Forse non avete letto l’ultimo rigo
del mio articolo precedente che si autodefiniva “referto di una
autopsia” e di fronte ad una autopsia voi cosa pensate che si possa
fare? Il fatto è che i residui militanti di
Rifondazione si illudono di poter fare finta di niente, in attesa di
qualche imprevedibile zattera di salvataggio, consolandosi con il dire:
“Siamo ancora in trentamila…” Certo, ci sono (forse) ancora trentamila
iscritti e quando ce ne saranno diecimila si potrà sempre dire “siamo
ancora in diecimila”, quando saranno mille “siamo ancora in mille ecc.”.
Ma la domanda che ci si deve porre in questi casi è un’altra: “Abbiamo
ancora la massa critica sufficiente per essere partito?”.
Dove, per partito intendiamo non una
qualsiasi aggregazione che si chiami tale: nel 1970 ricordo che a Bari
c’era il Partito Comunista Marxista Leninista Maoista che aveva tre sedi
in tutta Italia e si e no 70 militanti, si sciolsero dopo pochi mesi,
mentre ci sono gruppi bordighisti che hanno anche meno di 70 persone e
vanno avanti da mezzo secolo e passa, ma né l’uno né gli altri mi pare
che possano essere considerati partiti.
Per partito, nelle condizioni
storicamente date, intendiamo un soggetto organizzato nazionale in grado
di competere sul terreno della rappresentanza istituzionale. Non dico
che non ci siano altri modi di fare politica (l’azione rivendicativa, le
lotte sociali, l’iniziativa culturale, il volontariato, ecc, ecc.) ma
per questo ci sono altri soggetti (sindacati, collettivi di base, centri
di iniziativa culturale, movimenti ecc.) non c’è bisogno di essere
partito.
In altre condizioni storiche potremmo
pensare che il ruolo del partito possa essere quello di agire nella
clandestinità o dirigere una insurrezione popolare, ma non mi pare che
siano queste le condizioni attuali della lotta politica. In questo
contesto, quello che distingue un partito dalle altre forme di
partecipazione politica è proprio la sua proiezione istituzionale.
Punto. Tutto il resto sono chiacchiere per perdere tempo. Ed allora,
dobbiamo chiederci se Rifondazione sia in condizione di tornare a
competere elettoralmente.
Consideriamo i dati con freddezza: Alle
politiche Rivoluzione Civile (Rifondazione, Pdci, Idv, gruppo Ingroia,
Verdi, Arancioni, nuovo Partito d’Azione e gruppi minori) prese 765.000
voti. E’ realistico pensare che Rifondazione ne fosse il gruppo
principale, ma è altrettanto realistico che il suo peso non andasse
oltre il 50% del totale, per cui diciamo che la forza elettorale
presumibile del Prc si aggiri intorno ai 350.000 voti. Però c’è anche da
considerare che c’è stata una sconfitta che ha tolto credibilità, per
cui è abbastanza logico che solo una parte di quegli elettori tornerebbe
a votare per una lista sconfitta in partenza.
Con una quota intorno ai 300.000 voti
(calcolando ottimisticamente) il Prc ha speranza di ottenere da sola una
rappresentanza parlamentare solo se passa una legge elettorale
proporzionale, senza clausole di sbarramento e con collegio unico
nazionale. Non mi pare che questo sia probabile.
Allora, si può pensare ad una
aggregazione con altri, l’ennesima coalizione arcobaleno o simili. E con
chi? Rossa è solo un pezzo della stessa area che non mi pare aggiunga
nulla, mentre Alba e Cambiare si Può non so se esistano ancora e
comunque non credo abbiano seguiti elettorali significativi.
Restano Sel, Fiom, comitati per la
Costituzione ecc. A marzo avevo suggerito in un articolo la confluenza
in Sel (cosa salutata dalle proteste di chi non intendeva mescolarsi con
“gli alleati del Pd”) e parlavo di confluenza perché mi pare che Nichi
abbia detto, in tutte le lingue ed anche cantando, che di accordi con
Rifondazione in quanto tale non vuol sentir parlare. Peraltro mi pare
che oggi anche Sel sia nei guai, avviandosi ad un congresso difficile,
fra chi vuole andare nel Pd e chi vuole “aprire a sinistra”, mentre
Vendola ha altri grattacapi da affrontare.
Ipotizziamo pure che una parte di Sel,
qualche fuoriuscito del M5s, la Fiom, Pdci ed altri pezzi del genere ci
stiano, alla fine verrebbe fuori qualcosa di non molto diverso da quello
che era Sinistra Arcobaleno di venerata memoria. E non credo che
l’eventuale candidatura in Italia di Tsipras (di cui pure si sta
parlando) cambi molto le cose: chi lo conosce già vota per queste liste.
Alle europee, magari una lista del
genere potrebbe prendere realisticamente fra il 2 ed il 3%, forse
addirittura sfiorare il 4%, anche se mi pare un po’ troppo ottimistico
come dato. Ma in caso di elezioni politiche che si fa? Ragionando sulla
legge elettorale esistente, occorre prendere il 4% da soli o il 2% in
coalizione, per cui si riproporrebbe il problema di allearsi con il Pd o
no: quanto durerebbe una coalizione elettorale del genere senza
spaccarsi di fronte a questa scelta? Tenendo anche conto che questo è il
Pd di Renzi che, magari, non ha neppure voglia di allearsi con cose
troppo rosse.
Dunque, anche questa ipotesi, che è la
più favorevole, mi sembra di ardua riuscita e di più ardua
realizzazione. Diciamo che, allo stato dei fatti, c’è si e no un 10% di
probabilità che la cosa vada in porto felicemente e riporti in
parlamento tre o quattro deputati di Rifondazione (che, manco a dirlo,
sarebbero i soliti tre o quattro scalda sedia che non sanno fare nulla.
Questo riporterebbe un po’ di soldi con cui garantire la vita del
partito e dargli un minimo di visibilità: non è molto, ma garantirebbe
una stabilizzazione minoritaria in attesa della meritata pensione.
Terza ipotesi possibile: candidare
propri uomini all’interno delle liste del Pd o del M5s (sempre che gli
interessati li accettino) e cercare di eleggerne qualcuno. Anche qui,
probabilità bassissime di realizzazione ed esito utile solo a garantire
la pensione di qualche dirigente e poco più.
Dunque, tirando le somme, allo stato
attuale, la scelta più favorevole è la seconda, che ha un 10% di
probabilità di riuscita e che non garantisce niente di più che la mera
sopravvivenza di un apparato ai margini del sistema politico: ipotesi
difficile e, tutto sommato, neppure auspicabile.
“Ma ci sono sempre trentamila iscritti…”
già, ma i trentamila (posto che esistano davvero) sono divisi,
demoralizzati, hanno scarsissimi mezzi finanziari e poche idee ben
confuse. D’altra parte, cari amici, molti di voi, e soprattutto quelli
che mi criticano perché non dico cosa si dovrebbe fare, mi spiegano che
l’insuccesso non è colpa di questo gruppo dirigente, perché ci sono
state le trasformazioni socio economiche e culturali, l’elettorato vota
uomini come Berlusconi, poi c’è la responsabilità di quelli che escono
dal partito (di comicità irraggiungibile un commento in questo senso), i
soldi che mancano, i media che discriminano e via con il solito rosario
di scuse autoconsolatorie. Va bene, ammettiamo che tutto questo sia
vero e che le condizioni oggettive siano state proibitive, allora: mi
spiegate cosa è cambiato? Mi pare che le condizioni oggettive, se
possibile, sono peggiorate, quindi perché questa volta dovrebbe andare
meglio?
Ergo: per Rifondazione non c’è più
niente da fare ed ormai siamo anche oltre l’accanimento terapeutico.
Allora che si fa, tutti a casa? Nemmeno per sogno, resta il problema di
costruire una soggettività anticapitalistica al livello dello scontro e
che abbia consenso di massa e presenza nelle istituzioni. Ma la strada
passa tutta fuori di Rifondazione.
E ne riparleremo a breve. Appunto, ne
parliamo dopo, prima dobbiamo stabilire con certezza un dato di
partenza: che Rifondazione ha fatto fallimento e non è possibile
sorvolare. Bisogna ricominciare da condizioni di partenza molto più
arretrate dell’esistenza di un partito organizzato, per quanto piccolo,
che però non esiste più.
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