giovedì 1 agosto 2013

LA RELAZIONE DELL'AVV.CARLO TRIVELLONI su "Loggia P2 e Bombe di Savona" (sesta parte)



Dal sito: trucioli.it
L’ENIGMA DI VIA ALFIERI

Quando sembrava che il dato conoscitivo più remoto sul CAD fosse quello della lettera di Mazza e C. (9 ottobre 1975), dal quartiere di Santa Rita giungono voci che porterebbero a retrodatare la istituzione del Centro.

Qualcuno ricorda, infatti, di aver visto tra il 1972 ed il 1974 una targhetta con scritto CAD in via Alfieri.

E’ una specie di salone a pian terreno; attualmente vi ha sede la CO.VI., una cooperativa socialista di vigilanza dei parchimetri.

Si tratta di un ricordo imperfetto, di suggestione?

In questo caso pensiamo che non sarebbe proprio impossibile da parte della polizia, dei carabinieri, del SISME, ecc.., accertarlo.


E secondo il ricordo di qualcuno, questo CAD sarebbe stato costituito da Teardo e da Chiarle.

Ma chi è Chiarle? Sappiamo finora che il suo nome, unito a quello di Teardo, è stato trasmesso dal Gran maestro Corona alla Commissione Parlamentare P2.

E’ necessario però mettere a fuoco la sua complessa personalità.

I dati autobiografici ce li fornisce lui stesso in una scheda allegata a un suo libro, e che riassumiamo brevemente.

Giornalista e scrittore, ha partecipato diciassettenne alla Guerra di Liberazione in una Brigata Garibaldi.

Collaboratore di giornali quotidiani e periodici italiani e italo-americani è stato redattore e direttore di vari periodici.

Viaggia molto all’estero per motivi di studio e per corrispondenze giornalistiche.

Durante un suo viaggio negli Stati Uniti d’America del 1953, è stato nominato cittadino onorario della Città di New Orleans.

Malgrado il passato partigiano che, ogni tanto, Chiarle fa affiorare, egli non è molto conosciuto nei circoli e nelle associazioni della Resistenza ed è più noto come massone e come anticomunista: dati comuni questi ad alcuni personaggi che compaiono nella nostra relazione.

Il suo spasmodico anticomunismo, condito da un anticlericalismo di stampo antiquato, lo manifesta in modo molto particolare sulle colonne di “Liguria Oggi”, un quindicinale “laico e socialista” da lui diretto, che dedica largo spazio nel difendere la massoneria e nell’illustrare le origini storiche della loggia Propaganda 2.

Tra gli antenati piduisti, Chiarle cita i nomi di Aurelio Saffi, Giosuè Carducci, Giovanni Bovio e pensa in tal modo di dare una patente di nobiltà alla loggia di Gelli.

In uno degli ultimi numeri del quindicinale (16/31 Dicembre 1982) viene pubblicata una poesia di un massone, Gaetano Fiorentino, il quale ironizza sulle accuse rivolte a Gelli.

Dopo lo scioglimento dei P2, Chiarle rivolge violenti attacchi al Presidente del Consiglio, sen. Spadolini, e se ne comprende facilmente il motivo.

Ma il suo maggior risentimento lo riserva a Sandro Pertini per aver così nettamente condannato la loggia di Gelli e per aver tenuto lontano da sé i socialisti in odore di P2 o che hanno dimostrato solidarietà con chi si trova implicato nella vicenda.

Chiarle raggiunge l’irriverente grottesco di sostituire il nome del Presidente della Repubblica dalla XI edizione della Biennale Internazionale d’arte infantile, che, fin dalla sua istituzione, era stata ininterrottamente intitolata a Sandro Pertini e dalla cui iniziativa il giornalista era stato l’ideatore.

Non è escluso tuttavia, ma anche questa ipotesi avrebbe un significativo rilievo, che sia stato lo stesso Presidente della Repubblica a non voler più che il suo nome venisse usato da gente siffatta.

Ritornando al C.A.D. di Via Alfieri, è risaputo che in quegli anni Chiarle aveva legami e rapporti di fratellanza massonica con Enrichetto Terracciano, un insegnante di educazione fisica deceduto circa tre anni fa, e che abitava a poche decine di metri da via Alfieri, 13.r.

Terracciano era noto per le sue idee neo-naziste e per aver prestato servizio nella Repubblica Sociale Italiana come ufficiale addetto a reparti speciali.

Per quanto ci risulta, all’inizio del 1970 non svolgeva attività politica e conduceva una vita normale.

A parte le idee neo-naziste e l’affiliazione alla massoneria era ritenuto persona che viveva dignitosamente del proprio lavoro.

I due si frequentano e partecipano, prima del 1974, anche ad un’agape in un ristorante un po’ appartato sul litorale tra Savona e Vado Ligure.

Alla riunione conviviale sono presenti molti massoni, giunti in diverse automobili da varie città.

Una persona interessata alla gestione del locale nota personaggi incorsi nelle cronache giornalistiche del golpe Borghese e della Rosa dei Venti; non va dimenticato che quest’ultimo movimento è stato particolarmente attivo nel Veneto e in Liguria.

E’ chiaro all’osservatore della riunione che si tratta di massoni, ma allora alla gente comune era impossibile collegare la massoneria con l’eversione.

Si pensa: sono “fratelli”, “liberi muratori”, uniti da interessi spirituali al di fuori o al di sopra dei partiti politici; il fatto che il neo-nazista sta a tavola insieme al socialista rafforza proprio questa convinzione.

L’episodio, di cui si ha assoluta certezza, è presto dimenticato e ci ritorna in mente leggendo il libro di Rossi e Lombrassa “In nome della Loggia”, dove si trova a pagina 49 il nome di Enrichetto Terraciano.

Si apprende così che il sopracitato era il primo coadiutore di Luigi Nunzio Savona, Sovrano gran maestre del “Rito filosofico italiano” e membro della loggia romana “Giustizia e Libertà” che, specificano gli autori, era l’equivalente della P2 nella Massoneria di Piazza del Gesù.

E scrivono anche che Luigi Savona era il braccio destro di Giuseppe Bellantonio e ricopriva in pratica lo stesso ruolo che Gelli aveva per Salvini: quello di delegato alle logge segrete di piazza del Gesù; in queste logge come si sa, non mancavano neo-fascisti, aspiranti golpisti e faccendieri di razza.

Rossi e Lombrassa raccontano che ”il giudice torinese Luciano Violante mentre indagava sul tentato golpe bianco di Edgardo Sogno e sulle deviazioni del SID di Miceli incappa anche nel gruppo coperto diretto da Savona, che avrebbe tenuto rapporti con una analoga organizzazione di ispirazione neo-nazista nella Repubblica Federale Tedesca”.

Si apprende infine che Luigi Savona aveva prestato servizio nella Repubblica di Salò con l’incarico di ufficiale delle SS italiane a Venezia, che era sospettato di aver fatto parte di Ordine Nuovo e che in un’impresa editoriale, poi fallita, che pubblicava un periodico di destra, “Piemonte Sera” si sarebbe trovato associato a Giuseppe Dionigi, del MSI torinese.

Savona svolgeva un’attività anche come pubblicista.

Era amico di tal Paolo Pristeri, Maestro Venerabile della loggia “I. Newton” con sede a Torino in Corso Moncalieri 51 in locali avuti da “amici americani”, secondo le ammissioni fatte dal sopracitato e riportate dal libro in questione.

Pristeri per conto di Savona ha stampato anche un numero monografico di una sua rivista dedicato alla storia dei Cavalieri Templari, notoriamente presi a simbolo dai neo-nazisti.

Savona allora era anche il gran Baillì dei Templari.

Dionigi lo troviamo menzionato anche nella sentenza del giudice Petrella.

Scrive il magistrato “ L’ipotesi che le bombe savonesi fossero state programmate su basi transnazionali acquista una qualche maggiore credibilità ove si consideri che il testo Enrico Olivero, estremista di destra, colpito da mandato di cattura della magistratura torinese e sospettato per gli attentati  a Savona, aveva dichiarato, riferendo alla comune appartenenza alla massoneria, di sapere che Salvatore Francia ( uno dei capi dell’eversione nera, n.d.r) aveva lavorato per un certo periodo, anteriore alla sua latitanza, nella trattoria, in Albenga, del Dionigi, precisando anche di aver visto Francia in detto esercizio pubblico. Tale circostanza è però contrastata da Dionigi, il quale afferma che non si trattava di Salvatore Francia, bensì di Eraldo Capitini, anch’egli estremista di destra”.

Il giudice istruttore ricorda tuttavia che si tratta solo di ipotesi poiché nessun fatto concreto fu dimostrato, nessun collegamento preciso fu documentato.

D’altra parte era allora obiettivamente difficile per gli inquirenti, senza l’ausilio dei servizi segreti, rivolgere approfondite indagini verso logge massoniche o singoli massoni.

Apprendiamo da Panorama del 10/8/1981 che la filiale francese dell’Ordine dei Templari ha una storia straordinariamente simile a quella della P2.

Due dirigenti del SAC (una specie di polizia parallela paramilitare creata nel 1958 dal generale Charles De Gaulle) nel 1970, si impadronirono della loggia e costituirono nella stessa sede dell’Ordine una “società di studi tecnici, economici e commerciali (ETEC)”.

Nel 1972 l’ETEC e l’Ordine dei Templari furono presi di mira dalla magistratura francese per una storia di traffici internazionali (oro e armi), di dossier segreti e di ricatti a personalità.

L’Ordine scomparve ma poi riprese improvvisamente il 6 Febbraio 1975.

E’ di un certo interesse il racconto fatto al giudice francese dal giornalista Paul Tesseire dal quotidiano “La Marseillase”.

Dice Teissere: “ Gelli si incontrava qui a Marsiglia con i Templari francesi.

Spiega dove, e precisa anche quale era la villa a sua disposizione, ex-sede del Consolato di un Paese sudamericano.

Teissere afferma che la villa era frequentata da italiani di estrema destra legati al SAC e a Ordre Nouveau, l’organizzazione fascista francese.

Vi avrebbe lavorato come giardiniere, quand’era latitante in Francia, il nazista Mario Tuti.

L’udienza del 3/2/1983 della Corte d’Assise di Bologna per il processo all’Italicus è stata definita da gran parte della stampa italiana come la più interessante ed incisiva di quelle finora tenute e nel corso della quale, come apprendiamo da l’Unità del 4/2/1983, vi è stata la testimonianza di un giornalista della RAI, Giovanni Spinoso, che aveva raccolto alla fine del 1976, in Corsica, una serie di informazioni sulla cellula neo-fascista toscana, in seguito all’omicidio del giudice Occorsio.

Là si erano radunati, in diverse occasioni, noti esponenti dell’eversione nera: Marco Affatigato, Mauro Tomei, Clemente Graziani e Orlando Moscatelli naturalizzato còrso, proprietario di un ristorante.

Proprio da Moscatelli, che se ne disse convinto, Spinoso apprese che a compiere l’attentato all’Italicus sarebbero stati i toscani e il còrso gli indicò i motivi tecnici della scelta di quel treno.

Tomei, infine, sempre nell’intervista a Spinoso, confermò di aver incontrato a Lucca, molto prima della strage, Affatigato ed un esponente massone che procurò loro armi ed esplosivo.

Poi, come spesso succede, ha recentemente negato quell’incontro.

L’episodio dell’incontro di Affatigato con il massone è già stato da noi riferito ma come semplice offerto di denaro respinta.

L’esplosivo di provenienza toscana ci ricorda però un dato contenuto nella sentenza istruttoria del giudice Petrella; tra i reperti dell’esplosione del 23/11/1974 sull’autostrada Savona-Torino, c’è un brandello di plastica recante la scritta “Cheddite Italia-Livorno”.

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