce ma anche delle opportunità che possiamo/dobbiamo cogliere.
Con questo spirito pubblichiamo un testo che vuol essere stimolo e proposta, di analisi come di progetto, per lanciare una discussione di livello adeguato, sapendo di muoverci controcorrente: porre le basi per la costruzione di un soggetto politico definito, identitario, anticapitalistico, con radici profonde e rivolto al presente e al futuro, con al centro la riconoscibilità e la rappresentanza della classe e del suo irrinunciabile conflitto.
E' tempo di tornare ad una visione complessiva, che tenga conto della storia della sinistra comunista, del contesto storico che si è andato sviluppando sia a livello nazionale che internazionale, delle gravi omissioni e rinunce ma anche delle opportunità che possiamo/dobbiamo cogliere.
Con questo spirito pubblichiamo un testo che vuol essere stimolo e proposta, di analisi come di progetto, per lanciare una discussione di livello adeguato, sapendo di muoverci controcorrente: porre le basi per la costruzione di un soggetto politico definito, identitario, anticapitalistico, con radici profonde e rivolto al presente e al futuro, con al centro la riconoscibilità e la rappresentanza della classe e del suo irrinunciabile conflitto.
Una proposta rivolta a tutti i soggetti dell’opposizione per
l’alternativa con l’obiettivo di aprire un dibattito di fondo sulle tendenze
della crisi, i suoi riflessi sul sistema politico italiano e le prospettive di
una soggettività comunista, anticapitalista, d’opposizione per l’alternativa
all’altezza della qualità dello scontro.
IL SENSO PROFONDO DELLA CRISI
Il senso profondo della crisi aleggia
attorno a noi: per individuarlo basta guardarci attorno, svolgere inchieste
empiriche con il metodo semplice dell’osservazione.
E’ sufficiente assistere al dramma della
disoccupazione, ai suicidi per povertà, all’arretramento nelle condizioni
materiali di vita nel quotidiano, all’impossibilità del rivolgersi al welfare.
Il senso della crisi sta nei negozi chiusi,
negli opifici silenti, dove non echeggia più il rumore del lavoro, nel ritorno
alla “guerra tra i poveri”, all’odio crescente tra gli apparentemente diversi
senza che nessuno sia più capace di farli riconoscere tra loro eguali nel gran
modo degli sfruttati.
Serge Halimi dalle colonne de “Le monde
diplomatique ”scrive di “Medioevo Europeo”. Sì appare proprio un “ritorno al
Medioevo” quanto sta accadendo qui nell’Occidente super sviluppato.
Il senso profondo della crisi lo si avverte
nell’assenza del conflitto: ci giunge lontano l’eco di “piazze ribelli” poi
normalizzate dallo stridere lento sull’asfalto dei cingoli dei carri armati.
Un’eco lontana che non sappiamo
raccogliere, rinchiusi qui nella fortezza di un’economia definita
“comportamentale” che ci impone i modelli, gli stili di vita, i consumi senza
dei quali il nostro individualismo non trova altra strada che annegare nella
disperazione.
Il senso profondo della crisi corrisponde
all’assenza di un’alternativa, nell’omologazione delle culture, nel rendere
omaggio all’eterna e intangibile “costituzione del potente”.
“Ribellarsi” potrebbe rappresentare
l’imperativo d’obbligo: ma come?
Il senso profondo della crisi ci impone di
riscoprire la politica: la politica, prima di tutto, intesa come ricerca
dell’appartenenza alla propria condizione materiale, la politica come studio
della situazione umana, dal singolo al collettivo, per cercare, proporre,
imporre soluzioni, la politica come sede di rappresentanza degli interessi e
dei conflitti.
Le grandi masse dei diseredati, colpiti
dall’eterno ma mai eguale massacro capitalista sono chiamate a lottare per
ritrovare perché la scienza, la volontà, la forza di organizzarsi per resistere
e cambiare profondamente questa società: pietra su pietra come si scriveva un
tempo.
APPUNTO PER UNA RICERCA TEORICA SULL’IDENTITA’ COMUNISTA OGGI
Il
‘900 secolo del comunismo e del suo fallimento.
La somma di queste due affermazioni ha prodotto, assieme a molte
altre conseguenze, la cancellazione di persone, movimenti, concezioni senza le
quali la comprensione del nostro passato è impossibile o fortemente ridotta.
La loro eliminazione o stravolgimento (come si sta tentando di
fare, in Italia, con il pensiero gramsciano) sono stati parte costitutiva del
programma dei vincitori, anche e spesso appartenenti alla loro stessa parte
politica.
Il primo obiettivo da perseguire, nell’idea di aprire un filone
di ricerca teorica su di una possibile identità comunista, finalizzata a
funzionare da retroterra ideale e culturale per un’azione politica diretta e
alla ricostituzione di un partito comunista collocato all’altezza delle
contraddizioni dell’oggi, deve quindi essere di carattere storico e
storiografico.
La tesi di fondo da portare avanti deve essere quella che le
idee e le esperienze prese in esame non rivestano, in questa fase, un interesse
unicamente storico, ma rappresentino punti di riferimento per il presente e il
futuro.
Rispetto alla storia del ‘900 è necessario, inoltre, individuare
figure, movimenti, esperienze non riconducibili soltanto alle forme politiche
che sono risultate egemoni in quel secolo, ma ricercare anche nel campo
dell’alternatività critica.
Una prima obiezione all’impostazione di questa breve nota la si
potrebbe sollevare in merito al carattere eurocentrico del criterio adottato.
In effetti, al di fuori dell’Europa e dell’Occidente, la
prospettiva e il concetto di comunismo sono apparsi, fin qui, molto diversi, a
partire dalla centralità del colonialismo e della lotta contro di esso.
In tutti i contesti extraeuropei, la critica al capitalismo è
stata inestricabilmente connessa all’anticolonialismo e all’antirazzismo, alla
centralità del confronto tra civiltà e culture “ altre” rispetto al modello
occidentale.
La fase della marginalizzazione dell’Europa ha però coinciso, di
fatto, con l’inaridirsi delle fonti dell’immaginazione politica e del pensiero
critico, esaltando il fenomeno negativo della concentrazione sul presente
assoluto dell’economia e del consumo.
Non a caso l’Europa spaccata a metà per effetto della guerra
aveva saputo esprimere un ricco panorama di movimenti e figure riconducibili al
“pensiero critico” mentre, al contrario, l’Europa unificata dopo il crollo
dell’89 è apparsa fin qui effettivamente in preda allo smarrimento se non alla
regressione, al punto che la democrazia sta perdendo di significato ed è messa
sotto scacco da istanze post ideologiche che hanno assunto l’esistente come
stato di natura prodotto dal movimento incontrollabile della tecnica.
Se è vero che le critiche
al capitalismo, compresi i suoi approdi liberal-democratici, erano un tempo,
lungo i decenni del ‘900, molto diffuse ma pochi sapevano sottrarsi alle sirene
degli opposti totalitarismi, nei tempi più recenti e a “cose avvenute”, si sono
moltiplicati i critici dei totalitarismi, in particolare e quasi esclusivamente
a sinistra.
Critici dei totalitarismi
partiti “da sinistra” e approdati, nella generalità dei casi, a un liberalismo
che non maschera l’adesione incondizionata al capitalismo.
La tentazione della marginalità e del settarismo manicheo, da
parte di questi soggetti “convertiti”, è risultata immediatamente evidente, con
il rischio di riprodurre, fuori dal loro tempo, insensate e grottesche
scomuniche dal sapore antico.
Dal nostro punto di vista dobbiamo combattere, primo di tutto,
la tentazione di abituarsi a vivere, o meglio a galleggiare, in un presente senza
spessore, ovvero a rincorrere un futuro inafferrabile.
Si tratta di rendere evidente, non appena si esca dal sonno
della ragione indotto artificialmente dai media, come le vecchie ed eterne
questioni tornino d’attualità e i conti debbano essere fatti con il tentativo
di tradurre in politica e nella realtà sociale, i valori della modernità.
Nella paralisi dell’azione politica, nella mancanza
d’immaginazione e di prospettive o, detto in altri termini, nel consolidamento
di un atteggiamento “astorico”, si finisce con l’esprimere sia la perdita del
valoro fondativo del rapporto con il passato sia la rinuncia a pensare al
futuro come storia da costruire da parte di tutti e di ognuno.
Una vera e propria “sindrome del declino”, cui fa da controcanto
il moto automatico dell’innovazione tecnologica e della circolazione del
denaro.
Ci viene così restituita una diversa e più fondata formulazione
della riflessione tutt’altro che superficiale sulla “fine della storia” come
effetto indotto dalla fine del comunismo.
Si possono facilmente trovare riscontri empirici a tali
considerazioni.
Basti pensare a com’è stata affrontata la crisi in atto sul
piano economico – finanziario: ogni sforzo e aspettativa è stato indirizzato
alla restaurazione degli stessi meccanismi che hanno prodotto la crisi; in alto
e in basso la speranza è quella di tornare al più presto alla cosiddetta
“normalità”, alla condizione ritenuta “naturale” di funzionamento della vita e
dell’economia, sancendo l’intoccabilità di uno “stato di natura” che peraltro
sta producendo ogni sorta di oggettivi disastri e risospingendo in una
situazione di vera e propria “minorità sociale” milioni e milioni di persone,
in tutto il mondo.
Qualsiasi ipotesi di cambiamento e di apertura sul futuro viene
respinta, come se questo tragico esistente coincidesse con il migliore dei
mondi possibili: l’unico, comunque, che ci sia dato e che non può essere
modificato.
L’ideale non dovrà mai più mutare il “reale”.
Nondimeno si vive in preda a paure crescenti, la cui
amministrazione e somministrazione assorbe gli sforzi della politica e dei
media.
Il fatto che siano in gran parte paure immaginarie conferma e
radicalizza la sindrome della paralisi, il venir meno della possibilità di
esperienze fondative e innovative.
Da più parti, con evidente soddisfazione, si è sottolineato che
il crollo del comunismo realizzato non ha veramente inaugurato, come nelle tesi
di Fukuyama, Von Hajek, Huntington, l’epoca della fine della storia: peraltro,
dobbiamo prenderne atto, non ha nemmeno aperto nuove prospettive.
Di sicuro non sono stati compiuti passi avanti significativi
verso la costruzione di un assetto internazionale capace di rendere antiquata
la guerra, semmai il contrario: essa viene perpetuata, come in Iraq, in
Afghanistan, Africa, pur risultando manifestamente insensata e priva di
efficacia.
Né la consapevolezza dal basso, nella coscienza dei singoli,
della comune umanità sembra in grado di progredire.
Su questo sfondo la democrazia e i diritti umani, le armi ideali
utilizzate nella lotta contro il comunismo sovietico hanno perso di efficacia,
subendo un evidente processo di strumentalizzazione, come emerge dalle
politiche portate avanti dagli USA, in particolare dopo l’attentato alle Torri
Gemelle dell’11 settembre 2001.
Il moltiplicarsi degli indicatori di regresso, sia registrando i
dati strutturali nella distribuzione della povertà e della ricchezza su scala
mondiale e all’interno dei singoli paesi, sia valutando il grado crescente
d’insoddisfazione in ogni ambiente sociale, sia considerando la mancanza di
prospettive e di certezze per le generazioni più giovani, tutto ciò sta
portando a una revisione del giudizio al riguardo delle grandi temperie del
‘900.
La
questione della democrazia
Circola una tesi: con il venir meno del polo comunista, il
capitalismo ha potuto dare libero corso ai suoi “spiriti animali” distruggendo
il Welfare State.
La verità è che la vicenda novecentesca, imperniata
sull’esperimento russo – sovietico, è stata dominata da una colossale e ancora
incompresa eterogenesi dei fini, rispetto alla quale l’analisi e il giudizio
storico – teorico debbono essere approfonditi in più direzioni: quel che è
certo è che il fallimento di quella storia ha minato la possibilità che gli
ideali a cui proclamava di ispirarsi possano essere considerati validi per
tradursi in una loro realtà effettuale.
Rimane però e comunque ineludibile la tensione verso
l’eguaglianza e il superamento del perverso meccanismo di sfruttamento.
Si tratta, allora, di riattivare una memoria culturale a cui
attingere per affrontare vecchie e nuove sfide, cercando di riconoscere prima e
di superare poi la frattura che si è storicamente determinata.
Rimane tutta intera la questione della democrazia: il crollo del
comunismo sovietico ha formalmente moltiplicato il numero degli Stati retti
secondo le regole della democrazia e l’allargamento dell’Unione Europea è
apparso come una formale dimostrazione di questo fenomeno.
Ciò è avvenuto e sta avvenendo, però, in un’epoca in cui lo
stato della democrazia nei paesi occidentali, e un po’ in tutto il mondo, è
deludente se non pessimo: al punto che molti si stanno ingegnando per trovare
soluzioni che ne possano conservare una qualche versione minimale, una sorta di
simulacro, tenuta in vita per comodità delle forze stesse che hanno contribuito
a svuotarle e ridicolizzarla.
Quello che sta avvenendo, al di là di diagnosi più o meno
pessimistiche, sembra confermare che non solo il comunismo, ma anche il
capitalismo, senza più oppositori ufficiali non costituisce un ambiente adatto
per la vita della democrazia.
Ed è proprio sul terreno della democrazia, all’interno della
società piuttosto che delle istituzioni che si è rimessa in movimento una
pluralità di soggetti interessati alla sua realizzazione, ai destini della cosa
pubblica, della polis o almeno del territorio, con rischi evidenti di
frammentazione, nonostante l’utilizzo sempre più massiccio della Rete che
molti, in un primo tempo, avevano scambiato come uno strumento riunificante e
aggregante.
Per queste esperienze (ad esempio: in Italia quella rivolta al
tema dei cosiddetti “beni comuni”) il tema deve essere quello di non limitarsi
a rappresentare una sorta di “agenzia di servizio”, bensì quello dalla capacità
di recuperare in pieno il terreno dell’universalismo con quel che ne consegue
sul piano degli obiettivi politici, muovendosi per spezzare le dinamiche
regressive sviluppatesi nel corso degli ultimi 20 anni.
Su questo terreno i deboli movimenti emersi sullo sfondo della
globalizzazione andrebbero richiamati a trovare la capacità di ricollegarsi
direttamente alla tradizione principale della sinistra entrando anche nel
merito delle istanze complessive di carattere economico – sociale.
Su questo terreno le istanze democratico – universalistiche
hanno subito colpi terribili per quanto concerne la condizione e la forza dei
lavoratori, al punto che la contraddizione rappresentata dallo sfruttamento del
lavoro vivo appare interamente subordinata al capitale e le lotte appaiono
possibili soltanto su di un terreno difensivo.
Lotte difensive che si svolgono entro limiti sempre più
ristretti, senza mascherare comportamenti e scelte politiche arretrate o
apertamente reazionarie, quasi a sanzionare una subalternità insuperabile,
accettata e difesa a scapito di chi sta ancora peggio, gli autentici
proletari della nostra epoca (tutta la vicenda relativa a questa fase,
nell’Unione Europea, al riguardo dei Paesi del Sud del vecchio continente, in
particolare di Cipro, Grecia, Portogallo appare come la testimonianza più
autorevole dello stato di cose appena descritto).
Nondimeno una ricomposizione del mondo del lavoro non è
inimmaginabile.
ANALISI DELLA CRISI E RICOMPOSIZIONE DEL MONDO DEL LAVORO
Nel passato pure si sono verificate fasi di grande sconfitta e
di smarrimento, seguite da cicli di ripresa del protagonismo operaio che, oggi,
o meglio domani, potrebbe rinascere sotto forma di un’aggregazione di tipo
transnazionale in cui confluiscano sia lavoratori manuali, sia cognitivi, sia
uomini, sia donne.
Si intende, così, sottolineare la forza di una tradizione e di
un’eredità pratico – teorica duramente colpita dal crollo del comunismo
sovietico e dal trionfo del capitalismo globalizzato e molecolare, ma
tutt’altro che cancellata, anche perché il capitalismo piuttosto che mantenere
le sue promesse, sta confermando antiche diagnosi, troppo frettolosamente
considerate antiquate.
La vera debolezza della sinistra, la sua inadeguatezza pratica e
teorica consiste, piuttosto, nell’incapacità di fare i conti con la sua storia
e di tematizzare gli esiti sempre più problematici dell’industrialismo.
Si tratta di lavorare per costruire un intreccio, prima di tutto
teorico, tra la realtà esistente e imperante della “contraddizione principale”
e la necessità di operare una discontinuità, prendendo coscienza della crisi
del concetto di illimitatezza dello sviluppo, della totale sottomissione della
natura, dell’artificializzazione integrale del mondo, della consapevolezza che
la liberazione dal dolore e dall’oppressione dei costumi non rappresenta la
realizzazione del progetto emancipativo della modernità, ma la sua riduzione a
puro immaginario, subalterno al consumismo individualistico e al dominio della
tecnica.
La politica odierna oscilla, così, tra l’adesione incondizionata
all’esistente che non permette mai di uscire mai dall’occasionalismo, dalla
ricerca spasmodica di un consenso che non serve a nulla, perché nulla non ha da
proporre oltre allo spettacolo che la politica intesa in questa dimensione
offre di sé stessa.
Ripartire dalle basi teoriche fin qui indicate significa prima
di tutto interrogarsi sulla grande crisi in atto: la più significativa dagli
anni ’30 del secolo scorso.
Essa proviene, con tutta evidenza, dall’intrecciarsi della
frammentazione del lavoro e dalla finanziarizzazione dell’economia.
La svolta monetarista degli anni’80 ha dato il via a una
ristrutturazione che ha precarizzato il lavoro, quale che fosse la sua
condizione normativa, e ridotto la quota di salari.
La conseguente spinta alla crisi da sovraproduzione di merci è
stata tamponata, soprattutto nell’ultimo ventennio, da una crescita del debito
concentrata tra finanza e famiglie.
In particolare ha giocato un ruolo importante quello che può
essere definita una “sussunzione reale del lavoro alla finanza”.
Grazie all’istituzione di un capitalismo dei fondi pensione, e
più in generale, dei fondi istituzionali, i risparmi dei lavoratori, gestiti
dai “money manager” si sono riversati nei mercati finanziari prima, e nei
mercati immobiliari poi, dando il via a bolle speculative facilitate e spesso
riprodotte da un’originale politica monetaria, molto attiva.
Queste bolle, a loro volta, hanno fatto sì che i risparmiatori,
entrati in una “fase maniacale” si trasformassero in consumatori sempre più
indebitati in forza di quello che gli economisti chiamano “effetto ricchezza”.
Giocava il suo ruolo la compressione del reddito da salario, e
l’illusione che potesse essere compensata con il reddito da rendita
finanziaria.
Un processo che spiega la dinamicità del capitalismo dalla metà
degli anni’90 in avanti, ma anche la sua insostenibilità e l’ineluttabilità
della sua crisi.
E’ chiaro che nella sequenza appena delineata l’origine può
essere ricercata in una spinta alla stagnazione che proviene dall’emergere di
un’insufficienza della domanda effettiva.
Altrettanto evidente è che si deve tener conto dell’evoluzione
della finanza nel configurare i termini della risposta capitalistica alla
crisi, e le nuove forme presa da quest’ultima, sulla base dell’inedita
configurazione del capitalismo, come “capitalismo monetario”.
Per quanto riguarda il lavoro è prevalsa la tendenza
“depressiva”, mentre rispetto al piccolo capitale, sarebbe meglio dire, della
dimensione delle unità produttive capitalistiche, (il luogo dove avrebbe dovuto
costituirsi l’avanguardia del progresso tecnico) è prevalsa la linea di un
sempre maggiore “snellimento” delle imprese, tra concentrazioni e
delocalizzazioni.
I due fenomeni della trasposizione concreta del lavoro verso la
finanza e della frammentazione del lavoro nella produzione, sono strettamente
legati.
Il capitalismo che abbiamo di fronte è sempre più un capitalismo
“organizzato”.
Esso però è sempre meno legato alla pura e semplice crescita
della dimensione d’impresa.
Anche per questo motivo il capitalismo produce sempre meno
un’omogeneizzazione della condizione “concreta” del lavoro dentro la
produzione.
Insomma abbiamo di fronte quella che è stata definita da
Riccardo Bellofiore una “centralizzazione senza concentrazione”, e quest’ultima
è stata determinata anche, se non soprattutto, dalla “governance” corporativa
voluta dai fondi istituzionali.
Tutto ciò ha dato ragione a un’antica previsione avanzata, a suo
tempo, da Rosa Luxemburg: anziché rendere più stabile il capitalismo ha
aggravato la tendenza di lungo periodo alla crisi.
Una situazione che richiede, per essere affrontata
adeguatamente, l’elaborazione di una linea di sviluppo creativo.
LA FUNZIONE DELL’IDEOLOGIA
Una linea di alternativa e di uscita dall’accettazione totale
dell’esistente, non può che essere portata avanti, in queste condizioni,
anziché dalla mera elaborazione di un programma economico, da una
reinterpretazione del concetto e della funzione dell’ideologia.
La funzione dell’ideologia, come nell’accezione gramsciana deve
essere sottratta al pericolo di un’interpretazione meccanicista e volgare,
nella quale la sovrastruttura è ridotta a mera conseguenza dell’effetto della
struttura.
L’ideologia va così restituita al suo significato positivo di
componente, essa stessa strutturale e indispensabile, dell’agire storico.
Perché senza la funzione strutturale dei convincimenti non si
possono comprendere le relazioni e i conflitti tra i ceti e le classi, che se
muovono da una causa materiale ed economica, hanno sempre una traduzione e
un’elaborazione ideale / ideologica (come è accaduta, del resto, con la grande
ondata liberista partita dal mondo anglosassone alla fine degli anni’70).
E’ il caso di recuperare una citazione: dai “Quaderni dal
carcere” (volume III dell’edizione del 1975, Editori Riuniti, curata da
Valentino Gerratana): “La tesi secondo cui gli uomini acquistano coscienza dei
conflitti fondamentali sul terreno delle ideologie non è di carattere
psicologico o moralistico, ma ha un carattere organico gnoseologico” (ovverosia
derivante da una vera e propria “teoria della conoscenza”).
L’obiettivo, per contrastare la deriva del capitalismo della
“concentrazione senza centralizzazione” deve essere allora, proprio sulla base
di quanto fin qui sostenuto, quello della costruzione di un “blocco storico”
(fatto ben diverso dalla costruzione di un semplice “blocco sociale”).
E’ necessario fare in modo che donne e uomini riacquistino
coscienza della loro posizione sociale e dei loro compiti proprio sul terreno
della sovrastruttura (l’ambito cioè delle forme di coscienza, delle visioni del
mondo, del come l’esistenza può essere pensata, significata, interpretata ed
elaborata).
Tutto questo ha bisogno, per essere interpretato dai soggetti
sociali, di un adeguato luogo politico che può e deve essere ancora denominato
come “Partito”.
UNA PROPOSTA DI “PARTITO CONSILIARE”
Un Partito non può essere concepito come un piccolo nucleo cui
si affida il compito di preparare e dirigere la lotta mentre le “vaste masse
popolari” occupano semplicemente gli spazi sociali disponibili.
Un Partito non può risultare estraneo alla quotidianità di
quell’intreccio struttura e sovrastruttura cui si è accennato ma neanche
immerso nell’istituzionalizzazione della battaglia politica come potrebbe
avvenire oggi per un partito a integrazione di massa di matrice
socialdemocratica, strutturato sul modello dei “cerchi concentrici” secondo
l’elaborazione di Maurice Duverger.
Un Partito comunista, anticapitalista, di opposizione per
l’alternativa oggi può e deve essere fondato su alcuni punti di forte
innovazione, al riguardo della pratica politica appartenuta alla nostra
tradizione.
La proposta specifica di un rinnovamento reale nella “forma
partito” dei comunisti può quindi configurarsi come proposta di un “partito
consiliare”.
Un partito consiliare da intendersi non come mediazione fra le
diverse realtà esistenti, ma come indicazione di un vero e proprio punto
d’innovazione tra la crisi del partito inteso come tale e il compiuto
scivolamento nel meccanismo perverso dell’americanizzazione della politica.
Sulla base di questa valutazione e di queste analisi vanno
individuate, anche nel campo specifico dell’organizzazione, alcune coordinate
interpretative della realtà, capaci di definire una prima risposta ai problemi
fin qui indicati, evitando di mistificarli o di banalizzarli. La proposta di
partito consiliare prevede tre discriminanti specifiche:
a) Una dialettica forte e permanente tra il
partito, considerato una parzialità tendente alla sintesi e i movimenti di
massa;
b) Una dialettica forte e permanente tra il
Partito e lo Stato: assumendo per intero il dato del deperimento del concetto
di “Stato – Nazione” e dell’emergere, non soltanto sul piano europeo, di realtà
insieme transnazionali e sovranazionali;
c) Un nuovo rapporto tra specialismo e
politica, tentando di realizzare una forte verticalizzazione nella capacità
elaborativa delle sedi politiche;
In conclusione è necessario ricordare ancora il punto che, al
riguardo del tema della “forma-partito” deve essere totalmente innovato: si
tratta cioè di affrontare concretamente la realtà dell’uscita da una condizione
storica dove un vertice istituzionalizzato si è alla fine sovrapposto a una
massa polverizzata, confinata nella sua spontaneità, fino al punto di smarrire
qualsiasi, anche minima, cognizione identitaria: com’è avvenuto, rovinosamente,
nell’esperienza italiana di Rifondazione Comunista.
I ritardi di cultura politica, con i quali ci troviamo da tempo
a dover fare i conti, derivano in gran parte da questo tipo di situazione
perpetuatasi nel tempo.
IL RUOLO DEI MOVIMENTI DI MASSA
La fase che stiamo vivendo, sul piano
storico, pare essere contrassegnata da una sorta di “conflitto permanente” tra
i movimenti di massa e le forme strutturate d’iniziativa e partecipazione
politica come i partiti, con momenti d’intreccio, sovrapposizione,
trasposizione di ruoli spesso fonte di fraintendimenti ed equivoci tali da
sgomentare le grandi masse, all’interno delle quali spuntano consistenti
elementi di sfiducia o disaffezione a cui si contrappongono momenti molto alti
di mobilitazione in forma collettiva, come sta accadendo in questo momento in
diverse parti del mondo, ovviamente con diversi obiettivi, specificità
d’iniziativa, contesto sociale e politico.
All’interno di una discussione sulle forme
della politica che pure dovrà essere portata avanti nel senso di una vera e
propria “riprogettazione” sarà allora il caso di fissare alcuni punti di fondo,
si direbbe quasi “fondamentali” al riguardo delle linee di sviluppo teorico
dell’analisi politica relativa ai movimenti di massa.
Come possono essere considerati, allora, i
“movimenti”?
In primo luogo i “movimenti” possono essere
considerati come una rete di relazioni informali tra una pluralità di individui
e gruppi, più o meno strutturati dal punto di vista organizzativo.
Se i partiti o i gruppi di pressione hanno
confini organizzativi abbastanza precisi, essendo l’appartenenza sancita da una
tessera di iscrizione (che, adesso, può anche essere acquisita “on line”) a una
specifica organizzazione, i movimenti sono invece composti di reticoli dispersi
e debolmente connessi di individui che si sentono parte di uno sforzo
collettivo.
Sebbene esistano organizzazioni che fanno
riferimento ai movimenti, i movimenti non sono organizzazioni, ma piuttosto
reti di relazioni tra attori diversi, che spesso includono, a seconda delle
condizioni, anche organizzazioni dotate di struttura formale (ad esempio, come
accaduto all’interno del “Genoa Social Forum” all’epoca del G8 2001).
Un tratto peculiare dei movimenti è,
infatti, il poterne far parte, sentendosi quindi coinvolti in uno sforzo
collettivo, senza dover automaticamente aderire a una qualche organizzazione.
Queste reti di relazione assolvono la
fondamentale funzione di permettere la circolazione delle risorse necessarie
per l’azione collettiva, favorendo l’elaborazione di nuove interpretazioni
della realtà.
Esse vengono considerate come costituenti un “movimento sociale”
nella misura in cui i loro membri condividono un “sistema di credenze”
(definizione da Donatella Della Porta – introduzione alla Scienza Politica – il
Mulino 2002) nutrendo nuove solidarietà e identificazioni collettive.
Caratteristica dei movimenti è, infatti, l’elaborazione di
visioni del mondo e sistemi di valori alternativi rispetto a quelli dominanti.
I movimenti contribuiscono al formarsi di un vocabolario e
all’emergere di idee e opportunità di azione che, in passato, erano sconosciute
o persino inconcepibili (si pensi agli “indignados” spagnoli, o al movimento
americano di “Occupy Wall Street”).
Per questo i movimenti sono considerati i protagonisti del
mutamento sociale.
I valori emergenti sono poi alla base delle definizione dei
conflitti attorno ai quali gli attori si mobilitano.
In particolare dagli anni’70 del secolo scorso si è imposta
l’esigenza, a livello teorico e di azione concreta sul campo, di un intreccio
tra la centralità del conflitto capitale/lavoro e le rilevanze di diversi
criteri di stratificazione sociale, in particolare generazionali e di generi,
mutando i termini complessivi della contrapposizione sociale “classica” tra una
classe popolare e una classe superiore che si erano contrapposte all’interno
della società industriale, come era già avvenuto in quelle agrarie e
mercantili.
Differenza di genere, difesa dell’ambiente naturale, convivenza
tra diverse culture hanno rappresentato i temi sui quali sono sviluppati nuovi
movimenti che hanno assunto, rapidamente, rilevanza globale.
Si è così cercato di organizzare questa nuova qualità di
proposta dei movimenti attraverso un modello di tipo pluralista: un sistema,
cioè, di rappresentanza degli interessi con associazioni multiple, volontarie,
concorrenti, non gerarchiche e non necessariamente differenziate secondo
criteri funzionali.
Questo sistema pluralista è poi rapidamente “scivolato” (a
partire dai paesi a più alto tasso di protezione sociale da parte dello Stato,
come ad esempio nel Nord Europa) in un modello definito “neocorporativo”.
Il modello neocorporativo moderno, detto anche corporativismo
liberale o societario è, infatti, un sistema di rappresentanza degli interessi
in cui le unità costitutive, come è stato appena ricordato, sono singole,
caratterizzate da un sistema di relazioni poco sviluppato, con una struttura
organizzativa frammentata, che deve fare forte affidamento sulla sua base, e ha
quindi difficoltà a sviluppare programmi di lungo periodo.
Va indicata subito, senza esitazioni una collocazione del
Sindacato fuori dall’ambito del modello neocorporativo della concertazione e
della “triangolazione di interessi”: serve un sindacato basato sul modello
pluralista, con struttura e processi interni democratici, effettivamente
rappresentativi della domanda che sale dal mondo del lavoro, in grado di
definire e proporre le proprie richieste sulla base di un’attenta analisi di
classe ponendosi quale soggetto “generale” rispetto ai grandi temi dei livelli
della contrattazione, dei livelli occupazionali, della proposte di investimento
pubblico, delle politiche di riqualificazione della forza lavoro.
Il Sindacato deve mantenere alto il tiro della conflittualità
sociale e porsi, in rapporto, con la politica in una forma di assoluta
autonomia pur nella ricerca delle forme di intreccio più adeguate e coerenti al
riguardo delle comuni propensioni, rispetto ai soggetti rappresentative delle
istanze di fondo su cui basare la trasformazione del sistema e rappresentare la
dimensione di classe.
Il tema dell’“autonomia del politico” e quella dell’“autonomia
del sociale” deve essere affrontato, al riguardo della realtà del Sindacato,
come la ricerca di un necessario punto di saldatura perché al Sindacato non sia
assegnato, sempre e comunque, un ruolo subalterno dicendo di no al ripiegamento
e al rifugio nella “parzialità”.
La logica dei movimenti strutturati su “single issue” conduce a
due esiti dal punto di vista della dinamica di confronto sociale e politico:
quello del lobbyng e quello della ricerca della concertazione, attraverso il
meccanismo della consultazione degli interessi organizzati da parte delle
istituzioni pubbliche e una loro partecipazione alle decisioni.
Si tratta, per rimanere all’interno dei confini del “caso
italiano”, del modello che si potrebbe definire dei “beni comuni” (portato
avanti, essenzialmente, attraverso la logica referendaria, oppure dell’offerta
alle istituzioni di “agenzie di servizi” utili per elaborare proposte e
progetti attorno a temi specifici, da offrire poi alla mediazione istituzionale
da realizzarsi attraverso canali di presunta “democrazia diretta” e/o
referendari).
Insomma: qualcosa di molto lontano dalla prospettiva di un’elaborazione
e di una pratica di massa tendente a una trasformazione complessiva del
sistema.
Sullo sfondo l’ipotesi di grandi compromessi tra i gruppi
focalizzati su temi legati alla produzione e gruppi legati ai consumi: come sta
avvenendo del resto, in tante realtà, sui temi di carattere ambientale e di
conflitto tra industria, ambiente, difesa della salute.
In ogni caso si tratta di un modello che pone in evidenza la
necessità di ridurre da parte delle istituzioni ,l’eccesso di domande
frammentate e contraddittorie: in assenza di una capacità di sintesi
alternativa l’ipotesi è quella della riduzione del rapporto tra politica e
società: una riduzione di rapporto che equivale a un restringimento nei margini
di agibilità democratica (presidenzialismo, ruolo del governo, leggi elettorali
maggioritarie, elezione diretta delle cariche monocratiche, ecc.), con
l’obiettivo di emarginare sempre di più i gruppi non dotati di potere di
ricatto economico (disoccupati, studenti, consumatori, ecc.).
E’ evidente che il solo antidoto a questo processo di vera e
propria degenerazione della democrazia, che si avvale ovviamente anche
dell’utilizzo dei meccanismi di innovazione tecnologica sul piano della
comunicazione, del processo di spettacolarizzazione della politica, dell’eccesso
di individualismo e di personalizzazione, è quello della ripresentazione sulla
scena del conflitto sociale delle grandi sintesi del cambiamento, dei grandi
progetti complessivi di trasformazione politica e sociale.
E’ un tema novecentesco che si ripropone per intero in
quest’avvio di millennio, ed è il tema della strutturazione politica, dei
partiti, cui è già stato dedicato spazio in questo testo, attraverso
l’elaborazione di una precisa proposta politica di “partito consiliare”
UNO SGUARDO AL “CASO ITALIANO”
Quanto durerà il governo Letta? Considerate le forti
fibrillazioni alle quali è sottoposto, per diversi motivi, l’intero sistema
politico italiano, la domanda appare più che legittima e i pronostici quanto
mai difficili e occorre cercare una risposta che si collochi ben oltre
all’attualità contraddistinta dalla valutazione della situazione giudiziaria di
Silvio Berlusconi.
Eppure non si tratta della domanda giusta che, invece, dovrebbe
essere riformulata in questo modo: quali prospettive ha il “modello” di cultura
politica cui s’ispira il governo Letta, in una visione di cambiamento del
sistema?
In questo caso la risposta può risultare sufficientemente
precisa: altissime probabilità di affermazione, almeno nel medio periodo.
Anche perché si tratta di un modello che si è ormai insediato
nella mentalità di gran parte degli operatori politici ed ha già avuto una sua
prima sperimentazione (sia pure di diversa intensità e qualità) con il governo
Monti: il modello che Ilvo Diamanti ha definito “democrazia degli ottimati”.
Qualcuno obietterà tirando in ballo la presunta debolezza di
questo tipo di governo: ebbene sarà facile rispondere che proprio questa
debolezza (e la tattica del rinvio assunta come metodo) rappresentano un vero e
proprio punto di forza, con una sua ragione fondamentale: l’impossibilità di
un’espressione bipolare del sistema italiano a livello centrale (come invece è
possibile a livello locale). L’affermazione, nel medio periodo irreversibile,
di una nuova forma di “pluralismo polarizzato” (derivante anche dall’adozione
di un certo tipo di sistema elettorale, che non potrà essere modificato nel
senso del ritorno – appunto – a una possibilità di offerta politica “bipolare”)
rappresenta una sorta di “camicia di Nesso” che imprigiona gli attori politici
presenti nella nostra arena, costringendoli in una qualche misura ad assumere
gli atteggiamenti cui stiamo assistendo proprio sul terreno di quelle che sono
state definite “larghe intese”.
Esistono però motivazioni molto più profonde, poste proprio nel
campo di un’espressione di cultura politica, che rendono e renderanno stabile
questo incontro “al centro” tra i due “storici” competitor della fase
apparentemente bipolare sviluppatasi nel primo decennio del 2000 .
Motivazioni che risiedono nell’evidente emergere di un
vero e proprio dato di omogeneità culturale, almeno tra il “grosso” del
notabilitato già di centrosinistra e del suo omologo già di centrodestra (tanto
per usare una datata toponomastica politica e rendere, così, più intellegibile
il discorso all’esterno).
Sul piano della dinamica di periodo saranno due i punti sui
quali si verificherà questa espressione di omogeneità nel tentativo,
considerata presumibilmente l’eventualità dell’uscita di scena del
“protagonista storico” del periodo che è trascorso dal 1994 a oggi, di chiudere
l’infinita “transizione italiana”:
1) Il mutamento della forma di governo e
l’adozione del presidenzialismo (in quale formato si vedrà: al momento sembra
favorito il modello francese, al riguardo del quale però dovranno essere svolte
ancora accurate riflessioni). Il presidenzialismo sembra proprio essere
ritenuto quel punto di cultura politica che può suggellare quel dato di
omogeneità cui si faceva già ampio cenno e la forma di governo più adatta alla
fase storica, sulla base della quale costruire un nuovo regime (nell’accezione
piena, non semplicemente dispregiativa) del termine. Ciò per almeno tre motivi:
il primo quello della previsione dell’insorgere di una fase d’intense
turbolenze sociali (prive del resto, pressoché completamente, di referenti
politici: anche per scelta delle stesse più importanti espressioni di movimento
che appaiono essere in grado di provocare le più forti insorgenze) che dovranno
essere affrontate con una dose ulteriore di autoritarismo al di là dei
meccanismi repressivi già in atto. Autoritarismo che può trovare una sua fonte
di legittimazione soltanto dall’espressione di un potere di tipo monocratico;
il secondo motivo è quello della suffragazione definitiva della personalizzazione
e dell’individualismo competitivo (che il PD, partito di pieno regime
correntizio, ha ritenuto istituzionalizzare attraverso il ricorso alle
“primarie” in una misura pressoché generalizzata, sia per le cariche elettive,
sia per quelle di partito). Personalizzazione e “individualismo competitivo”
rappresentano il fondamento di questa comune cultura di governo, tra le
espressioni di quelli che dovrebbero essere diversi schieramenti; il terzo
motivo è quello di un’altrettanta comune visione della democrazia fondata
sull’intreccio tra una “democrazia governante” all’interno della quale si
agisce sulla base di una completa separatezza tra governanti e governati (hanno
impressionato le “distaccate” analisi sviluppate dal prof. D’Alimonte al
riguardo del vistosissimo calo nella partecipazione al voto nelle elezioni
amministrative) e la cosiddetta “democrazia del pubblico” laddove cittadine e
cittadini, magari via web, sono “consultati” su specifiche questioni (mai
collegate tra loro in una visione di progetto generale) e chiamati, così, ad
assistere a una sorta di “evento della politica”. Si realizzerebbe, in questo
modo, una sorta di cocktail micidiale tra le teorie di Licio Gelli e quelle di
Gian Roberto Casaleggio. Uno scenario inquietante, non c’è che dire, almeno per
i sinceri democratici;
2) Il secondo punto sul quale si
verificherà la consistenza di questa omogeneità di nuovo conio tra
ex-centrodestra ed ex-centrosinistra sarà quello della questione europea: e
bene lo vedremo all’opera nella campagna elettorale per il Parlamento Europeo,
prevista per la primavera del 2014. Entrambi gli schieramenti si troveranno
nella condizione di sviluppare la competizione elettorale attorno ad un punto
in comune (poi gli accenti propagandistici saranno diversi, figuriamoci):
quello dell’appoggio indiscriminato a questa Europa, a “queste” istituzioni
europee, a “questa BCE”, a “questo” monetarismo, a “questa” volontà
capitalistica, che proprio a livello europeo sta esprimendosi al meglio, di
soffocamento economico e di repressione politica delle grandi masse popolari.
Si tratterà di un punto in comune di formidabili proporzioni sul piano
politico, il vero e proprio momento di suggello dell’apertura di una nuova
fase.
Dal nostro punto di vista la necessità di costruzione di un
soggetto di opposizione per l’alternativa appare urgente e ineludibile che va
posta proprio sul piano europeo in una dimensione assieme internazionalista e
sovranazionale.
L’espressione concreta, per dirla con uno slogan riassuntivo
magari un po’ usato ma sempre valido : un’altra Europa.
Per riuscire nel concreto a muoversi in questa direzione è
obbligatorio metterci al lavoro per costruire un’adeguata cultura politica:
basata, però, su di una “visione del mondo”, non sui dettagli di pur sacrosante
specificità rivendicative o territoriali.
Una sinistra d’alternativa e d’opposizione che sappia “volare
alto” sia rispetto all’espressione di una teoria del cambiamento, sia nella
quotidianità della lotta di difesa nella società e nella politica.
FUORI DAL MINORITARISMO: VOLARE ALTO, AGIRE NEL CONCRETO
I fenomeni determinanti nel mutamento della fase politica
possono essere così riassunti:
a) La crisi (nel senso classico di
“krisis”) dello “Stato – Nazione” (il filosofo tedesco Teubeuer scrive di
“sistema aperto del nuovo mondo");
b) La qualità nuova della situazione
economico-finanziaria a livello globale e i suoi specifici risvolti europei,
dei quali vanno disvelati alcuni punti – chiave (debito pubblico/ debito
privato, ecc.)
c) L’evidenziarsi di un vero e proprio
mutamento di paradigma nell’“agire politico” con l’emergere di una sorta di
ideologia della “politica tecnica”, che trova in un “caso Italiano” di segno
ben diverso da quello che eravamo abituati storicamente a considerare, un
rilevante punto di saldatura . Un mutamento di paradigma che trova
nell’omologazione culturale tra i diversi soggetti presenti nel sistema
politico italiano la sua espressione più coerente nel “governo delle larghe
intese” la cui prospettiva appare essere quella, al di là delle forme concrete
nelle quali si articolerà la contesa politica, della costruzione di un regime “
a pensiero unico”. Per questo preciso motivo, la nostra prospettiva deve essere
quella della costruzione di un largo campo dell’opposizione per l’alternativa
per intervenire nella politica, nella società, nel dibattito culturale, nelle
istituzioni.
Si tratta di fenomeni interconnessi che hanno dato origine a
quello che risulta essere, dal nostro punto di vista, l’elemento centrale da
affrontare nella fase: Il recupero del nostro antico bagaglio, in un’idea di
intreccio tra rinnovamento e recupero.
Sotto quest’aspetto:
1) E’ necessario partire da noi, dalla
nostra autonomia, dalla capacità di far politica della sinistra comunista, in
rapporto con i settori sociali, più avanzati in Italia e in Europa;
2) Nella crisi che stiamo vivendo (della
quale abbiamo enucleato i fenomeni sopra accennati ai punti a,b,c) sta
arrivando a compimento, infatti, un gigantesco processo storico di integrazione
di massa, nel segno della “rivoluzione passiva”;
3) Per leggere questa crisi con gli
occhiali giusti è necessario assumere tre avvertimenti “profetici” che hanno
avuto il torto di essere stati lanciati con anticipo rispetto alle dinamiche
della storia e aver cozzato “contro” l’impatto fornito dal processo di
“rivoluzione avvenuta” in URSS: Hilferding e la finanziarizzazione
dell’economia; Luxemburg socialismo e barbarie (un fenomeno che vediamo
svilupparsi impetuosamente nell’attualità, proprio sotto i nostri occhi);
Gramsci “americanismo e fordismo” (certo il fordismo è finito, ma è rimasto in
piedi il concetto devastante di asservimento al ciclo produttivo nella forma di
una nuova qualità di intreccio tra struttura e sovrastruttura”);
4) IL cuore dello scontro è ancora qui,
nell’Occidente sviluppato, il cui meccanismo di produzione è ancora regolato
dai rapporti di classe e dall’intreccio tra questi con lo sviluppo più avanzato
delle contraddizioni post-materialiste (platea degli sfruttati che si allarga
fino a comprendere settori dei produttori; i livelli di consumo acquisiti – qui
sta il nodo dell’intreccio appena citato – impediscono di pensare di poter far
leva su di un avanzamento della pauperizzazione che porterà, invece, a un
ulteriore sfrangiamento e all’emergere di nuove contraddizioni sociali sempre
più complicate da regolare (verrebbe alla mente il maoista “contraddizioni in
seno al popolo”);
5) Dobbiamo uscire dal pantano della crisi
attraverso la politica. L’Italia è stata il luogo dove la presenza politica
della sinistra comunista, attorno ai temi fin qui sommariamente descritti,
aveva raggiunto lo sviluppo più avanzato sia sul piano teorico, sia su quello
politico, rispetto soprattutto al tentativo di inveramento statuale di
fraintendimento del marxismo;
6) L’esperienza della sinistra comunista è
stata chiusa inopinatamente, almeno in Italia, proprio per il prevalere delle
spinte all’integrazione di cui al punto 2 e al cedimento strutturale alle forme
dell’americanizzazione della politica;
7) Dalla chiusura della storia della
sinistra comunista in Italia sono usciti soggetti dalla vocazione minoritaria
del tutto interni al processo descritto ai punti 2 e 6. Rifondazione Comunista,
messa su in fretta e furia ragioni di posizionamento elettorale senza alcuna
continuità di orientamento e di direzione politica con la sinistra del PCI che
si era opposta alla liquidazione del partito, ha compiuto un vero e proprio
capolavoro di eutanasia con la collocazione strumentalmente assunta di
internità al “movimento” in occasione del G8 di Genova nel 2001: eguale
atteggiamento è stato tenuto, cercando di conciliare il massimo della
“autonomia del politico” (addirittura il governo) e il massimo di “autonomia
del sociale” ( i no-global) fino alle vicende dei cosiddetti “beni comuni”.
Inoltre sta realizzandosi la formazione di un cartello “riformista” tra SeL e
altre aree politiche (a partire dall’iniziativa di “difesa della Costituzione”
avviata da Rodotà e Landini), occhieggiando a parti del M5S, con l’idea di
recuperare il PD a una linea “diversa”: ipotesi, come abbiamo già avuto
occasione di dimostrare, del tutto analiticamente errata.
8) In questo quadro è necessario riprendere
i temi di fondo della nostra elaborazione “storica” senza nessuna concessione
di facciata a una presunta “modernità”: serve una lettura adeguata dello stato
di cose in atto, una corretta analisi della crisi e delle prospettive del
capitalismo (per fare un riferimento storico, qualsivoglia ipotesi di carattere
programmatico dovrebbe partire da un dibattito del livello di quello svolto,
proprio sul tema delle tendenze del capitalismo, nel 1962 dall’Istituto
Gramsci);
9) Debbono essere strettamente intrecciati
due piani: la prospettiva di una trasformazione radicale dell’esistente e la
proposta di una società alternativa e un programma politico raccolto attorno al
tema del recupero, in Occidente, dei termini di ragionamento per la costruzione
di un’alternativa partendo, fin dalle prossime elezioni europee, in una
dimensione di collegamento sovranazionale e internazionalista;
10) Su queste basi la costruzione di un
nuovo soggetto politico, senza aver paura di chiamarlo partito, da edificarsi,
come è già stato richiamato, attraverso una strategia di tipo “consiliare”
senza concessioni al movimentismo e comprendendo anche le ragioni, non
meramente propagandistiche, di rinnovamento del gruppo dirigente centrale e
periferico e con un’idea precisa di soggetto di acculturazione di massa e di
creazione di un nuovo quadro dirigente “diffuso”.
11) Fondamentale importanza avrà, nella
costruzione di questa nuova soggettività, lo schierarsi dalla parte di una
certa idea del “far politica” che coincida con quanto indicato dalla
Costituzione Repubblicana: no al presidenzialismo, centralità del Parlamento e
degli altri consessi elettivi anche a livello locale, spazio alla
rappresentatività politica in intreccio e non in subordine alla governabilità
(ne consegue, anche se non compresa in Costituzione, l’opzione per un sistema
elettorale proporzionale);
12) L’incognita della legge elettorale
rende difficile la valutazione dello spazio politico effettivamente a
disposizione, ma l’esigenza di una nuova soggettività in questo quadro
(l’arroccamento - disfacimento del PRC, e la subalternità di SeL al PD, dopo il
fallimento di ben due linee politiche in sei mesi: SeL che rimane l’esempio più
evidente di integrazione di un soggetto di sinistra dentro il vortice
dell’americanizzazione della politica, tra l’altro malamente scimmiottata)
appare comunque molto forte e i lavori dovrebbe iniziare al più presto.
NELLA SOSTANZA DELLA PROPOSTA POLITICA:
1) Emerge, in Italia e fuori d’Italia,
l’esigenza di lavorare sia sul terreno teorico sia su quello immediatamente
politico, per la ricostruzione di una soggettività di sinistra comunista,
anticapitalista e di opposizione per l’alternativa collegata a precise istanze
che derivano dalla nostra storia, all’identificazione nell’attualità di precisi
filoni culturali di riferimento, alla progettazione di adeguate iniziative
politiche sia al riguardo della struttura del soggetto sia sul piano
progettuale – programmatico. La qualità stessa della gestione capitalistica
della crisi (che abbiamo tante volte analizzata come orientata nel senso
complessivo della “ricollocazione di classe” ed espressione di una “nuova repressione”)
impone un discorso di questo tipo;
2) Un lavoro da impostare seguendo filoni
ben precisi di orientamento proprio sul piano teorico: partendo, ovviamente,
dall’Italia perché qui siamo chiamati ad agire. Ripropongo, quindi, l’utilizzo
– per quanto possibile – il filone della “sinistra comunista” italiana da
Gramsci a Ingrao al sindacato dei consigli al “Manifesto” (direi che l’arco
temporale di riferimento può essere identificato tra le Tesi di Lione del 1926
e la relazione di Magri ad Arco nel 1990). E’ evidente che, pur considerata
tutta l’importanza dell’elaborazione portata avanti dalla sinistra comunista in
Italia (che qui è presa in considerazione soprattutto per via della “capacità
storica” di realizzare un’autonomia non di facciata dall’imposizione sovietica)
occorra – anche sul piano dello studio – un collegamento con riferimenti
internazionali posti sul piano più alto nella storia del marxismo al di fuori
dei filoni emersi dalla Rivoluzione d’Ottobre: Luxemburg, Pannekoek e la
sinistra socialdemocratica, in particolare l’austromarxismo e l’elaborazione
(torno in Italia) di Panzieri e dei “Quaderni Rossi”. Senza cadere nel
sociologismo della Scuola di Francoforte (origine, a mio giudizio, della
mancata “incidenza politica” del ’68) e tenendo fermi due punti: il prevalere
della tensione etico – politica sulla banalità dell’economicismo e la capacità,
sempre e comunque, di un’espressione piena di “critica della modernità”.
“Critica alla modernità” che deve essere espressa anche rispetto all’utilizzo
di massa dell’innovazione tecnologica che sta verificandosi all’interno del
filone del “consumismo individualistico” e dell’isolamento soggettivo;
3) Il primo orizzonte da scrutare riguarda
la visione internazionalista nella lotta per la liberazione dei popoli. Senza
offrire alcun modello (è questa la differenza con la lotta anticoloniale della
prima metà del ‘900 fino agli anni’60 quando si compì la liberazione
dell’Africa) è necessario mantenere questo tipo di tensione internazionalista
rispetto alle grandi lotte popolari in atto, a tutte le latitudini, per
l’affrancamento dalla gestione capitalistica della crisi e la fuoriuscita dai
meccanismi di vero e proprio “soffocamento” della democrazia. Ognuno con le
proprie specificità: senza cadere, quindi, nell’errore del considerare il tutto
“movimento dei movimenti” e collocarsi acriticamente al loro livello (questo sì
sarebbe semplicemente adeguamento a una presunta “modernità”) e collocando a
questo livello la lotta al razzismo e il tema del rapporto con le masse di
diseredati costretti a lasciare il loro Paese per cercare altrove la
possibilità di sopravvivere, sia pure nelle forme estremamente precarie che il
capitalismo offre allo scopo di mantenere, assieme, sfruttamento e dominio
culturale e politico;
4) Per quel che riguarda il “caso italiano”
(dizione da rivalutare: in senso opposto però al significato che aveva assunto
tra gli anni’60 – ’70) sono almeno tre i punti sui quali soffermarci
prioritariamente: il primo riguarda l’omologazione culturale tra le forze
maggioritarie del sistema politico, sulla base del quale si sta costruendo un
vero e proprio “regime” (al contrario, tanto per far un esempio spicciolo, di
ciò che accadde all’epoca della solidarietà nazionale e della linea della
fermezza rispetto al terrorismo: uscirne fu comunque un merito di Berlinguer
che non può essere, nella critica complessiva all’operato dell’area centrista
del PCI, sottaciuto); il secondo riguarda la degenerazione nella qualità della
democrazia italiana, sia rispetto al tema europeo (che va affrontato
specificatamente come non faccio in quest’occasione) sia rispetto alla logica
della riduzione del rapporto tra politica e società in nome dell’eccesso di
domanda (presidenzialismo, centralità del governo, legge elettorale: tanto per
toccare i punti nevralgici di questa strategia riassumibile, alla fine, nella
logica espressa da JP Morgan al riguardo della Costituzione e nella sostanziale
indifferenza o malcelata soddisfazione di tutti per la verticale espressione di
disaffezione al voto. Il terzo riguarda il deserto politico esistente nell’area
della sinistra alternativa. Ma movimentismo e rivendicazionismo che appaiono
essere, alla fine, l’altra faccia della medaglia ( o forse la complementarietà
degli elementi, davvero rozzi, che hanno portato al successo del movimento 5
stelle) debbono essere affrontati con rigore sulla base di un’analisi delle
nuove dimensioni di classe e con la precisione dei riferimenti teorici e
politici.
PER CONCLUDERE
Il
solo punto di partenza possibile al fine di inquadrare questo obiettivo risiede
nell’espressione piena di un’identità dalla quale è possibile far discendere
una visione di egemonia politica.
La visione dell’egemonia che si intende qui
richiamare, concludendo questo lavoro, è interamente quella gramsciana:
egemonia per Gramsci non è soltanto forza mista a consenso, ma è la capacità di
individuare le forme che devono regolare i comportamenti delle diverse
soggettività politiche a partire dalla comprensione piena della loro funzione,
delle loro caratteristiche morali, delle loro capacità progettuali.
Una visione opposta a quella della politica
intesa come potenza, che individua la direzione che la classe operaia è in
grado di esercitare sulla società.
Non sono parole vuote o antiche: rappresentano
ancora oggi, nel senso dell’indicazione di un filone, di una precisa direttrice
di marcia, l’intendimento al riguardo del quale è necessario muoverci, a
partire dall’opposizione a questa società per arrivare a trasformare davvero
“lo stato di cose presenti”.
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