L’invasione di Praga, da parte delle truppe del Patto di
Varsavia, avvenuta il 21 agosto 1968 allo scopo di stroncare il tentativo di
riforma del “socialismo reale” da parte del Partito Comunista Cecoslovacco
guidato da Dubcek è stato un punto di tale importanza nella storia della
sinistra mondiale che è giusto, ancor oggi, analizzarne gli sviluppi con il massimo dell’attenzione e della
capacità di approfondimento.
Ritorniamo allora sull’argomento, uscendo da un filone forse
eccessivamente “italocentrico” (pur importantissimo per i riflessi che quella
vicenda ebbe su di un soggetto di grande portata come il PCI) ed esaminare con
maggior cura il contesto politico – culturale al cui interno i fatti avvennero.
Il tentativo della “primavera di Praga” iniziò coltivando l’ipotesi
che fosse possibile andare oltre le diagnosi e i rimedi proposti dal XX
congresso del PCUS nel 1956, utilizzando lo spazio aperto dalla nuova politica
di destalinizzazione inaugurata da Kruscev.
Data la situazione complessiva entro il blocco sovietico, in
un primo tempo, i successi dei tentativi che furono svolti sulla base di quell’
analisi, risultarono scarsi ed effimeri.
L’idea di “andare
oltre” il XX congresso pur essendo presente come corrente all’interno dei
partiti comunisti in tutto l’ambito del Patto di Varsavia, ebbe effettivamente
una funzione politica decisiva soltanto in due casi: in Ungheria e in
Cecoslovacchia.
Il caso ungherese risultò anomalo in due sensi: infatti, il
primo insorgere di un movimento di riforma comunista (il governo Nagy tra il
1953 e il 1955) si verificò addirittura in precedenza alla celebrazione del XX
congresso e fu inevitabilmente destinata al fallimento; il secondo tentativo,
invece, nel 1956 la temporanea egemonia della corrente riformista era solo la
conseguenza di un’esplosione rivoluzionaria incontrollabile e la reazione dell’apparato
dirigente conservatore e dell’URSS fu, logicamente, commisurata a quel dato d’incontrollabilità.
In contrasto con la nascita precoce e la distruzione
prematura della variante ungherese, il tentativo di riforma in Cecoslovacchia
fu più lento a maturare, più saldamente radicato e meglio attrezzato per una
graduale radicalizzazione.
Ebbe origine, infatti, da una reazione tardiva rispetto al
XX congresso e acquisì un più deciso impulso a partire dal 1963; la sua
vittoria nel 1968 fu il segnale di partenza per movimenti di base, che avevano
negli intellettuali il supporto più attivo, ma si espandevano ad altri settori
della popolazione.
Il modello cecoslovacco può essere perciò considerato il
solo caso completo di tentativo di riforma di un regime “a socialismo reale”.
Su queste basi si verificò una grande osmosi tra l’ideologia
di trasformazione del regime e l’analisi critica complessiva del “socialismo
reale” stesso.
Negli anni’60 il crescente movimento di riforma assorbì l’immissione
di energie intellettuali di varie correnti e discipline e anche dopo l’invasione,
l’eredità della “primavera” continuò a influire in modo diretto sull’insieme
del dissenso, a Est come a Ovest.
Si dimostrò subito come il programma di riforme fosse
incompatibile con gli interessi costituiti del gruppo dirigente sovietico.
Dopo la seconda guerra mondiale, la Cecoslovacchia era il
paese nel quale il partito comunista disponeva del maggior sostegno di massa
tra i lavoratori e gli intellettuali.
Ciò aveva reso più facile la conquista del potere e meno
vulnerabile il regime postrivoluzionario.
Di fronte alla politica di “normalizzazione” si aprì,
dunque, fin dall’inizio degli anni’60 per poi prendere corpo nel corso del
decennio l’idea di un nuovo sistema politico.
Questa idea fu al centro dei più franchi dibattiti pubblici
che ebbero luogo nei Paesi dell’Est, tra il gennaio e l’agosto del 1968.
Nella sinistra in cui i comunisti lavoravano in direzione
dell’emancipazione politica delle forze sociali, c’era una traccia
autenticamente pluralista.
Nel loro programma c’era anche, e veniva apertamente
affermato da alcuni teorici del movimento, uno sforzo per cambiare i rapporti
tra stato e società civile.
In questo senso, un primo documento programmatico di Zdenek
Mlynar rappresentava in modo fedele questa linea di sviluppo “ Prima di tutto
si deve riconoscere che lo status di agente politico indipendente doveva essere
attribuito alle diverse componenti specifiche dei gruppi e degli strati
sociali, ai gruppi d’interesse comune e, in ultimo, a ogni cittadino in quanto
individuo”.
Nelle discussioni meno ufficiali emergevano due linee di
differenziazione: una di esse divideva i gradualisti da coloro che sostenevano
che solo un’accettazione immediata dei principi pluralistici poteva assicurare
il successo a lungo termine del movimento.
Il tema dibattuto in modo più vivace era quello dell’istituzionalizzazione
dell’opposizione politica.
Questo tema, dopo un
serrato scambio di vedute fra maggio e giugno, fu posto in ombra da questioni
più urgenti ma non vi è ragione per dubitare che per molti all’interno del PCC
si concepisse l’introduzione di un sistema pluripartitico come lo sbocco logico
del processo di democratizzazione, anche se non si arrivava a pensare che le
condizioni del 1968 fossero mature per un simile esito.
Il secondo aspetto delle discussioni si sviluppò più
lentamente e riguardava l’introduzione di elementi di democrazia diretta, in
luogo della scelta di una più stretta osservanza dei principi della democrazia
parlamentare.
In termini più pratici ciò significava la richiesta di
autogestione.
Dopo alcuni inizi incerti l’idea di “organi democratici di gestione”
guadagnò rapidamente terreno e quando apparvero sulla scena i “Consigli del
popolo lavoratore” (da non confondersi con i consigli operai intesi in senso
stretto) il conflitto prima latente fra concezioni democratiche e tecnocratiche
si fece più acuto.
I tentativi di difendere i Consigli furono gli atti più
importanti della resistenza durante i sette mesi tra l’invasione e l’avvento
della normalizzazione completa avvenuta nell’aprile del 1969.
A posteriori, si può vedere in questo passaggio un primo
accenno a una strategia che, più tardi, sarebbe stata applicata in Polonia:
basare la lotta per le riforme su un movimento sociale esterno al Partito.
Ma in Cecoslovacchia questa ipotesi fu prospettata solo
quando il movimento della “primavera” era ormai sulla difensiva.
Il dibattito sull’autogestione chiamava in causa anche il
terzo pilastro dell’ideologia delle riforme: la teoria della “produzione
socialista di beni di consumo”.
Riforme del genere erano discusse e in una qualche misura
messe in atto dappertutto, ma solo in Cecoslovacchia questo tema era legato a
quello di un generale rinnovamento di carattere intellettuale e politico.
In Ungheria le riforme economiche si spinsero più avanti
rispetto agli altri paesi dell’Est europeo, ma il loro contesto sociale fu
determinato dalla sconfitta della rivoluzione del 1956 e dalla distruzione dell’ipotesi
di riforme politiche; in Polonia le proposte di riforme economiche divennero
negli anni’60 sempre più accademiche e fuori sintonia con la politica di
Gomulka.
Dopo l’aprile del 1969 il tentativo di riforma, nel senso
tradizionale del termine, non costituì più un’opzione praticabile, ma le
conclusioni da trarre dalla sconfitta non erano per nulla ovvie.
In seguito Rossana Rossanda introducendo, dieci anni dopo a
Venezia, un convegno su “potere e opposizione nelle società post –
rivoluzionarie” organizzato dal PdUP-Manifesto e al quale parteciparono per la
prima volta di persona dissidenti dell’Est russi, polacchi, cecoslovacchi,
sostenne che si era smarrita in quel frangente l’idea del socialismo, non come
generica aspirazione, ma come “teoria di una società”, modo diverso degli
uomini di organizzare la loro esistenza.
Ricordare gli elementi fondativi della primavera di Praga,
oggi di fronte al fallimento epocale dell’ipotesi capitalistica seguita alla
caduta dei blocchi e all’affermazione di un solo modello di egemonia sociale
fondato sull’ìper-liberismo e sull’assolutismo della finanza, è ancora
esercizio utile se partiamo proprio dall’idea di non abbandonare l’obiettivo di
una società “altra” fondata sull’eguaglianza e sulla fine dello sfruttamento
indiscriminato sul genere umano e sulla natura, che erano rimastele aspirazioni
di fondo anche di coloro che condussero, sconfitti, quel drammatico frangente
dell’Agosto 1968.
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