Pubblichiamo di seguito l'intervento di Andrea Ricci alla assemblea di Ross@ svoltasi il 14 dicembre
Delle proposte di tesi, illustrate nella relazione di Cremaschi, che condivido
integralmente, vorrei affrontare un tema che mi pare centrale nella definizione
della nostra identità, il tema della rivoluzione.
E vorrei affrontarlo non dal punto di vista teorico, ma da quello politico.
E' possibile che il tema della rivoluzione torni ad essere oggi, qui, in Italia,
dopo una parentesi quasi secolare, un tema di ordine politico e non solo
teorico?
Nel corso degli ultimi mesi la crisi italiana ha assunto i connotati di una vera e
propria crisi organica.
Gli effetti del crollo economico e del disagio sociale, accoppiati a una
permanente crisi politica e istituzionale, hanno quasi del tutto eroso i
meccanismi di legittimazione dell’ordine costituito.
Il segnale più evidente di questa evoluzione è rappresentato dalla perdita di
influenza dei corpi sociali intermedi, quelli che costituiscono l’ossatura della
società civile, che rendono la società civile “spessa”, complessa e articolata.
In situazioni normali, i corpi intermedi agiscono come mediatori tra le istanze
conflittuali degli individui e delle classi e il potere dello Stato e contribuiscono
così alla riproduzione dell’ordine sociale.
In periodi di crisi organica questa funzione diventa sempre più flebile fino a
scomparire e gli individui, i gruppi e le classi sociali vengono a trovarsi, nelle
loro lotte, direttamente, faccia a faccia, con il potere e i suoi apparati.
In questa prospettiva, pur nella loro grande diversità, è possibile vedere un
denominatore comune tra le manifestazioni del 18 e 19 ottobre e il cosiddetto
movimento dei forconi.
L’analisi di questi due eventi non può limitarsi a una lettura sociologica o
peggio impressionistica sulla composizione sociale dei soggetti coinvolti.
Nel mezzo del conflitto la lettura non può che essere politica, deve cioè
tendere alla produzione di senso, deve essere guida per l’azione.
Il problema non è dunque quello se stare o non stare dentro queste lotte ma
è quello di come intervenire su di esse.
Come impedire che questi movimenti, in gran parte ancora informi,
assumano una natura apertamente reazionaria e divengano massa di
manovra di gruppi politici a noi ostili o peggio nemici?
Come consolidare e allargare gli orizzonti di questi movimenti verso un
progetto di trasformazione politica e sociale?
Questo è il problema che abbiamo davanti, il problema del che fare, e non
quello di decretare benedizioni o scomuniche.
In entrambi i movimenti, quello di ottobre e quello di dicembre, il rifiuto delle
forme tradizionali di rappresentanza è costitutivo della loro identità e si
esprime fin nei modi e nei simboli della propria autorappresentazione.
Non solo i partiti politici, ma i sindacati tradizionali, le associazioni di
categoria e tutto il vasto mondo dell’associazionismo istituzionalizzato sono
rifiutati in blocco e considerati come ostacoli, anche rispetto a rivendicazioni
puramente corporative.
E, cosa ancor più significativa, questo palese rifiuto non produce l’isolamento
dei manifestanti, al contrario esso è determinante nella creazione di una larga
rete di simpatia nel corpo profondo del Paese.
La storia ci insegna che una situazione di crisi organica alimenta il caos e la
disgregazione sociale.
Il suo protrarsi indefinito prepara il terreno a un colpo autoritario, ispirato dalle
classi dominanti per preservare il proprio dominio, anche se ad oggi in Italia
non se ne intravede ancora la possibile forma.
La crisi organica può evolvere però anche verso altri sbocchi, può cioè aprire
prospettive rivoluzionarie.
Ma ciò soltanto se, nel corso del suo sviluppo, nascono nuove forme
legittimate di rappresentanza sociale e politica, al di fuori del vecchio e
morente circuito istituzionale.
La nascita di strutture di contropotere, riconosciute nella coscienza di
massa come legittimi luoghi di decisione, genera quel dualismo di poteri che
rappresenta il requisito necessario di ogni processo realmente rivoluzionario.
Nella situazione attuale in Italia queste strutture di contropotere non esistono
neanche in embrione, di esse non se ne vede neppure l’ombra.
So bene che non possono nascere da un’idea astratta, a tavolino.
Tuttavia penso che sia verso questo obiettivo che deve essere diretta la
nostra iniziativa.
E' in questo modo che oggi possiamo praticare politicamente il tema della
rivoluzione.
Il primo passo in questa direzione potrebbe essere rappresentato dalla
costruzione di strutture stabili di comunicazione e di coordinamento dei
variegati movimenti di lotta a livello territoriale, come luoghi di pratica del
conflitto e non come sedi di discussione e di confronto generale.
L’unico filo che può tenere insieme nella fase iniziale questi movimenti così
diversi tra loro, è quello della riappropriazione diretta delle decisioni sulla vita
collettiva di un territorio, di una comunità, di una fabbrica, di una scuola, per
poi porsi il problema della riappropriazione democratica dei destini dell’intero
Paese.
Oggi queste decisioni sono espropriate dalla dittatura monetaria e finanziaria
imposta dall’UE e attuata dalle classi dirigenti compradoras italiane.
Rottura dell’UE e della sua moneta, l’euro, e nuove forme di controllo
democratico e di garanzia universale delle condizioni di vita, sono oggi i due
pilastri di un possibile progetto di trasformazione che operi per unificare i
conflitti.
L’esperienza della Val di Susa, per quanto eccentrica e particolare nella sua
specificità, può indicarci la strada da percorrere.
Parallelamente a questo terreno di azione, il nostro compito imprescindibile è
quello di costruire quel “Noi” che ho finora utilizzato.
Il noi di cui parlo è quello della sinistra anticapitalista e rivoluzionaria.
Mai come oggi, si è avvertita la necessità di un soggetto politico organizzato
che possa influire sul corso degli eventi.
Mai come oggi questo soggetto è apparso così lontano dall’apparire.
E se le cose stanno così, la colpa è solo nostra, di tutti noi, militanti della
sinistra rivoluzionaria.
Paradossale è la vicenda del Congresso del PRC.
Proprio in una fase di marasma politico e sociale, dove ogni giorno richiede
prontezza di analisi e di intervento politico, RC decide di fatto di sospendere
la propria attività per oltre un mese perché non riesce ad eleggere i suoi
gruppi dirigenti.
Questa assurda paralisi non è solo il frutto della volontà di autoconservazione
dei vecchi gruppi dirigenti.
Questa paralisi deriva dal fatto che ormai RC non è altro che un vuoto
contenitore di culture e volontà politiche che non hanno più nulla in comune
tra loro.
La rottura di questa gabbia, che imprigiona e neutralizza tante forze vive, non
avverrà dall’interno di RC.
E lo stesso vale per la miriade di gruppi politici che popolano il nostro campo.
Praticare insieme lo spirito di scissione e lo spirito di unità: è questo un
vecchio insegnamento che torna oggi ad assumere tutta la sua verità.
Soltanto la costruzione di un soggetto politico nuovo della sinistra
anticapitalista, con una vocazione unitaria e di massa, ma radicale negli
obiettivi e nelle forme democratiche, può liberare e riaggregare le energie
oggi perse o disperse.
La funzione di Ross@ è quella di essere il lievito di questo soggetto nuovo.
Alla coerenza del progetto e dell’azione politica dobbiamo accompagnare
una cura particolare alle forme del nostro agire, all’organizzazione e alla
comunicazione, superando senza remore i limiti e i ritardi di questi mesi.
Ross@ deve allargarsi e aprirsi oltre l’indispensabile nucleo dei soggetti
promotori, deve coinvolgere forze nuove, sempre rispettando il principio
dell’adesione individuale.
E’ arrivato il momento di sciogliere le vele e navigare in mare aperto. Perché
è meglio affondare nel pieno della burrasca che imputridire in un piccolo
porticciolo.
Delle proposte di tesi, illustrate nella relazione di Cremaschi, che condivido
integralmente, vorrei affrontare un tema che mi pare centrale nella definizione
della nostra identità, il tema della rivoluzione.
E vorrei affrontarlo non dal punto di vista teorico, ma da quello politico.
E' possibile che il tema della rivoluzione torni ad essere oggi, qui, in Italia,
dopo una parentesi quasi secolare, un tema di ordine politico e non solo
teorico?
Nel corso degli ultimi mesi la crisi italiana ha assunto i connotati di una vera e
propria crisi organica.
Gli effetti del crollo economico e del disagio sociale, accoppiati a una
permanente crisi politica e istituzionale, hanno quasi del tutto eroso i
meccanismi di legittimazione dell’ordine costituito.
Il segnale più evidente di questa evoluzione è rappresentato dalla perdita di
influenza dei corpi sociali intermedi, quelli che costituiscono l’ossatura della
società civile, che rendono la società civile “spessa”, complessa e articolata.
In situazioni normali, i corpi intermedi agiscono come mediatori tra le istanze
conflittuali degli individui e delle classi e il potere dello Stato e contribuiscono
così alla riproduzione dell’ordine sociale.
In periodi di crisi organica questa funzione diventa sempre più flebile fino a
scomparire e gli individui, i gruppi e le classi sociali vengono a trovarsi, nelle
loro lotte, direttamente, faccia a faccia, con il potere e i suoi apparati.
In questa prospettiva, pur nella loro grande diversità, è possibile vedere un
denominatore comune tra le manifestazioni del 18 e 19 ottobre e il cosiddetto
movimento dei forconi.
L’analisi di questi due eventi non può limitarsi a una lettura sociologica o
peggio impressionistica sulla composizione sociale dei soggetti coinvolti.
Nel mezzo del conflitto la lettura non può che essere politica, deve cioè
tendere alla produzione di senso, deve essere guida per l’azione.
Il problema non è dunque quello se stare o non stare dentro queste lotte ma
è quello di come intervenire su di esse.
Come impedire che questi movimenti, in gran parte ancora informi,
assumano una natura apertamente reazionaria e divengano massa di
manovra di gruppi politici a noi ostili o peggio nemici?
Come consolidare e allargare gli orizzonti di questi movimenti verso un
progetto di trasformazione politica e sociale?
Questo è il problema che abbiamo davanti, il problema del che fare, e non
quello di decretare benedizioni o scomuniche.
In entrambi i movimenti, quello di ottobre e quello di dicembre, il rifiuto delle
forme tradizionali di rappresentanza è costitutivo della loro identità e si
esprime fin nei modi e nei simboli della propria autorappresentazione.
Non solo i partiti politici, ma i sindacati tradizionali, le associazioni di
categoria e tutto il vasto mondo dell’associazionismo istituzionalizzato sono
rifiutati in blocco e considerati come ostacoli, anche rispetto a rivendicazioni
puramente corporative.
E, cosa ancor più significativa, questo palese rifiuto non produce l’isolamento
dei manifestanti, al contrario esso è determinante nella creazione di una larga
rete di simpatia nel corpo profondo del Paese.
La storia ci insegna che una situazione di crisi organica alimenta il caos e la
disgregazione sociale.
Il suo protrarsi indefinito prepara il terreno a un colpo autoritario, ispirato dalle
classi dominanti per preservare il proprio dominio, anche se ad oggi in Italia
non se ne intravede ancora la possibile forma.
La crisi organica può evolvere però anche verso altri sbocchi, può cioè aprire
prospettive rivoluzionarie.
Ma ciò soltanto se, nel corso del suo sviluppo, nascono nuove forme
legittimate di rappresentanza sociale e politica, al di fuori del vecchio e
morente circuito istituzionale.
La nascita di strutture di contropotere, riconosciute nella coscienza di
massa come legittimi luoghi di decisione, genera quel dualismo di poteri che
rappresenta il requisito necessario di ogni processo realmente rivoluzionario.
Nella situazione attuale in Italia queste strutture di contropotere non esistono
neanche in embrione, di esse non se ne vede neppure l’ombra.
So bene che non possono nascere da un’idea astratta, a tavolino.
Tuttavia penso che sia verso questo obiettivo che deve essere diretta la
nostra iniziativa.
E' in questo modo che oggi possiamo praticare politicamente il tema della
rivoluzione.
Il primo passo in questa direzione potrebbe essere rappresentato dalla
costruzione di strutture stabili di comunicazione e di coordinamento dei
variegati movimenti di lotta a livello territoriale, come luoghi di pratica del
conflitto e non come sedi di discussione e di confronto generale.
L’unico filo che può tenere insieme nella fase iniziale questi movimenti così
diversi tra loro, è quello della riappropriazione diretta delle decisioni sulla vita
collettiva di un territorio, di una comunità, di una fabbrica, di una scuola, per
poi porsi il problema della riappropriazione democratica dei destini dell’intero
Paese.
Oggi queste decisioni sono espropriate dalla dittatura monetaria e finanziaria
imposta dall’UE e attuata dalle classi dirigenti compradoras italiane.
Rottura dell’UE e della sua moneta, l’euro, e nuove forme di controllo
democratico e di garanzia universale delle condizioni di vita, sono oggi i due
pilastri di un possibile progetto di trasformazione che operi per unificare i
conflitti.
L’esperienza della Val di Susa, per quanto eccentrica e particolare nella sua
specificità, può indicarci la strada da percorrere.
Parallelamente a questo terreno di azione, il nostro compito imprescindibile è
quello di costruire quel “Noi” che ho finora utilizzato.
Il noi di cui parlo è quello della sinistra anticapitalista e rivoluzionaria.
Mai come oggi, si è avvertita la necessità di un soggetto politico organizzato
che possa influire sul corso degli eventi.
Mai come oggi questo soggetto è apparso così lontano dall’apparire.
E se le cose stanno così, la colpa è solo nostra, di tutti noi, militanti della
sinistra rivoluzionaria.
Paradossale è la vicenda del Congresso del PRC.
Proprio in una fase di marasma politico e sociale, dove ogni giorno richiede
prontezza di analisi e di intervento politico, RC decide di fatto di sospendere
la propria attività per oltre un mese perché non riesce ad eleggere i suoi
gruppi dirigenti.
Questa assurda paralisi non è solo il frutto della volontà di autoconservazione
dei vecchi gruppi dirigenti.
Questa paralisi deriva dal fatto che ormai RC non è altro che un vuoto
contenitore di culture e volontà politiche che non hanno più nulla in comune
tra loro.
La rottura di questa gabbia, che imprigiona e neutralizza tante forze vive, non
avverrà dall’interno di RC.
E lo stesso vale per la miriade di gruppi politici che popolano il nostro campo.
Praticare insieme lo spirito di scissione e lo spirito di unità: è questo un
vecchio insegnamento che torna oggi ad assumere tutta la sua verità.
Soltanto la costruzione di un soggetto politico nuovo della sinistra
anticapitalista, con una vocazione unitaria e di massa, ma radicale negli
obiettivi e nelle forme democratiche, può liberare e riaggregare le energie
oggi perse o disperse.
La funzione di Ross@ è quella di essere il lievito di questo soggetto nuovo.
Alla coerenza del progetto e dell’azione politica dobbiamo accompagnare
una cura particolare alle forme del nostro agire, all’organizzazione e alla
comunicazione, superando senza remore i limiti e i ritardi di questi mesi.
Ross@ deve allargarsi e aprirsi oltre l’indispensabile nucleo dei soggetti
promotori, deve coinvolgere forze nuove, sempre rispettando il principio
dell’adesione individuale.
E’ arrivato il momento di sciogliere le vele e navigare in mare aperto. Perché
è meglio affondare nel pieno della burrasca che imputridire in un piccolo
porticciolo.
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