Battiamoci per la Repubblica del “Parlamento come specchio
del Paese” e non per la torbida “Rinascita democratica” della P2 di Licio
Gelli.
QUESTO INTERVENTO SI
INSERISCE, COME QUELLI PRECEDENTI RIGUARDANTI LA RICOSTRUZIONE NEGLI ANNI DEL
DOPOGUERRA E LA SCELTA DEL SISTEMA ELETTORALE PROPORZIONALE COMPIUTA
DALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE, NEL QUADRO DI UNA INIZIATIVA POLITICA DI
GRANDISSIMA ATTUALITA’ ATTRAVERSO LA QUALE SI INTENDE COSTRUIRE UNA FORTE
OPPOSIZIONE AL DILAGANTE PRINCIPIO DELLA COSIDDETTA “ROTTAMAZIONE”, RECLAMANDO
INVECE DI RITORNARE AI VALORI FONDATIVI DELLA REPUBBLICA NATA DALLA RESISTENZA
La Costituzione
democratica e la trasformazione dello Stato
La Costituzione Repubblicana è stata scritta, com’è noto,
mentre andava rompendosi la solidarietà antifascista e i conflitti crescevano
d’intensità su tutti i terreni, schierando le forze politiche e sociali in due
campi contrapposti sul piano nazionale e internazionale.
In quel frangente storico dai tratti davvero drammatici,
all’indomani di una delle più grandi tragedie della storia, le forze politiche
rappresentative della società italiana presenti nell’Assemblea Costituente
scelsero la strada di ricercare un intento comune definendo l’obiettivo del
rinnovamento dello Stato, in linea con l’esito elettorale del 2 giugno 1946, allorché
cittadine (ammesse per la prima volta al voto) e cittadini avevano scelto la
Repubblica.
Il dato di novità più importante, registratosi subito
all’avvio del lavoro nuovo consesso ed espressosi anche nella composizione stessa
della Commissione dei 75 incaricati di redigere materialmente il nuovo testo
costituzionale che avrebbe sostituito lo Statuto Albertino, fu rappresentato
dal ruolo dei partiti che si presentavano subito come protagonisti di una scena
politica profondamente trasformata rispetto al passato.
Nella dialettica tra continuità e mutamento che ha segnato
gli anni della formazione dell’Italia Democratica, la Costituzione repubblicana
ha rappresentato un elemento essenziale attorno al quale si raccolsero gli altri
due momenti fondanti del nuovo periodo della storia italiana: la lotta di
resistenza antifascista e la battaglia per la repubblica.
La Carta Costituzionale, è bene precisarlo subito, è stata
anzitutto il risultato politico dell’intesa tra i tre grandi partiti di massa,
la DC, il Pci e il Psi, che su questo terreno riuscirono a intendersi meglio e
procedere in un accordo ben maggiore di quanto non fosse riuscito loro a
livello di governo e di confronto politico e ideologico.
Il punto d’incontro fu rappresentato, ed è bene rilevarlo
proprio in quest’occasione, dalla concordanza sui principi fondamentali dello
Stato repubblicano, ben più articolati e innovativi di quelli posti a
fondamento dello Stato liberale.
Lo stato liberale era espressione di una società semplice,
non ancora distinta per interessi e partiti organizzati, rappresentata da un
ceto politico omogeneo di estrazione largamente proprietaria – borghese: ecco,
al di là del proprietario – borghese, ma sotto l’aspetto di un “ceto politico
omogeneo” questo è il punto di arretramento al quale intendono portarci adesso
i fautori della personalizzazione (primarie e collegi uninominali,
presidenzialismo) e della governabilità, cosi ben espressa dalla triade
post-ideologica ma intimamente governista Letta-Renzi-Alfano.
Torniamo però al modello di Costituzione scaturita
dall’accordo tra i partiti di massa, nell’intento di superare – appunto – la
concezione dello Stato liberale, inteso come Stato di diritto e, quindi nella
sostanza, come “Stato – amministrativo”, nell’avversione verso il principio
politico di segno democratico della sovranità popolare (anche in questo le
analogie con l’oggi sono fin troppo evidenti, con le elezioni intese soltanto
per far sapere “la sera stessa, chi avrà il compito di governare” senza nessun
rispetto – appunto – per la dialettica democratica).
Nella Costituzione repubblicana del ’48 si era affermata,
invece, la funzione centrale dei partiti politici, come strumento per
l’esercizio della sovranità del popolo, e non più solo dello Stato come
amministratore.
La centralità costituzionale dei partiti ha significato, in
sostanza, la scelta della Repubblica parlamentare, la centralità dei consessi
elettivi, la limitazione del ruolo del governo, il rifiuto del
presidenzialismo: tutti elementi che debbono essere ancora difesi oggi dai
sinceri democratici avverso una sorta di Costituzione materiale che, a partire
dalla modifica della legge elettorale in senso maggioritario avvenuta nel 1993
e l’esasperazione del concetto di personalizzazione della politica è venuta,
via, via affermandosi portando con sé, oggi come oggi, il negativo approccio
verso una trasformazione nel senso di una sostanziale riduzione nei margini di
agibilità democratica, in nome del primato del liberismo economico, del taglio di un presunto eccesso di domanda
sociale, di sostanziale riduzione nel rapporto tra politica e società , di
affermazione di una “autonomia del politico” fondata su di una separatezza
basata su veri e propri privilegi di casta.
Al momento della costruzione della Costituzione Repubblicana
si verificò il passaggio dallo Stato liberale – borghese (quello cui oggi si
tende a voler definitivamente tornare), che non interveniva nella direzione
dell’economia e nella regolazione della società e stentava a riconoscere
l’organizzazione dei partiti, allo Stato pluriclasse, allo Stato sociale che
trovava un momento di realizzazione per quanto parziale proprio nella tutela
costituzionale assicurata ai diritti politici e sociali dei cittadini, visti
come persone dotate di autonomia di
fronte allo Stato e unite da vincoli di
socialità e solidarietà.
Il personalismo cristiano, tratto soprattutto da Mounier,
informava del resto largamente i costituenti democristiani e si era incontrato,
pur tra qualche incomprensione, con le posizioni dei partiti di sinistra tese
all’affermazione e alla garanzia dei diritti sociali, che ruotavano intorno
all’affermazione fondamentale sancita poi dal secondo comma dell’articolo 3
della Costituzione.
Su questo terreno dei principi fondamentali, del
riconoscimento costituzionale dei diritti sociali, della funzione centrale dei
partiti nella democrazia repubblicana si era determinata un sostanziale
convergenza tra i politici più autorevoli
dei partiti di massa da Dossetti a Togliatti, da Basso a Tupini, da
Terracini a Piccioni.
Questa intesa realizzata nei lavori della Costituente era
risultata sempre più difficile a esprimersi nel governo del Paese.
Le espressioni del solidarismo, nelle diverse accezioni
cristiana e marxista, rappresentarono il cemento più forte che contribuì a
saldare l’intesa costituzionale fra i
maggiori partiti e ne rappresentò la base comune per l’inserimento nel
testo della Carta fondamentale delle
norme a carattere programmatico e dei diritti sociali.
Ma l’accordo tra i partiti di massa, realizzato appunto sui
principi fondamentali e sulla centralità dei partiti nel nuovo sistema
democratico, si rivelò molto più faticoso da conseguire quando si trattò di
definire le forme di organizzazione dello Stato.
Calamandrei scrisse : “ il problema dell’organizzazione dei
poteri è quello delle forze che governano i meccanismi del potere non sono due
problemi distinti: sono tutt’uno e solo un approccio che li affronti assieme
appare storicamente corretto e utile”.
Questo approccio “corretto e utile” si affermò solo
parzialmente e fu alla base dei ritardi, dei difetti, della sostanziale
incompletezza nell’applicazione del dettato costituzionale, nel corso degli
anni di tutto il dopoguerra fino alla crisi della “infinita transizione” di
fine secolo che si protrae ancora oggi e che si minaccia di risolvere con una
“rottamazione” che nient’altro significherebbe se non un vero e proprio ritorno
all’indietro, a rapporti politici e sociali di stampo ottocentesco, sia pure
mascherati dalle esigenze dell’apparire imposte da novità tecnologiche
incentrate quasi esclusivamente sull’indirizzo del formare una “società
dell’immagine”.
La discussione alla Costituente sul tema dell’organizzazione
dello Stato era stata avviata nel Marzo del 1947, quando al governo c’era
ancora la coalizione tripartitica, e si concluse alla fine di quell’anno quando
appariva definito, dopo il Piano Marshall e il Cominform, un sistema mondiale
di tipo bipolare.
La Costituzione Italiana, promulgata il 1 Gennaio 1948, vide
la lice quando era già profondamente mutato il quadro politico e sociale su cui
era stata fondata.
Si verificò così il fenomeno cui si è già accennato
poc’anzi: lo Stato nuovo, che doveva nascere dall’attuazione di
quell’innovativo dettato costituzionale, fu bloccato dal prevalere dello
scontro politico e sociale tra le forze che si erano unite nel progetto di
costruire una democrazia sociale avanzata dentro un’adeguata cornice
istituzionale, che avrebbe dovuto segnare una rottura con il precedente ordinamento
statale.
Così non avvenne, se non parzialmente e rimase la necessità
di realizzare una effettiva corrispondenza tra le forme istituzionali del
potere e forze e rapporti sociali: corrispondenza dalla quale realizzare un
effettivo indirizzo politico.
Da quel varco sono passati, nel corso di questa lunga crisi
politica e morale, i fautori della cosiddetta “Costituzione materiale” i cui
termini negativi sono già stati ampiamente descritti e che oggi deve essere
seccamente respinta.
Dobbiamo riprendere, quale insegna di una battaglia
democratica, quanto i partiti della sinistra espressero in quella fase :
l’idea, cioè, di una repubblica fondata sulle Camere intese come suprema
espressione della volontà popolare e non certo su di un governo espressione di
“lobbies” più o meno occulte.
Battiamoci per la Repubblica del “Parlamento come specchio
del Paese” e non per la torbida “Rinascita democratica” della P2 di Licio
Gelli.
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