Il mese di Agosto è stato nella storia il mese “fatale” per
i comunisti italiani.
IL 21 Agosto 1964 moriva a Yalta, nell’URSS, Palmiro
Togliatti segretario generale del PCI, politico di grandissimo spessore,
già membro della segreteria
dell’Internazionale Comunista negli ann’30, promotore al suo rientro in Italia
del “partito nuovo” : sulla base di quell’intuizione il PCI crebbe fino a
diventare il più grande partito Comunista d’Occidente e il più forte partito
della sinistra italiana, conseguendo in pieno quella “legittimazione nazionale”
che aveva rappresentato l’obiettivo di fondo dell’azione politica di Togliatti.
Le contraddizioni però non mancavano: il 21 Agosto 1968 le
truppe del Patto di Varsavia entrarono a Praga per spezzare l’esperimento della “primavera” di
Dubcek che puntava ad un “socialismo dal volto umano”.
Si trattò di un momento davvero definibile come di “cesura
epocale” nella storia del comunismo internazionale e dello stesso PCI, che dopo
aver preso le distanze dall’invasione finì, a gioco lungo, per rimanere
comunque – pur tra critiche e distinguo – nell’orbita sovietica. All’interno
del dibattito che si sviluppò a quell’epoca sorse, però una voce
particolarmente critica quella del gruppo del “Manifesto” che rappresentava
l’avanguardia di quella “sinistra comunista” che aveva fatto riferimento a
Pietro Ingrao nel corso dell’XI congresso del Partito, svoltosi nel 1966, il
primo dopo la scomparsa di Togliatti.
Il gruppo del “Manifesto” convisse per un certo periodo
all’interno del Partito anche dopo aver pubblicato una propria rivista: fu nel
1969, allorquando Lucio Magri pubblicò l’articolo “Praga è sola” che la
situazione precipitò anche dal punto di vista organizzativo e dopo due riunioni
del Comitato Centrale, relatore Alessandro Natta presidente della V
commissione, il gruppo di Magri, Castellina, Rossanda, Pintor, Milani fu
radiato dal partito.
Per ricordare questi due passaggi fondamentali pubblichiamo
due interventi:
Lucio Magri “Praga è sola” (dalla rivista “Il Manifesto,
Settembre 1969)
Franco Astengo “IL PCI forma politica del comunismo
italiano”
Di seguito il secondo intervento
Franco Astengo
Il PCI forma politica del comunismo italiano
IL PCI FORMA POLITICA DEL COMUNISMO ITALIANO
La ragione per la quale si può considerare il PCI quale
forma politica compiuta, complessivamente esaustiva nel bene e nel male del
comunismo italiano risiede in una ragione teorica, tutta interna al pensiero
gramsciano: Gramsci, infatti, rifonda l’autonomia del marxismo basandone le
coordinate di fondo su di una “filosofia della prassi” divenuta sinonimo di
produzione di soggettività politica, di critica della concezione del mondo
della classe dominante ed elaborazione di un’ideologia congrua alle condizioni
di vita dei gruppi sociali subalterni.
Questo tipo di elaborazione consentì l’operazione portata
avanti dal gruppo dirigente del Partito nell’immediato dopoguerra, per
specifico impulso soprattutto di Palmiro Togliatti.
Il prestigio acquisito dal PCI nell’organizzazione
dell’antifascismo militante e nella guerra di Liberazione, nonché l’essenziale
contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta del nazismo, furono
all’origine, in quel periodo, di un rinnovato interesse per il marxismo.
La ripresa del marxismo, pur traendo alimento da forti
referenti storico – sociali, fu processo non facile sul piano teorico.
Nell’URSS di Stalin, durante gli anni ’30 – ’40 la sintesi
engelsiana del marxismo era stata trasformata in dottrina dello Stato fondata sull’opposizione
tra teoria materialistica e teoria idealistica della conoscenza.
Le leggi scientifiche del materialismo storico furono
considerate un’applicazione particolare del materialismo dialettico, in quanto
filosofia che compendiava le leggi di movimento della realtà naturale e
sociale.
La marxiana critica dell’economia politica fu sostituita da
una scienza economica socialista capace di calcolare i prezzi e di allocare
razionalmente le risorse nell’ambito di un sistema pianificato.
Le sorti del socialismo furono, così, identificate con i
sostenuti ritmi di sviluppo delle forze produttive e i successi politici ed
economici della “patria del socialismo” furono chiamati a verificare la
validità della teoria marxista-leninista.
L’autonomia teorica del marxismo italiano, e di conseguenza
della sua forma-partito, rispetto al quadro fin qui disegnato fu avviata da
Togliatti con la pubblicazione dei “Quaderni del Carcere” avvenuta tra il 1948
e il 1951: principiò, in allora, la costruzione di una genealogia del marxismo
italiano partendo addirittura da Vico, passando da De Sanctis, Bertrando
Spaventa, Labriola, Croce fino a pervenire a Gramsci.
Questa operazione culturale conseguì almeno tre risultati:
mise in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornì la piattaforma per
l’elaborazione strategica del “partito nuovo” aprendo il solco teorico su cui
basare la “via italiana al socialismo” tesa alla costruzione della “democrazia
progressiva” e difese, infine, nel clima ideologico della guerra fredda, la continuità
della cultura democratica progressista italiana, conquistando una generazione
di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica a posizioni
genericamente marxiste, senza provocare “lacerazioni troppo nette”.
Al primo convegno di studi gramsciani Eugenio Garin, Palmiro
Togliatti e Cesare Luporini sottolinearono che Gramsci aveva tradotto in
italiano l’eredità valida di Marx e che il suo pensiero era profondamente
radicato nella cultura e nella realtà nazionale.
In quella sede fu fortemente criticato l’economicismo,
attribuendo importanza alle ideologie e alla funzione degli intellettuali.
Gramsci collocava, infatti (almeno nella stesura
togliattiana dei “Quaderni” antecedente all’edizione integrale curata da
Gerratana nel 1975) la politica al vertice delle attività umane, sviluppando la
dottrina leninista del partito estendendo lo storicismo integrale in direzione
di un’originale teoria delle sovrastrutture e respingendo la teoria della
conoscenza come riflesso.
La concezione del marxismo in Gramsci è quella di
considerarlo non un metodo, ma una concezione del mondo rivolta a cogliere le
possibilità storicamente date nella prassi sociale.
Il più valido spunto critico a questo tipo di impostazione
venne, dopo il ’56 da Raniero Panzieri e dal gruppo dei “Quaderni Rossi”:
Panzieri fu promotore di una riscoperta della democrazia consiliare e del
primato del “soggetto classe” sul predicato partito, critico tanto
dell’ideologia della stagnazione quanto dell’ideologia tecnocratica della
programmazione, che riduceva la questione sociale a un problema tecnico e
identificava il capitalismo con la società industriale e l’illimitato sviluppo
della produttività.
Panzieri era fortemente critico con l’impostazione
togliattiana della celebrazione del nazional-popolare, del recupero
storico-culturale della tradizione democratica e soprattutto dello “scarto
evidente, nei partiti storici della sinistra, fra il primato esteriore
dell’ideologia e la pratica quotidiana di pura amministrazione”.
La scomparsa prematura di Panzieri, il disinteresse del PSI
ormai impegnato nell’operazione centrosinistra (la “politique d’abord” di
Nenni) la debolezza teorica e politica dello PSIUP non consentirono a questi
importanti spunti di analisi di rappresentare la base per una soggettività
politica rappresentativa di un vero e proprio contraltare teorico allo
storicismo togliattiano.
Non risultò neppure all’altezza di quel confronto il
punto di dibattito apertosi al momento
della scomparsa di Togliatti, ad iniziativa di quella che poi sarebbe stata
definita “sinistra comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una
riflessione di Rossana Rossanda e Lucio Magri che rimproverava,
sostanzialmente, allo storicismo di aver oscurato il nocciolo teorico di
Labriola e Gramsci (Magri riprende il tema nel “Sarto di Ulm”) e di aver
annacquato il marxismo nel quadro di una tradizione dai contorni imprecisi
rivendicando un primato del politico sull’economico che aveva smarrito il nesso
tra teoria e prassi, tra scienza e storia, oscillando così tra il riferimento
di una realtà di pura empiria (attribuita all’ala amendoliana del partito) e di
un semplice finalismo volontaristico.
Restarono così punti irrisolti di dibattito che forse
avrebbero dovuto essere sviluppati con una capacità critica portata molto più a
fondo, ma emersero limiti forti di vero e proprio politicismo al punto che, con
gli anni’70, si sviluppò una sorta di “primato della politica” che portò, sulla
base del prevalere del concetto di governabilità, al collasso della teoria: ben
in precedenza alla stagione degli anni’80 che portò alla liquidazione del
partito.
Per questi motivi di fondo: autonomia teorica dal modello
sovietico, primato della politica sull’economia senza alcuna visione
meccanicistica in questo senso, assunzione della concezione gramsciana del
rapporto tra struttura e sovrastruttura, sovrapposizione del partito alla
classe (nella versione togliattiana del partito nuovo) il PCI togliattiano è
stato il soggetto politico che si può considerare quasi complessivamente
rappresentativo del comunismo italiano. Il resto (anche nella critica di
Panzieri) ha ruotato attorno.
Lo scioglimento del
partito, avvenuto in condizioni di evitabile frettolosità e al di fuori
da una qualsiasi ricerca di impostazione teorica alternativa ma
semplicisticamente sull’onda dell’attualità, di una presunta “fine della
storia” e della necessità (davvero provinciale e politicamente angusta) di
“sblocco del sistema politico”) ha dato origine ad un cesura epocale che al momento apparve irrecuperabile: il
patrimonio della stessa “sinistra comunista” che si era opposta all’operazione
liquidatoria risultò disperso, al momento dell’esperienza del seminario di Arco
del 1990 e del mancato raccoglimento del messaggio lanciato da Lucio Magri con
la sua relazione “Il nome delle cose”. La diaspora tra Cossutta ed Ingrao ed il
ritiro di Natta privò quell’area politica di riferimenti unitari per proseguire
nella sua storia.
Nacque un soggetto come Rifondazione Comunista all’interno
del quale il portato ideal – storicista del PCI e della stessa sinistra
comunista non trovò particolare accoglienza sovrastato, in particolare nella
fase dell’assunzione della segreteria di Fausto Bertinotti, dai concetti
effimeri della personalizzazione e di un impasto tra movimentismo e
governativismo, che hanno decreto in poco tempo la pressochè definitiva
conclusione di quell’esperienza ed, in ogni caso, il suo essere superfluo al
riguardo della realtà del sistema politico italiano e, soprattutto, rispetto
all’apertura di una ricerca sull’attualità di un nuovo comunismo, dopo
l’esperienza fallita dell’inveramento statutale dei fraintendimenti marxiani
del ‘900.
Riproporre oggi, ricordando la scomparsa di Togliatti, le
linee essenziali della realtà ideologica, storica e politica del PCI è
operazione da compiere soprattutto al riguardo del contesto attuale e della
necessità di riaprire appunto quella ricerca: un nuovo comunismo che significhi
insieme capacità di rappresentanza e di
aggregazione del blocco sociale rappresentato da quelle classi subalterne
tragicamente colpite dalla criminale gestione capitalistica della crisi e
prospettiva di costruzione, per il futuro, di un orizzonte di radicale
trasformazione dello stato di cose presenti.
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