Il concetto di “classe” deve tornare a essere discriminante
e determinante, proprio al riguardo della definizione dei rapporti sociali.
La cosiddetta “Rivolta dei Forconi” ha indotto Ilvo Diamanti
a sviluppare un’articolata ricerca condensata in un lungo articolo apparso
oggi, Lunedì 23 Dicembre sulle colonne di “Repubblica”.
Diamanti dopo aver osservato come il termine stesso “Forconi”
richiama una “rappresentazione” unificante che evoca la rabbia popolare, contro
il potere, riassume il suo ragionamento sostenendo che, al di là della
limitatezza, questa protesta ha segnato un punto critico per la democrazia
italiana.
Questo perché ha rivelato, in modo aperto, quanto sia
profondo in Italia il deficit della rappresentanza.
In conclusione si rileva: “L’assenza di canali e soggetti
capaci di rappresentare e di organizzare le domande e i problemi della società,
dei territori e delle persone. In mezzo ad una società dissociata e anomica,
popolata da individui mobilitati soltanto dalla sfiducia. Così, non resta che
gridare, inveire e insultare. Per sfogare la nostra rabbia, la nostra
frustrazione. Non contro il potere, ma contro chi lo dovrebbe esercitare. E
contro noi stessi. Il Paese dei forconi è un paese impotente.”
Temi e analisi sui quali, a sinistra, molto ci siamo
esercitati in questi anni sia dal punto di vista delle dinamiche sociali,
politiche e degli stessi meccanismi di rappresentanza istituzionale
(maggioritario, proporzionale, ruolo delle Assemblee elettive, ad esempio).
Soprattutto la nostra attenzione si è rivolta verso la crisi
dei corpi intermedi, l’incapacità da parte di essi a svolgere funzione di
sintesi nella protesta e nella proposta e di portare nell’arena politica
organizzazione, collegamento sociale, forza della strutturazione e della
rappresentanza politica.
Ha prevalso l’ideologia dell’indiscriminatezza sociale che,
via, via, si tramutava nella politica attraverso soggetti indistinti, tenuti
assieme dalla personalizzazione e dalla ricerca della governabilità usata ai
fini di distribuire, attraverso il criterio di fedeltà, “incentivi selettivi”
atti a costruire un “ceto politico” completamente autoreferenziale.
Tutto questo è avvenuto a sinistra con esiti ben più
disastrosi rispetto a ciò che è accaduto a destra perché, dal nostro versante,
si sono smarriti completamente i fattori decisivi dell’identità e dell’aggregazione
politica.
Il resto lo ha fatto la ferocia della gestione capitalistica
delle crisi, attraverso la quale, i fenomeni di segmentazione, frantumazione,
corporativismo di vecchio e nuovo conio si sono imposti provocando una nuova
egemonia che si può ben definire reazionaria: su questa visione ideologica
della società imposta dall’avversario non si è soltanto colpito le condizioni
materiali di vita di milioni di persone ma si sono ristrette e ulteriormente si
restringeranno i margini di agibilità politica, a partire dal tema della
rappresentanza affrontato anche, sicuramente in forma generica, da Diamanti
nell’inchiesta appena citata.
Da più parti si è cercato di reclamare un’inversione di
tendenza puntando alla costruzione di una nuova soggettività politica in grado
di porsi sul terreno di una rappresentanza alternativa, a partire dall’acquisizione
della consapevolezza della necessità di intrecciare opposizione sociale a
opposizione politica.
Al punto in cui sono arrivate le cose, però, è necessario
riflettere sulla necessità di avviare una grande operazione culturale, del
tutto propedeutica alla costruzione di questa nuova soggettività, che andrebbe
collocata su di un terreno definibile della “riconoscibilità di classe”.
Il concetto di “classe” deve tornare a essere discriminante
e determinante, proprio al riguardo della definizione dei rapporti sociali.
Ciò è tanto più importante adesso quando appaiono in atto
sommovimenti tali da portare a una pauperizzazione di settori che, fino a
qualche tempo fa potevano essere considerati “intermedi”.
Non è possibile, però, costruire con essi il tanto agognato “nuovo
blocco sociale”.
Il “nuovo blocco sociale” potrà essere costruito e agito all’interno
dello scontro politico soltanto in stretta connessione con la crescita di una
soggettività politica che, ancora una volta e nella difficoltà dell’intreccio
tra le contraddizioni materialiste e post-materialiste, riconosca la mera
esistenza e rappresentanza degli interessi della “classe in sé”.
Occorre ricostruire una chiara consapevolezza di tali
interessi e della loro portata generale che può derivare soltanto dal
riconoscimento della coscienza di classe: “dalla classe in sé” alla “classe per
sé”.
Tutto questo, naturalmente, da recuperare dall’oblio e da
non esercitare in astratto, ma affrontando anche il tema delle forme politiche
in relazione alla complessità sociale e alle articolazioni poste sul piano
della rappresentanza che oggettivamente ne derivano.
Sembrano questi temi antichi, che l’ideologia dominante ci
aveva imposto di considerare superati: eppure mai la loro attualità è stata
bruciante come in questi tempi difficili.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie