Smentisce molte delle tesi “facilmente” correnti l’analisi
che sviluppa Carlo Bordoni nella recensione del libro di Maurizio Franzini
“Diseguaglianze inaccettabili". L’immobilità economica in Italia”
(Laterza), apparsa oggi 8 Dicembre, sulle colonne della “Lettura” del Corriere
della Sera.
L’analisi riguarda il cosiddetto “capitale sociale” (dalla
definizione data nel fondamentale testo di Robert Putnam apparso nel 2008) per
indicare quell’insieme di legami personali, di conoscenze, di relazioni e
capacità di interagire che costituisce un bagaglio formidabile per farsi strada
nella vita e che, in senso, generale può rappresentare la struttura funzionale
della società.
Nasce da qui, dal concetto di “capitale sociale”, quella
sorta di mito della “società civile” da contrapporre alla “politica” al punto
da prevederne la sostituzione nelle stesse forme e modalità d’esercizio:
nascono da qui fenomeni giudicati moderni, populismi di nuovo conio, personalizzazione
esasperate, vacuità e genericità programmatiche, debolezza estrema del pensiero
politico.
Scrive Bordoni, recensendo – appunto – Franzini: “ Se oggi
si assiste a un’erosione del capitale sociale, è perché crollano i legami
forti, sorta di barriera difensiva dei rapporti interpersonali che offriva
stabilità e sicurezza. Lo dimostra il fatto che la famiglia, il luogo
privilegiato in cui sviluppare il capitale sociale primario, ha da tempo
delegato alle organizzazioni cosiddette “artificiali” (religiose, scolastiche,
sportive) il compito di supplire alle sue mancanze nell’educazione e nella
socializzazione”.
“Crollano i legami
forti”, proprio in questo risiede il “nocciolo duro” della crisi d’identità che
stiamo attraversando, perché è stato soltanto attraverso i legami forti
garantiti dall’esercizio della politica che si è formata non soltanto una
“barriera difensiva” (e questo è un punto di dissenso con l’analisi di Bordoni)
ma anche quella “mobilità sociale” che fornisce la ragione dell’esistenza della
democrazia, come hanno indicato nel tempo pensatori di diversa impronta da
Tocqueville a Stuart Mill a Pareto.
Un crollo che ci rimanda nelle braccia di Francis Fukuyama
che attesta “come le virtù sociali contribuiscono alla creazione della prosperità”.
E’ proprio la crisi, economica, di valori, d’immagine che la
politica sta attraversando che ci indica come le virtù sociali non siano
sufficienti: anzi abbandonate a se stesse, individualizzate, aprono la strada
come sta avvenendo alla reazione violenta che impone la negazione
dell’eguaglianza, l’impoverimento economico e culturale, l’atomizzazione
lasciandoci prigionieri del solo “individualismo competitivo”.
Quale risposta può essere ancora possibile, nella condizione
data?
Nella stessa pagina della “Lettura” Antonio Carioti giudica
“nostalgia” l’elaborazione di un altro autore, Michele Prospero autore del
testo “Il libro nero della società civile” (Editoria Internazionali Riuniti)
laddove si denuncia l’esistenza di una “ondata di regressione” e la
“strutturazione dell’agire politico”.
Il rimedio, in questo inutile e dannoso fronteggiamento
politica/società civile, che Prospero indica c’è il ritorno al partito
teorizzato da Gramsci. “ il moderno Principe come risposta alle illusioni della
personalizzazione del potere”. Insomma: l'intellettuale collettivo.
Su questo principio di fondo va respinta, prima di tutto,
l’accusa di nostalgia, anzi va riproposta per intero l’attualità de concetto
accompagnandolo con la riattualizzazione del punto teorico che discende
direttamente dall’idea del Partito come moderno principe: quello dell’egemonia.
Concetto di egemonia, da affermare proprio in una fase di
guerra di posizione, non solo come forza mista a consenso, ma come capacità di
individuare le forme che devono regolare i comportamenti delle diverse
soggettività politiche a partire dalla comprensione delle loro caratteristiche
morali e capacità progettuali.
Tutto questo può essere sviluppato e portato avanti
nell’agire politico soltanto ristabilendo i “legami forti” che soltanto
un’organizzazione collettiva, un partito strutturato, può produrre nella
contingenza storica e nell’avvenire per rompere il cerchio d ferro dello
sfruttamento operato dalla ferocia capitalistica e costruire l’orizzonte di una
nuova società.
Senza questa tensione di fondo, pur nelle difficoltà
dell’oggi e nella necessità di valutare ogni passo, saremo definitivamente
perduti.
Senza dimenticare che, da sempre, siamo nani sulle spalle
dei giganti.
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