La sentenza della corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima la
legge elettorale n.270/2005 contiene in sé,oltre alle valutazioni di carattere
specificatamente riferite alla materia, anche un severo giudizio politico di
vera e propria delegittimazione per l’intero sistema politico italiano.
Inoltre, come è già stato fatto osservare da autorevoli analisti nell’immediato
post-sentenza, sono stati fissati alcuni “paletti” molto precisi rispetto alla
possibilità che questo Parlamento provveda ad una modifica della legge stessa
(che pure è già pronta, una volta corretti i punti indicati dalla Corte, per
essere utilizzata).
Questi “paletti” portano ad una riflessione complessiva che può essere così
riassunta: è necessario che una legge elettorale non sia varata semplicemente
per interessi contingenti e di parte ma deve possedere un indirizzo di tipo”sistemico”;
inoltre non è legittimo tener conto soltanto dell’interesse alla governabilità
ma si deve tener conto anche delle esigenze di rappresentatività politica e
della funzione delle istituzioni, rispettando – nel nostro caso- quella
centralità del Parlamento che corrisponde esattamente alla visione del ruolo
delle istituzioni contenuta nell’articolato della Costituzione Repubblicana.
Un guizzo di onestà intellettuale, merce poco disponibile di questi tempi,
imporrebbe lo scioglimento delle Camere e l’immediato ricorso alle urne utilizzando
il sistema proporzionale con preferenza, al fine di recuperare un minimo di
legittimità e credibilità politica all’intero sistema.
Non sarà così, anche perché si sentono già incredibili dichiarazioni da
parte dei protagonisti più diversi. Sarà quindi necessario vigilare con grande
attenzione e soprattutto sviluppare iniziativa politica, riprendendo in mano e
ponendo sotto gli occhi di tutti l’enorme mistificazione che, nel corso di
questi anni, è stata portata avanti nell’idea della semplificazione e della
governabilità intesa come fine ultimo della politica. Tutto è cominciato con la
modifica del sistema elettorale avvenuta a colpi di referendum all’inizio degli
anni’90: è necessario reimpostare sotto quest’aspetto l’agenda politica tenendo
conto degli esiti disastrosi di questo processo.
Di seguito, a buona testimonianza, un intervento del Dicembre 2005, a
commento dell’appena varata legge elettorale.
PARTITI E SISTEMA ELETTORALE
Nelle settimane appena trascorse, sono state elaborate molte analisi sul
nuovo sistema elettorale, esaminato da diversi punti di vista.
L'affermazione più importante che è stata svolta e che sento di ribadire è
stata quella concernente il fatto che questo nuovo sistema si può definire in
molti modi, tranne che come “ritorno al proporzionale”.
Dal punto di vita tecnico non ci troviamo di fronte neanche a un misto tra
maggioritario e proporzionale e neppure, sottilizzando ma nemmeno troppo, a
un proporzionale con premio di maggioranza: si tratta, invece, di un
premio di “minoranza”, non essendo stata prevista per la patto o il partito
vincente il raggiungimento di alcuna soglia.
Inoltre la differenziazione nei diversi livelli di sbarramento per il
raggiungimento del diritto alla divisione dei seggi, allontana ancora di più
l'idea che questo tipo di sistema elettorale sia stato pensato in funzione di
un recupero di rappresentatività.
Fin qui, comunque, tutte affermazioni già svolte che, in ogni caso, vale la
pena di ripetere, se non altro a futura memoria.
L'argomento dell'impatto che questo sistema avrà sulla struttura e
l'identità dei partiti politici in Italia, invece, è stato fin qui dibattuto in
una misura molto minore.
Provo, allora, a cimentarmi sull'argomento in maniera molto sintetica.
Partiamo, così, da alcune considerazioni più volte ripetute negli ultimi i
tempi: i partiti, dopo aver dominato la scena del sistema politico italiano,
sono entrati in crisi da almeno un quindicennio per varie ragioni (mutamento
dello scenario internazionale, cessione di sovranità da parte dello stato
nazionale, crisi economica e morale interna, ecc), dismettendo quella funzione
di “integrazione di massa” che, pur tra contraddizioni evidenti, avevano svolto
almeno dalla fase di redazione della Carta Costituzionale.
I partiti hanno ceduto il passo alla società civile (emblematico, sotto quest’aspetto,
il mutamento di relazione con il mondo dell'economia, così efficacemente
rappresentato proprio dagli avvenimenti di questi ultimi giorni),
trasformandosi in “partiti azienda” e/o in “comitati elettorali”.
Il mutamento del sistema di voto, avvenuto nel 1993, aveva corrisposto in
una qualche misura a questo processo di trasformazione e, anzi, gli elettori
avevano dimostrato di essersi abituati alla concezione maggioritaria –
bipolare, permettendo al sistema di funzionare (“non troppo”, “per caso”,
“finalmente”, tanto per citare i titoli dei fondamentali testi di analisi
elettorale, curati nel 1994, 1996, 2001 da Bartolini e D'Alimonte in occasione
degli esiti delle elezioni politiche).
All'inizio dell'autunno, invece, la decisione del centrodestra al potere di
mutare la legge elettorale e di varare l'indigesto impasto con il quale si
andrà, presumibilmente (la legge votata dal Parlamento non è ancora stata ancora
pubblicata, stranamente, in “Gazzetta”) a votare il prossimo 9 aprile 2006.
Critici molto feroci attribuirono al Governo l'idea di cambiare la legge
elettorale soltanto allo scopo di limitare, sul piano dei numeri parlamentari,
una sconfitta che appariva certa (mal che vada, qualcuno ha pensato, alla
Camera finisce 340 – 290): oggi la situazione appare leggermente cambiata, ma
non pare proprio questa la sostanza del discorso.
Al dunque, se c'è chi ha pensato a questa trasformazione della legge
elettorale come a uno strumento che, in una qualche misura, potrebbe consentire
ai partiti di uscire dalla crisi cui ho appena accettato, tentando di
recuperare un minimo di rappresentatività sociale, dovrà ricredersi.
L'assenza del meccanismo delle preferenze per l'assegnazione dei seggi alla
Camera (è stato adottato, infatti, il sistema della “lista bloccata”) e, il già
citato, “premio di minoranza” (in luogo di un corretto premio di maggioranza,
che dovrebbe scattare, qualora si decida di adottarlo, nel momento in cui la
coalizione vincente, al primo o al secondo turno, superi il 50% più uno dei
voti validamente espressi) faranno sì che gli effetti di questo presunto
sistema proporzionale sul sistema dei partiti, sarà esattamente contrario a
quello di una crescita del loro ruolo rispetto alla società.
Anzi: ci troveremo in una situazione di ulteriore distacco, perché al
minimo di efficienza sociale che i partiti stanno dimostrando, corrisponderà il
massimo del potere di nomina.
Tutto ciò sta a significare che difficilmente ci sarà un movimento dei
cittadini verso i partiti al fine di risolvere problemi concreti (ormai
funzionano meglio le“lobbies”, comitati di protesta, associazioni di scopo che
interloquiscono direttamente con le istituzioni): ai partiti finiranno con il
rivolgersi soltanto coloro che intendono fare della presenza istituzionale (in
varie forme) la loro attività professionale.
Non per caso sale il numero di chi cumula cariche (consigliere o assessore
in Enti Diversi: ad esempio Provincia e Regione; oppure consigliere comunale e
parlamentare, ecc) o di chi a tempo pieno si occupa di consulenza
istituzionale, attraverso il rigonfiamento delle strutture di staff o di
segreteria.
Insomma: ai partiti servono consulenti non certo militanti, tanto più se
militanti fastidiosi capaci di discutere della linea politica e delle scelte
amministrative.
La scelta delle liste bloccate per le elezioni legislative indica, inoltre,
che neppure l'occasione della campagna elettorale sarà sfruttata per
ristabilire un minimo di circuito di relazione con la società civile,
l'elettorato, il quadro dei simpatizzanti (insomma i tre cerchi concentrici di
Duverger, si ormai ridotti ad un solo cerchio quello degli eletti).
Non ci sarà campagna elettorale al di fuori di quella che i leader
condurranno dallo schermo televisivo: chi avrà interesse, infatti, a chiudersi
alla sera in una sala per ascoltare un candidato di seconda schiera, già sicuro
di essere eletto se incluso nella lista in una posizione idonea, oppure già
sicuro di essere escluso, perché la segreteria del suo partito lo ha collocato
“fra gli ultimi della lista”?
Un sistema, per concludere, che mortifica ancora di più, se mai ce ne fosse
stato bisogno, la partecipazione politica, esalta il ruolo di attivisti senza
arte né parte che si collocano nelle istituzioni considerandole la succursale
del vecchio ufficio di collocamento, porrà ancora di più i partiti in una
dimensione da “fortino assediato”.
Intendiamoci bene: tutto questo è un male, un grave malanno, per salute
della nostra democrazia.
Infine una battuta, dedicata a quei candidati che saranno collocati
d'ufficio in una posizione di graduatoria che impedirà loro di poter aspirare
ad un seggio: Forza Italia e DS, concordi, hanno ritenuto giusto che i
candidati contribuiscano alle spese della legge elettorale (quanto? 20.000 –
30.000 euro a testa?).
Questo può andar bene, però, per quei candidati collocati in pole –
position: ma quelli in decima fila (tra la Minardi e la Sauber) , per la
stessa motivazione, dovrebbero essere pagati, perché in pratica, mettendoci
nome faccia, non svolgono altro che la funzione di “testimonial” della lista.
Ed un “testimonial”, secondo le sagge leggi del marketing pubblicitario che
ormai presiedono all'attività politica, debbono essere (profumatamente,
aggiungiamo) pagati
Allora: le elezioni.
Competition is competition or business is business ?
Savona, li 31 Dicembre
2005
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