Dietro alla
sprezzante dichiarazione del neo-segretario del PD Matteo Renzi “Il problema è
il lavoro e non l’articolo 18” si cela
tutta intera la carica eversiva che s’intende, da quel versante, portare avanti
sui temi dell’economia, del lavoro e dello stato sociale. “Repubblica” invoca,
usando l’antico slogan berlusconiano “Una Rivoluzione Liberale” e le ricette
sembrano essere sempre eternamente
uguali a quelle dell’iperliberismo reaganian- tachteriano.
Sarà su questo terreno che si sveleranno due grandi
mistificazioni: quella delle primarie e quella del “rinnovamento”.
Dal nostro punto di vista proprio l’analisi di ciò che sta
accadendo, anche al di là delle implicazioni direttamente politiche (non c’è
più il centrosinistra e il PD ricopre ormai un ruolo e una posizione nel
sistema politico affatto diversa da quella indicata appunto da uno schieramento
di centrosinistra. Non c'è neppure più la logica bipolare, che pure sarà ancora
strumentalmente evocata) mostra evidente la necessità di costruire urgentemente
una soggettività politica all’altezza delle contraddizioni che la crisi produce
all’interno della società.
Serve subito una
forza di opposizione provvista della capacità di avanzare proposte d’alternativa
nel merito.
Non è il caso, allora, di
inoltrarsi più di tanto nell’esplorazione delle vicende politiche
attuali, all’interno e all’esterno del sistema politico italiano, proprio per
affermare con nettezza un’esigenza complessiva di azione politica che deve essere
prima di tutto provvista di proprie autonome coordinate di fondo.
La forma che lo sviluppo capitalistico ha assunto, fin dagli
anni’80 del secolo scorso superando brutalmente quella fase definita come
fordista e keynesiana ha assunto i tratti di un vero e proprio “liberismo
selvaggio” che ha rotto, nell’Occidente sviluppato, quella base, che pure
appariva solida, del compromesso sociale: politiche di sostegno alla domanda e
impresa pubblica in funzione anticiclica e per consentire la crescita dell’occupazione;
relazioni industriali basate su di un forte ruolo del sindacato; politiche
redistributive del reddito in connessione con la produzione dei beni di consumo
di massa.
Quell’equilibrio (riassumibile anche come “modello renano”)
si è rotto irrimediabilmente e dal quel momento, nell’imperversare di una
gestione iper-liberista delle contraddizioni economiche e sociali assunta come
base di valore anche dalle formazioni politiche ex-socialdemocratiche, il
sistema è apparso profondamente trasformato nel suo funzionamento e
nell’espressione del suo blocco sociale di sostegno, provocando anche quella
crisi nel ruolo politico dei corpi intermedi che, in Italia, ha assunto
caratteri specifici e particolari di utilizzo in chiave fortemente negativa, di
vera e propria riduzione dei meccanismi democratici, da parte di un sistema
politico sempre più ridotto al mero e acritico sostegno alle istanze di un’economia
condotta selvaggiamente dal grande capitale.
L’esito immediato, che abbiamo sotto gli occhi, è quello di
un impoverimento per larghi strati della popolazione e di un pauroso
arretramento sul terreno dei diritti dei lavoratori.
Ha riassunto efficacemente questo stato di cose il premio
Nobel per l’economia Paul Krugman (un keynesiano, beninteso): “la crisi è un
prodotto dell’antagonismo di classe, esercitato dagli ultra – ricchi e dalla
destra radicale”.
Per questi motivi appaiono del tutto scomparsi gli spazi
possibili per un contrasto basato su di un riformismo gestionale e moderato.
Appare quindi del tutto coerente con lo stato di cose in
atto, realisticamente assunto, l’elaborazione di un programma di opposizione
fondato, innanzi tutto, sull’organizzazione di lotte sociali a forte intensità,
anche di carattere meramente difensivo, nella logica della “guerra di posizione”.
Per non incorrere però nel rischio di costringere il quadro delle lotte sociali ad
adagiarsi su di un impianto di carattere neocorporativo (rischio presente ed
evidente) è necessario però costruire
subito il riferimento a una soggettività
politica posta in grado di esprimere, prima di tutto, un orizzonte complessivo
di sfida per la trasformazione radicale del sistema, proponendo un programma di
transizione nella crisi.
A questo punto appare assolutamente propedeutico a una
discussione di merito, un dibattito da
svolgersi attorno a due punti: il ruolo dello Stato Nazionale e quello
sull’Europa.
E’ possibile oggi pensare all’avvio di un’impostazione
programmatica alternativa senza aver chiaro quale può essere il ruolo dello
Stato nazionale, nella molteplicità delle funzioni che è chiamato ad assolvere,
nel quadro della vicenda europea al
riguardo della quale non solo i poteri si sono ribilanciati tra i diversi
soggetti ma risultano essere assolutamente
accentrati in una sede di potere non democratico rispondente alle logiche di fondo di quei
meccanismi di pesante ristrutturazione capitalistica cui si è fatto cenno
poc’anzi?
Pensiamo proprio di no, e in questa dimensione va inteso lo
slogan “Rompere l’Unione Europea”.
A questo proposito va rilanciata con forza una visione
internazionalista e sovranazionale di collegamento effettivo e concreto tra le
forze di opposizione e d’alternativa che si trovano ad agire proprio nello
spazio geopolitico europeo.
Un collegamento effettivo, fatto di progettualità politica e
di lotte comuni da portare avanti non soltanto alla ricerca dell’apertura di un
processo di generica democratizzazione, a partire dal ruolo del Parlamento di
Strasburgo (nel quadro di una ripresa dell’idea forte della “democrazia
rappresentativa”) ma anche della messa all’ordine del giorno di un insieme di
iniziative politiche attraverso le quali
esprimere davvero una proposta di opposizione per l’alternativa.
In questo senso la scadenza elettorale prevista per la
primavera del 2014 non dovrebbe essere trascurata o considerata come un
appuntamento tra i tanti.
I temi sui quali dovremmo cimentarci prioritariamente per
riuscire a elaborare un progetto compiuto saranno, di seguito, indicati per titoli quale semplice “indice” attorno al
quale, però, costruire momenti specifici di elaborazione collettiva:
1) Il
tema della pianificazione dell’economia, in relazione all’esigenza di collegare
un’idea di ripresa industriale nei settori strategici in funzione delle
esigenze di innovazione tecnologica e difesa ambientale. Elementi sui quali ci troviamo
in fortissimo ritardo d’analisi e di proposta e che richiedono invece una
dimensione di iniziativa del tutto straordinaria, rivolta a fronteggiare insieme l’emergenza e a
progettare una strategia per il futuro. Servirebbe uno scatto d’ingegno per trovare
le forme più idonee ad affrontare un tema così complesso e delicato, in
particolare all’interno del quadro internazionale: un livello di elaborazione
quale quello che, nel momento della riconversione dell’industria bellica e
della ricostruzione del Paese dalle macerie della guerra, portò al rilancio
dell’IRI;
2) Il
fronteggiamento dei meccanismi
“eversivi” di finanziarizzazione dell’economia attraverso la proposta di
nazionalizzazione dei punti nevralgici del sistema bancario e di mutamento
radicale nei meccanismi di finanziamento allo sviluppo da parte pubblica, a
tutti i livelli;
3) L’utilizzo
delle leve del bilancio statale e dei fondi europei nei campi dell’istruzione,
della ricerca, del riequilibrio nel deficit di vivibilità urbana, della sanità
e dei trasporti, del rapporto (nuovamente di grandissima valenza strategica, in
particolare al Sud) tra la città e la campagna, correggendo quel quadro di
finto “federalismo” fonte di inauditi sprechi ed anche malversazioni;
4) Un
nuovo rapporto tra la produzione e il consumo superando la logica dell’individualismo
esasperato di un’offerta che risponde semplicemente a una domanda determinata
da bisogni che il sistema artificialmente induce. Si pone, in questo senso, il
tema dei consumi collettivi;
5) Il
problema del procedere verso una redistribuzione del reddito verso il basso e
il rilancio del welfare state, riflettendo però specificatamente sui suoi
possibili livelli di carattere universalistico e tenendo ben conto delle novità
intercorse in particolare nell’ultimo periodo nel quadro sociale:
invecchiamento della popolazione e immigrazione, in primo luogo;
6) Il
problema dell’occupazione che dovrà essere considerato il nodo più drammatico e
più difficile da sciogliere nei prossimi anni (piani straordinari, lavori socialmente
utili, ecc.)
7) Recupero
dei livelli fondamentali dei diritti dei lavoratori in linea con un vero e
proprio “ritorno allo Statuto dei Lavoratori”: unica strada per combattere
precariato, super-sfruttamento, lavoro nero.
Infine serve, da subito, far ripartire un confronto che non
può essere limitato soltanto a riflettere su modi e forme di un conflitto
inteso come meramente difensivo.
Serve “l’opposizione per l’alternativa”
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie