Ci troviamo al centro della temperie di una delle situazioni
più drammatiche affrontate, a livello globale, dalla classe subalterna: gli
epigoni del capitalismo dell’oggi stanno gestendo il ciclo con una ferocia
senza pari rispetto anche a loro lontani predecessori, impoverendo le masse,
restringendo i margini di agibilità della stessa democrazia liberale, agitando
gli eterni spettri della guerra, della fame e della paura.
Per la prima volta, a memoria di diverse generazioni (e
forse anche rileggendo la storia di secoli) si verifica un vero e proprio
arretramento nella qualità della vita culturale, politica, economica e sociale:
un fenomeno che si può ben definire di vera e propria regressione.
A fronte di questo stato di cose la sinistra italiana (per
quel che valgono, ovviamente, le vicende politiche di un paese come l’Italia:
che pure, però, rivestono la loro importanza ben oltre lo stato reale delle
condizioni materiali e politiche del suo proletariato) è praticamente sparita,
nella sua capacità d’incidenza anche a livello istituzionale e non
semplicemente sociale, di mobilitazione dal basso, di aggregazione culturale e
politica.
Si cerca, allora, di indicare di seguito una semplice
scaletta di lavoro sulla base della quale sviluppare un dibattito, il più
possibile allargato nella sua prospettiva di partecipazione, per la
(ri)costruzione di una sinistra di classe, anticapitalista al riguardo della
quale deve essere cercata ispirazione nell’opera del più grande pensatore
marxista che ha avuto il nostro Paese. Antonio Gramsci.
Gli assunti di fondo sulla base dei quali va sviluppata
questa discussione sono, essenzialmente, tre:
1) L’affermazione
dell’attualità del conflitto, sociale e politico;
2) L’idea
della politica intesa come lotta per il “potere” e non semplicemente per il
“governo”, o peggio alla riduzione di questo alla mera “governabilità”;
3) L’obiettivo
della formazione di un “intellettuale collettivo”.
I punti sui quali sviluppare la riflessione, promuovere lo
studio, costruire il confronto per poi pervenire, in tempi rapidi ad elaborare
delle proposte concrete sulla base delle quali rivoluzionare davvero l’agire
politico della sinistra italiana, nel contesto mondiale ed europeo, possono
allora essere così riassunti (a semplice livello di titolo):
Attorno al tema dell’unità tra teoria e prassi, ineccepibile
fondamento filosofico dell’intero impianto, occorre rivisitare con chiarezza
ciò che è mutato, nel corso degli ultimi anni. Anche e soprattutto per via di
una tumultuosa trasformazione tecnologica, nel rapporto tra struttura e
sovrastruttura: si tratta di una revisione indispensabile al fine di
comprendere al meglio qualità e dislocazione sociale delle “fratture” sulle
quali operare in modo che i soggetti politici possano misurare i loro programmi
e le loro azioni attorno all’attualità di contraddizioni realmente operanti
nella società.
Deve essere sviluppata un’analisi mirata a comprendere la
realtà della fase: ci si trova, almeno questa è l’opinione contenuta in questa
nota, in una fase di fortissima – ed anche inedita per qualità e intensità – “rivoluzione passiva” all’interno della quale
è possibile condurre soltanto una “guerra di posizione” la cui durata non è,
ovviamente, ipotizzabile a questo punto ma che sicuramente non traguarderà
semplicemente il “breve periodo”.
All’interno di questa fase di “rivoluzione passiva” si
dovranno sviluppare due elementi di fondamentale importanza: la ricostruzione,
sul piano teorico, di un “senso comune” opposto a quello dominante a partire
dalla contraddizione di classe sviluppandone gli elementi fondativi sul terreno
culturale e sociale (verrebbe quasi da usare l’antico termine di
“controcultura” intendendo il termine cultura nel senso della “kultur”
nell’interezza del significato di questo termine che si trova nella lingua di
Hegel, Kant e Marx); la messa in opera di un’adeguata soggettività politica che
dovrà essere chiamata a sviluppare la sua iniziativa sul terreno
dell’opposizione, ponendosi l’obiettivo di recuperare anche una presenza
istituzionale che si ritiene comunque necessaria.
Sarà sulla base dei modelli che saranno scelti attraverso un
forte dibattito di massa per decidere la forma da far assumere, nell’oggi, a
questa soggettività, che si potranno costruire nel tempo le condizioni
culturali e politiche adatte all’affermazione, a tutti i livelli, di una nuova,
adeguata, élite dirigente.
Elite dirigente della
quale è necessario, indispensabile ed urgente procedere alla formazione
partendo dalle tante avanguardie sparse in una pluralità di situazioni e
attualmente prive di riferimento politico nelle fabbriche, nelle Università, nei nuovi
movimenti sociali e che deve essere
unificata all’interno di una organica
visione del ruolo intellettuale e politico.
Elite dirigente dalla quale far partire quella lotta per l'egemonia che deve rappresentare il vero obiettivo del nostro agire culturale, sociale, politico.
Temi difficili, tutti questi appena elencati, al riguardo
dei quali va sviluppata un’opera di riconoscimento intellettuale e di proposta
di azione politica: nel segno, proprio, dell’intreccio necessario tra teoria e
prassi.
8 commenti:
Cari compagni,
sono completamente d’accordo sul primo punto, l’attualità del conflitto sociale e politico. Ma la lotta politica così come voi l’intendete, non semplice sostituzione di gruppi dirigenti ma alternativa di potere, presuppone una visione alternativa al capitalismo, una proposta realistica e proponibile, che oggi non si vede. Non sono gli obiettivi intermedi a mancare ma l’obiettivo finale.
A mio avviso attualmente si può aspirare solamente alla nascita di un nuovo soggetto politico dichiaratamente socialdemocratico, secondo le vecchie definizioni, con obiettivi tutti interni al capitalismo, ma che si proponga risolutamente di ridurre le distanze sociali e tenga viva l’idea di un ideale “andare oltre”. Con una caratteristica ben precisa: ogni forma di carrierismo, di personalismo, di strumentalizzazione del partito a fini personali deve essere impedita da rigide norme statutarie.
Tra gli obiettivi individuerei, oltre a quelli tradizionali – scuola pubblica, sanità, progressività fiscale, ecc.- alcuni temi che considero particolarmente attuali e probabilmente molto aggreganti: difesa ad oltranza di tutti i siti produttivi nazionali, con organizzazione di mobilitazioni generalizzate a difesa delle fabbriche in fase di delocalizzazione; esigenza di una politica industriale di prospettiva; indagine conoscitiva sul ventaglio salariale all’interno delle varie realtà produttive.
Luciano del circolo PRC Bianchini di Genova
La distinzione tra governo e potere è fondamentale sul piano teorico al fine di poter impostare i termini di una lotta politica adeguata alla qualità dello scontro in atto. Scontro in atto che richiede, da parte nostra, prima di tutto la ricostruzione di un tessuto culturale e contemporaneamente (proprio utilizzando il concetto gramsciano di rapporto tra teoria e prassi) lo svolgimento di una forte opposizione sociale e politica alla feroce gestione capitalistica del ciclo. Su queste basi la ricostruzione di una soggettività politica: recupero della teoria e opposizione, questi i due cardini di una iniziativa possibile dei comunisti e della sinistra d'alternativa in questa fase. E spazio se ne presenta.. ( le norme statutarie non servono ad impedire il carrierismo: deve essere il clima culturale presente nel partito ad impedirlo oggettivamente, il grado di partecipazione, controllo, coinvolgimento dei militanti). Franco Astengo
Cari Luciano e Franco però dobbiamo porci la domanda : come mai questo partito di cui ci sarebbe tanto bisogno non nasce ?
E' solo cattiva volontà sommata alle condizioni avverse ?
Oppure la nostra proposta politica pecca di astrattezza ?
Ripeto ancora una volta l'esempio del partito bolscevico che poté nascere perché Lenin non puntò da subito su parole d'ordine come il comunismo che potevano risultare lontane dalla cultura e dalla forma mentis dei popoli russi semianalfabeti, ma piuttosto su quella molto più concreta e tangibile del rifiuto della guerra.
Il proletario russo capì che se i bolscevichi avessero vinto i loro figli avrebbero smesso di crepare in guerra.
Io credo che se "il vecchio muore e il nuovo non può nascere" dipende anche dal fatto che le nostre parole d'ordine non sono sentite come credibili e attuali.
Forse ha ragione Luciano , ci vorrebbe un partito radicalmente socialdemocratico, ma anche quì, se si coglie la questione del potere sollevata da Franco come possiamo non citare il potere delle masse di decidere l'assetto economico del loro stato ?
E ancora come possiamo conciliare questa aspirazione, della restituzione del potere alle grandi masse, con il permanere in una Eurozona così fatta ?
Bisognerebbe abolire i trattati di Maastricht, di LIsbona , il fiscal compact etc, ma è possibile oggi aggregare su questi punti che così incomprensibile alla gran massa degli italiani ?
E' questo il punto : oggi una forza socialista non è credibile se non punta a spezzare la morsa ferrea delle oligarchie europee sui popoli.
E' la sovranità che deve tornare ad essere la nostra stella polare, una sovranità che il nostro umanesimo riuscirà facilmente a non far volgere verso nazionalismi populistici e reazionari ma di cui c'è un disperato bisogno.
Se non cerchiamo una ritrovata sovranità il progetto non è credibile perché non è fattibile, infatti sappiamo che solo in tempi biblici potrebbe nascere una coesa forza socialista europea mentre è molto più fattibile l'idea di combattere l'eurozona e la sua più potente arma ,l'Euro scatenando una campagna di massa volta a svelare i veri scopi per cui l'Euro fu progettato.
IL popolo italiano in questo è più avanti di noi , cresce l'odio contro questo feroce dominio, cerchiamo di sfruttarlo come nostro primo grimaldello per avviare un percorso di nuova giustizia sociale, dopodiché si potrà anche ricominciare a parlare di socialismo.
In realtà i bolscevichi erano la corrente di maggioranza del partito operaio socialdemocratico russo, come tale affermatasi nei confronti di una minoranza (menscevichi) al III congresso di Londra del 1903. Corrente quindi ben preesistente allo scoppio della rivoluzione d'Ottobre. Franco Astengo
Grazie veramente per la precisazione storica ma rimane il fatto che il nostro problema è proprio l'estrema astrattezza e la distanza dai bisogni delle persone.
Oggi solo un'uscita dall'euro può far ripartire l'economia italiana e non lo dice solo il povero ignorante sottoscritto ma anche diversi premi Nobel : http://www.rischiocalcolato.it/2013/06/4-premi-nobel-paul-krugman-milton-friedman-joseph-stigliz-amartya-sen-leuro-e-una-patacca.html .
Non credo che si possa continuare ad eludere il problema.
Senza la ricostruzione di una autonomia di pensiero sul piano teorico anche le indicazioni migliori e più opportune riferite al contingente resterebbero come sospese in una bolla fluttuante nell'aria. Serve il recupero di un pensiero forte e, come ho già cercato di segnalare (scusandomi per la ripetizione) la via giusta per saldare teoria e prassi. Franco Astengo
Hai ragione le cose dovrebbero andare insieme ma oggi non possiamo aspettare che si verifichi una prodigiosa riacculturazione per poi procedere con l'azione.
Oggi ci stanno massacrando e secondo me se una cosa è da farsi si deve fare , indipendentemente dal grado di coscienza raggiunta,
Non è che per lottare contro l'apartheid sia stata richiesta la conoscenza preventiva di Rousseau ...
Nelle persone esiste anche un buon senso naturale ed un senso atavico della giustizia che sono in grado di guidare i popoli nei primi passi, usiamo queste pulsioni con una serie di poche parole d'ordine comprensibili e sferriamo l'attacco a questa europa delle oligarchie.
La riacculturazione ,secondo me, si può verificare solo durante un processo di lotta e non prima , in modo astrattamente intellettuale, come se si dovesse mettere in piedi un circolo culturale.
Sì per lottare contro l'apartheid (ad essempio) non solo bisognerebbe conoscere gli illuministi, ma anche e soprattutto Marx...Franco Astengo
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