Ma ci sarà mai fine al peggio?
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto
molto pesantemente, nel giro delle ultime 48 ore sull’iter legislativo dei
provvedimenti di fine d’anno.
Bisogna dire subito che la forma usata dal Capo dello Stato
è stata comunque coerente con il dettato costituzionale: prima esercitando la
sua prerogativa di “moral suasion” per far ritirare il cosiddetto decreto
“Salva- Roma” e successivamente con un messaggio alle Camere.
V’è da dire, però, che la sostanza è ben altra: è in atto,
infatti, un’ulteriore stretta di carattere oligarchico, di presunta
semplificazione e “modernizzazione” dell’azione politico – legislativa
attraverso la quale s’intende limitare ancor di più lo sviluppo del dibattito
politico, in funzione di una difesa della nuova centralità assunta dal concetto
di “governabilità”, a discapito della centralità del Parlamento, come previsto
dalla Costituzione Repubblicana.
Appare già in atto, insomma, il presidenzialismo nella sua
forma di “semipresidenzialismo alla francese”, in quanto Letta sta proprio
esercitando la sua funzione di presidente del Consiglio come se l’effettivo
potere esecutivo appartenesse, de facto, al Presidente della Repubblica.
Ma andiamo per ordine: prima di tutto due considerazioni sul
merito.
La degenerazione del procedimento legislativo al riguardo
dei provvedimenti di spesa è storia antica, risale al consociativismo degli
anni’80 e la prima considerazione da fare riguarda il fatto che modifica del
sistema elettorale e tentativi di bipolarismo non hanno, in questo senso nel corso degli anni, sortito
alcun effetto concreto.
Tanto più, e questo mi pare siano in pochi a ricordarlo, il
tutto avviene non sulla base di un procedimento legislativo nato in Parlamento,
ma in sede di conversione di decreto: quindi su input legislativo nato dal
Governo. E’ una differenza non da poco: l’esproprio della funzione legislativa
da parte delle Camere è anch’essa questione antica, risale agli stessi anni’80
cui si faceva già cenno, al decisionismo craxiano, e implementato sicuramente
nel corso del quinquennio 1996-2001 con i governi di centrosinistra.
In secondo luogo deve essere fatto notare come anche nel
caso di un superamento del bicameralismo ridondante (di cui oggi si sente tanta
fretta e ansia: ma forse non sarà perché la legge elettorale ha posto il Senato
in una sorta di situazione di “veto” e non per altri motivi?) un decreto come
quello Salva – Roma, riguardante provvedimenti di spesa rivolti agli Enti
Locali, avrebbe dovuto passare al vaglio dell’eventuale seconda Camera, fosse
questa delle Autonomie o delle Regioni (oppure si pensa che, nella follia
oligarchica che sta pervadendo la classe politica; la seconda camera non
dovrebbe avere funzione emendativa, limitandosi a dire sì o no all’intero
pacchetto proposto?).
Terzo punto: la classe politica. Questo sotto due aspetti:
il primo quello delle liste bloccate che rende i parlamentari molto più
sensibili alle lobby che non in altre occasioni, dovendo dipendere, infatti,
sia dalle lobby che interessano il partito in sede nazionale, sia alle lobby
locali al fine di poter usufruire delle “spinte” giuste per essere collocati in
lista in posizione utile a essere eletti.
Inoltre esiste una questione di formazione dell’élite
dirigente, scomparsi i partiti e di conseguenza, esaurita la loro funzione
pedagogica. Nella furia di rinnovamento, restando alla fattispecie, l’elezione
di due neofiti alla presidenza di Camera e Senato, privi di preparazione
specifica, sta pesando tantissimo da questo punto di vista ed anche in questo
caso il Presidente della Repubblica è intervenuto ancora in maniera molto
precisa.
Nasce proprio da qui, dall’assenza di soggetti intermedi in
grado di svolgere una funzione d’integrazione politica soprattutto sul piano
culturale, la tensione verso la formazione e la conservazione di un’oligarchia
fondata sulle lobby, economiche e di potere.
La cornice dentro la quale si colloca questo quadro è
quella, nello specifico del “caso italiano” oggi, quella di una
delegittimazione complessiva del sistema: una delegittimazione che è provvista
di basi legislative fortissime risalendo, infatti, alla sentenza della Consulta
che ha dichiarato illegittime parti fondamentali della legge elettorale.
Senso vero delle istituzioni vorrebbe che, lette le
motivazioni della sentenza e modificata la legge nel senso che tali motivazioni
indicheranno (premio di maggioranza, preferenze, omogeneità di sistema tra
Camera dei Deputati e Senato) si tornasse d’urgenza al voto.
Nel frattempo qualsiasi modifica sia costituzionale, sia
regolamentare, sarebbe gravata di una fortissima suspicione d’illegittimità.
Certo: stiamo attraversando il momento più basso, dal punto
di vista politico e morale, nella storia della Repubblica.
Ma ci sarà mai fine al peggio?
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