Il Piano Prawer, il cui primo step è stato
approvato il 24 giugno dal Parlamento israeliano, è il nome con cui è
conosciuta la strategia che verrà utilizzata da israele per distruggere
più di 45 villaggi e confiscare circa di
850.000 dunam (1.000 m²) nel Naqab, dove vivono dai 30 ai 70 mila
beduini. Questi villaggi sono considerati illegali e, per tanto, non
riconosciuti sul piano politico e geografico. Il piano prevede inoltre
la dislocazione degli abitanti dai loro villaggi di origine in 7
“township”, città costruite ad hoc e risponde alla logica di concentrare
il massimo della popolazione Palestinese nel minimo di territorio e il
minimo della popolazione ebraica nel massimo del territorio
di Roberto Prinzi
Roma, 2 dicembre 2013, Nena News - Più di sessanta arresti, decine di feriti. Questo il bilancio della violenta repressione della polizia israeliana durante il terzo «Giorno di rabbia» proclamato dai palestinesi d'Israele per protestare contro il Piano Prawer. Approvato già in prima lettura alla Knesset, il Piano prevede la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti da Tel Aviv, l'espulsione e il trasferimento forzato di 70.000 beduini palestinesi in nuove "township", e la confisca di oltre 800.000 dunam di terre [un dunam corrisponde all'incirca a mille metri quadrati,ndr].
La protesta di sabato ha interessato l'intera Palestina storica, da Haifa passando per il "Triangolo" (area d'Israele abitata da palestinesi adiacente alla Linea Verde) arrivando anche in Cisgiordania e Gaza. Solidarietà è stata espressa anche da alcune città occidentali (Roma a Torino, da Istanbul a Parigi, Berlino, Stoccolma) e capitali arabe. Una protesta che ancora una volta ha riproposto con forza al centro del dibattito politico (e storico) quello che molti commentatori tendono a dimenticare: al di là della cittadinanza, dello status giuridico e del luogo di residenza il popolo palestinese è uno ed unito. Prima o poi anche i principali leader politici palestinesi, più interessati a difendere i loro privilegi che la terra occupata, dovranno capirlo.
Sessanta arresti ma che dovrebbero aumentare nelle ore in cui scriviamo. Si parla infatti di una retata della polizia israeliana nel villaggio di Hura nel Neghev e le prime notizie parlano di diversi fermati. Tel Aviv ha comunicato che chi ha compiuto violenze e ha causato danni materiali dovrà pagarli di tasca sua. Pugno duro dunque contro qualunque protesta degli «arabi». Lo avrà capito bene il dodicenne di Hura arrestato brutalmente dalla polizia durante la manifestazione di sabato. Il bambino è stato trascinato per terra per alcuni metri con una pistola puntata sopra la testa. A nulla sono valsi gli inviti alla calma del parlamentare Ahmad Tibi (Lista araba unita) presente durante quei terribili momenti.
La determinazione mostrata dai palestinesi si scontra con la posizione irremovibile del governo di Tel Aviv. Il premier Netanyahu, infatti, dopo aver lodato il lavoro svolto dalla polizia sabato, ha ribadito l'intenzione del governo di applicare il Piano Prawer «per un futuro migliore per tutti quelli che vivono nel Negev». Il primo ministro ha aggiunto poi minaccioso che «verrà tenuto conto di chi non rispetta la legge così che disordini del genere non potranno più avvenire».
Toni provocatori li ha usati anche il Ministro degli Esteri Lieberman che sul suo account personale di Facebook ha affermato che «niente è cambiato dai primi giorni dell'insediamento ebraico durante il Mandato britannico della Palestina. Noi combattiamo per le terre del popolo ebraico mentre c'è chi prova a prenderle con la forza». Il Ministro ha ribadito la contrarietà del suo partito Yisrael Beitenu al piano Prawer precisando di averlo accettato solo dopo che vari capi della comunità beduina avevano accettato il progetto. «Quello che è accaduto in realtà» - ha precisato Lieberman - «è stato il contrario e questo ci spaventa. I beduini sono interessati solo alle ricompense economiche e a ricevere territori alternativi».
Sebbene migliaia di cittadini siano scese nelle strade a protestare, la stampa israeliana ha coperto poco l'evento interessandosi soltanto delle violenze causate dagli «arabi». Proteste che hanno visto protagoniste ancora una volta (come nelle precedenti due occasioni) centinaia di donne. Le tante coraggiose donne e attiviste politiche che sfidano intrepide la polizia israeliana a cavallo ci restituiscono una immagine totalmente diversa dalla stereotipo disgustoso e orientalista delle donne musulmane come «velate» e «remissive» rinchiuse nelle case/harem e che necessitano dell'"aiuto" dell'Occidente per liberarsi.
Le proteste partecipate di sabato (che hanno avuto il loro centro ad Hura nel Naqab/Neghev), la compattezza dei partiti arabi della Knesset, l'unità dell'oltre milione di palestinesi con cittadinanza israeliana, hanno riportato alla mente di molti commentatori e attivisti i giorni di Ottobre del 2000. Era da poco scoppiata la seconda Intifada nei Territori Occupati palestinesi e il "settore arabo" d'Israele mostrò con unità la sua solidarietà ai "fratelli" impegnati a resistere alla durissima repressione di Tel Aviv. In quei giorni 13 manifestanti furono brutalmente uccisi dalla polizia israeliana durante le proteste che a macchia d'olio si estesero nella Galilea e nel Triangolo.
La protesta di sabato è stata l'atto finale di una settimana densa di eventi che hanno posto al centro dell'attenzione la lotta dei beduini del Neghev e «la nuova Nakba» in corso. Iniziative che erano partite martedì scorso quando decine di studenti palestinesi, insieme ad alcuni attivisti israeliani, avevano manifestato contro il Piano Prawer all'interno dell'università di Haifa nonostante le provocazioni dell'organizzazione israeliana di destra "Im Tirtzu" e dei divieti posti dall'università stessa a non sventolare la bandiera palestinese.
Solidarietà ai palestinesi continuata giovedì quando a Tel Aviv e a Giaffa era iniziato il primo festival internazionale dedicato alla Nakba e al ritorno dei rifugiati palestinesi. Un festival organizzato dall'associazione israeliana Zochrot che da anni lotta affinché la "catastrofe" palestinese (la distruzione di oltre 530 villaggi e l'espulsione di più di 750.000 palestinesi), diretta conseguenza dell'«Indipendenza» israeliana del 1948, possa essere resa nota agli israeliani. Un lavoro complesso quello di Zochrot osteggiato dalle autorità di Tel Aviv e che appare "rivoluzionario" anche all'interno della sinistra israeliana. Nel dibattito storico culturale, infatti, la maggior parte della sinistra locale ritiene che il 1967 (quando cioè Tel Aviv ha occupato militarmente la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, il Sinai ed il Golan siriano) sia stato l'anno in cui Israele ha perso la sua moralità (ritenendo pertanto giusto o inevitabile quanto accaduto ai palestinesi nel '48).
Un lavoro eccezionale quello di Zochrot in un paese che per esistere come "ebraico" deve necessariamente cancellare la storia della popolazione araba nativa. Ieri il quotidiano Ha'Aretz ha rivelato che Tel Aviv starebbe pensando di «bilanciare» la popolazione araba in Galilea insediandovi 100.000 ebrei attraverso la costruzione di nuovi villaggi o l'espansione delle cittadine già presenti. Il Piano Prawer con il trasferimento di 70.000 beduini palestinesi, la distruzione dei loro villaggi e la loro sostituzione con quelli per «solo ebrei» mostra chiaramente la continuità storica tra la "sinistra" laburista del '48 di Ben Gurion e l'estrema destra di oggi di Netanyahu. Non è una «nuova Nakba» ma è la sua drammatica continuazione.
Nena News : ARTICOLO:
di Roberto Prinzi
Roma, 2 dicembre 2013, Nena News - Più di sessanta arresti, decine di feriti. Questo il bilancio della violenta repressione della polizia israeliana durante il terzo «Giorno di rabbia» proclamato dai palestinesi d'Israele per protestare contro il Piano Prawer. Approvato già in prima lettura alla Knesset, il Piano prevede la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti da Tel Aviv, l'espulsione e il trasferimento forzato di 70.000 beduini palestinesi in nuove "township", e la confisca di oltre 800.000 dunam di terre [un dunam corrisponde all'incirca a mille metri quadrati,ndr].
La protesta di sabato ha interessato l'intera Palestina storica, da Haifa passando per il "Triangolo" (area d'Israele abitata da palestinesi adiacente alla Linea Verde) arrivando anche in Cisgiordania e Gaza. Solidarietà è stata espressa anche da alcune città occidentali (Roma a Torino, da Istanbul a Parigi, Berlino, Stoccolma) e capitali arabe. Una protesta che ancora una volta ha riproposto con forza al centro del dibattito politico (e storico) quello che molti commentatori tendono a dimenticare: al di là della cittadinanza, dello status giuridico e del luogo di residenza il popolo palestinese è uno ed unito. Prima o poi anche i principali leader politici palestinesi, più interessati a difendere i loro privilegi che la terra occupata, dovranno capirlo.
Sessanta arresti ma che dovrebbero aumentare nelle ore in cui scriviamo. Si parla infatti di una retata della polizia israeliana nel villaggio di Hura nel Neghev e le prime notizie parlano di diversi fermati. Tel Aviv ha comunicato che chi ha compiuto violenze e ha causato danni materiali dovrà pagarli di tasca sua. Pugno duro dunque contro qualunque protesta degli «arabi». Lo avrà capito bene il dodicenne di Hura arrestato brutalmente dalla polizia durante la manifestazione di sabato. Il bambino è stato trascinato per terra per alcuni metri con una pistola puntata sopra la testa. A nulla sono valsi gli inviti alla calma del parlamentare Ahmad Tibi (Lista araba unita) presente durante quei terribili momenti.
La determinazione mostrata dai palestinesi si scontra con la posizione irremovibile del governo di Tel Aviv. Il premier Netanyahu, infatti, dopo aver lodato il lavoro svolto dalla polizia sabato, ha ribadito l'intenzione del governo di applicare il Piano Prawer «per un futuro migliore per tutti quelli che vivono nel Negev». Il primo ministro ha aggiunto poi minaccioso che «verrà tenuto conto di chi non rispetta la legge così che disordini del genere non potranno più avvenire».
Toni provocatori li ha usati anche il Ministro degli Esteri Lieberman che sul suo account personale di Facebook ha affermato che «niente è cambiato dai primi giorni dell'insediamento ebraico durante il Mandato britannico della Palestina. Noi combattiamo per le terre del popolo ebraico mentre c'è chi prova a prenderle con la forza». Il Ministro ha ribadito la contrarietà del suo partito Yisrael Beitenu al piano Prawer precisando di averlo accettato solo dopo che vari capi della comunità beduina avevano accettato il progetto. «Quello che è accaduto in realtà» - ha precisato Lieberman - «è stato il contrario e questo ci spaventa. I beduini sono interessati solo alle ricompense economiche e a ricevere territori alternativi».
Sebbene migliaia di cittadini siano scese nelle strade a protestare, la stampa israeliana ha coperto poco l'evento interessandosi soltanto delle violenze causate dagli «arabi». Proteste che hanno visto protagoniste ancora una volta (come nelle precedenti due occasioni) centinaia di donne. Le tante coraggiose donne e attiviste politiche che sfidano intrepide la polizia israeliana a cavallo ci restituiscono una immagine totalmente diversa dalla stereotipo disgustoso e orientalista delle donne musulmane come «velate» e «remissive» rinchiuse nelle case/harem e che necessitano dell'"aiuto" dell'Occidente per liberarsi.
Le proteste partecipate di sabato (che hanno avuto il loro centro ad Hura nel Naqab/Neghev), la compattezza dei partiti arabi della Knesset, l'unità dell'oltre milione di palestinesi con cittadinanza israeliana, hanno riportato alla mente di molti commentatori e attivisti i giorni di Ottobre del 2000. Era da poco scoppiata la seconda Intifada nei Territori Occupati palestinesi e il "settore arabo" d'Israele mostrò con unità la sua solidarietà ai "fratelli" impegnati a resistere alla durissima repressione di Tel Aviv. In quei giorni 13 manifestanti furono brutalmente uccisi dalla polizia israeliana durante le proteste che a macchia d'olio si estesero nella Galilea e nel Triangolo.
La protesta di sabato è stata l'atto finale di una settimana densa di eventi che hanno posto al centro dell'attenzione la lotta dei beduini del Neghev e «la nuova Nakba» in corso. Iniziative che erano partite martedì scorso quando decine di studenti palestinesi, insieme ad alcuni attivisti israeliani, avevano manifestato contro il Piano Prawer all'interno dell'università di Haifa nonostante le provocazioni dell'organizzazione israeliana di destra "Im Tirtzu" e dei divieti posti dall'università stessa a non sventolare la bandiera palestinese.
Solidarietà ai palestinesi continuata giovedì quando a Tel Aviv e a Giaffa era iniziato il primo festival internazionale dedicato alla Nakba e al ritorno dei rifugiati palestinesi. Un festival organizzato dall'associazione israeliana Zochrot che da anni lotta affinché la "catastrofe" palestinese (la distruzione di oltre 530 villaggi e l'espulsione di più di 750.000 palestinesi), diretta conseguenza dell'«Indipendenza» israeliana del 1948, possa essere resa nota agli israeliani. Un lavoro complesso quello di Zochrot osteggiato dalle autorità di Tel Aviv e che appare "rivoluzionario" anche all'interno della sinistra israeliana. Nel dibattito storico culturale, infatti, la maggior parte della sinistra locale ritiene che il 1967 (quando cioè Tel Aviv ha occupato militarmente la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, il Sinai ed il Golan siriano) sia stato l'anno in cui Israele ha perso la sua moralità (ritenendo pertanto giusto o inevitabile quanto accaduto ai palestinesi nel '48).
Un lavoro eccezionale quello di Zochrot in un paese che per esistere come "ebraico" deve necessariamente cancellare la storia della popolazione araba nativa. Ieri il quotidiano Ha'Aretz ha rivelato che Tel Aviv starebbe pensando di «bilanciare» la popolazione araba in Galilea insediandovi 100.000 ebrei attraverso la costruzione di nuovi villaggi o l'espansione delle cittadine già presenti. Il Piano Prawer con il trasferimento di 70.000 beduini palestinesi, la distruzione dei loro villaggi e la loro sostituzione con quelli per «solo ebrei» mostra chiaramente la continuità storica tra la "sinistra" laburista del '48 di Ben Gurion e l'estrema destra di oggi di Netanyahu. Non è una «nuova Nakba» ma è la sua drammatica continuazione.
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