domenica 29 dicembre 2013

Rifondazione: che fare? di Aldo Giannuli (dalla sua pagina personale)

Diversi interventori mi hanno posto la domanda: e adesso cosa proponi di fare? Non basta criticare ecc. Risposta: “Dipende: stiamo parlando di Rifondazione o di altro?” Per Rifondazione la risposta è molto semplice: niente. Non c’è più niente da fare. 

Forse non avete letto l’ultimo rigo del mio articolo precedente che si autodefiniva “referto di una autopsia” e di fronte ad una autopsia voi cosa pensate che si possa fare? Il fatto è che i residui militanti di Rifondazione si illudono di poter fare finta di niente, in attesa di qualche imprevedibile zattera di salvataggio, consolandosi con il dire: “Siamo ancora in trentamila…” Certo, ci sono (forse) ancora trentamila iscritti e quando ce ne saranno diecimila si potrà sempre dire “siamo ancora in diecimila”, quando saranno mille “siamo ancora in mille ecc.”. Ma la domanda che ci si deve porre in questi casi è un’altra: “Abbiamo ancora la massa critica sufficiente per essere partito?”.
Dove, per partito intendiamo non una qualsiasi aggregazione che si chiami tale: nel 1970 ricordo che a Bari c’era il Partito Comunista Marxista Leninista Maoista che aveva tre sedi in tutta Italia e si e no 70 militanti, si sciolsero dopo pochi mesi, mentre ci sono gruppi bordighisti che hanno anche meno di 70 persone e vanno avanti da mezzo secolo e passa, ma né l’uno né gli altri mi pare che possano essere considerati partiti.
Per partito, nelle condizioni storicamente date, intendiamo un soggetto organizzato nazionale in grado di competere sul terreno della rappresentanza istituzionale. Non dico che non ci siano altri modi di fare politica (l’azione rivendicativa, le lotte sociali, l’iniziativa culturale, il volontariato, ecc, ecc.) ma per questo ci sono altri soggetti (sindacati, collettivi di base, centri di iniziativa culturale, movimenti ecc.) non c’è bisogno di essere partito.
In altre condizioni storiche potremmo pensare che il ruolo del partito possa essere quello di agire nella clandestinità o dirigere una insurrezione popolare, ma non mi pare che siano queste le condizioni attuali della lotta politica. In questo contesto, quello che distingue un partito dalle altre forme di partecipazione politica è proprio la sua proiezione istituzionale. Punto. Tutto il resto sono chiacchiere per perdere tempo. Ed allora, dobbiamo chiederci se Rifondazione sia in condizione di tornare a competere elettoralmente.
Consideriamo i dati con freddezza: Alle politiche Rivoluzione Civile (Rifondazione, Pdci, Idv, gruppo Ingroia, Verdi, Arancioni, nuovo Partito d’Azione e gruppi minori) prese 765.000 voti. E’ realistico pensare che Rifondazione ne fosse il gruppo principale, ma è altrettanto realistico che il suo peso non andasse oltre il 50% del totale, per cui diciamo che la forza elettorale presumibile del Prc si aggiri intorno ai 350.000 voti. Però c’è anche da considerare che c’è stata una sconfitta che ha tolto credibilità, per cui è abbastanza logico che solo una parte di quegli elettori tornerebbe a votare per una lista sconfitta in partenza.
Con una quota intorno ai 300.000 voti (calcolando ottimisticamente) il Prc ha speranza di ottenere da sola una rappresentanza parlamentare solo se passa una legge elettorale proporzionale, senza clausole di sbarramento e con collegio unico nazionale. Non mi pare che questo sia probabile.
Allora, si può pensare ad una aggregazione con altri, l’ennesima coalizione arcobaleno o simili. E con chi? Rossa è solo un pezzo della stessa area che non mi pare aggiunga nulla, mentre Alba e Cambiare si Può non so se esistano ancora e comunque non credo abbiano seguiti elettorali significativi.
Restano Sel, Fiom, comitati per la Costituzione ecc. A marzo avevo suggerito in un articolo la confluenza in Sel (cosa salutata dalle proteste di chi non intendeva mescolarsi con “gli alleati del Pd”) e parlavo di confluenza perché mi pare che Nichi abbia detto, in tutte le lingue ed anche cantando, che di accordi con Rifondazione in quanto tale non vuol sentir parlare. Peraltro mi pare che oggi anche Sel sia nei guai, avviandosi ad un congresso difficile, fra chi vuole andare nel Pd e chi vuole “aprire a sinistra”, mentre Vendola ha altri grattacapi da affrontare.
Ipotizziamo pure che una parte di Sel, qualche fuoriuscito del M5s, la Fiom, Pdci ed altri pezzi del genere ci stiano, alla fine verrebbe fuori qualcosa di non molto diverso da quello che era Sinistra Arcobaleno di venerata memoria. E non credo che l’eventuale candidatura in Italia di Tsipras (di cui pure si sta parlando) cambi molto le cose: chi lo conosce già vota per queste liste.
Alle europee, magari una lista del genere potrebbe prendere realisticamente fra il 2 ed il 3%, forse addirittura sfiorare il 4%, anche se mi pare un po’ troppo ottimistico come dato. Ma in caso di elezioni politiche che si fa? Ragionando sulla legge elettorale esistente, occorre prendere il 4% da soli o il 2% in coalizione, per cui si riproporrebbe il problema di allearsi con il Pd o no: quanto durerebbe una coalizione elettorale del genere senza spaccarsi di fronte a questa scelta? Tenendo anche conto che questo è il Pd di Renzi che, magari, non ha neppure voglia di allearsi con cose troppo rosse.
Dunque, anche questa ipotesi, che è la più favorevole, mi sembra di ardua riuscita e di più ardua realizzazione. Diciamo che, allo stato dei fatti, c’è si e no un 10% di probabilità che la cosa vada in porto felicemente e riporti in parlamento tre o quattro deputati di Rifondazione (che, manco a dirlo, sarebbero i soliti tre o quattro scalda sedia che non sanno fare nulla. Questo riporterebbe un po’ di soldi con cui garantire la vita del partito e dargli un minimo di visibilità: non è molto, ma garantirebbe una stabilizzazione minoritaria in attesa della meritata pensione.
Terza ipotesi possibile: candidare propri uomini all’interno delle liste del Pd o del M5s (sempre che gli interessati li accettino) e cercare di eleggerne qualcuno. Anche qui, probabilità bassissime di realizzazione ed esito utile solo a garantire la pensione di qualche dirigente e poco più.
Dunque, tirando le somme, allo stato attuale, la scelta più favorevole è la seconda, che ha un 10% di probabilità di riuscita e che non garantisce niente di più che la mera sopravvivenza di un apparato ai margini del sistema politico: ipotesi difficile e, tutto sommato, neppure auspicabile.
“Ma ci sono sempre trentamila iscritti…” già, ma i trentamila (posto che esistano davvero) sono divisi, demoralizzati, hanno scarsissimi mezzi finanziari e poche idee ben confuse. D’altra parte, cari amici, molti di voi, e soprattutto quelli che mi criticano perché non dico cosa si dovrebbe fare, mi spiegano che l’insuccesso non è colpa di questo gruppo dirigente, perché ci sono state le trasformazioni socio economiche e culturali, l’elettorato vota uomini come Berlusconi, poi c’è la responsabilità di quelli che escono dal partito (di comicità irraggiungibile un commento in questo senso), i soldi che mancano, i media che discriminano e via con il solito rosario di scuse autoconsolatorie. Va bene, ammettiamo che tutto questo sia vero e che le condizioni oggettive siano state proibitive, allora: mi spiegate cosa è cambiato? Mi pare che le condizioni oggettive, se possibile, sono peggiorate, quindi perché questa volta dovrebbe andare meglio?
Ergo: per Rifondazione non c’è più niente da fare ed ormai siamo anche oltre l’accanimento terapeutico. Allora che si fa, tutti a casa? Nemmeno per sogno, resta il problema di costruire una soggettività anticapitalistica al livello dello scontro e che abbia consenso di massa e presenza nelle istituzioni. Ma la strada passa tutta fuori di Rifondazione.
E ne riparleremo a breve. Appunto, ne parliamo dopo, prima dobbiamo stabilire con certezza un dato di partenza: che Rifondazione ha fatto fallimento e non è possibile sorvolare. Bisogna ricominciare da condizioni di partenza molto più arretrate dell’esistenza di un partito organizzato, per quanto piccolo, che però non esiste più.

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