La notizia del giorno riguarda l’antico stabilimento
siderurgico di Piombino, una delle “culle” della classe operaia italiana,
quella di un tempo “forte”, “stabile”, “concentrata”, perla di produzioni
tecnologicamente all’avanguardia, poi privatizzata da Lucchini, epigono dei “padroni
delle ferriere” del tondino bresciano.
Sono a rischio migliaia di posti di lavoro, potrebbe
chiudere i battenti, un’intera filiera produttiva, in collegamento con la crisi
di Taranto, della quale più nessuno parla dopo gli “exploit” dei mesi scorsi e
la nomina a commissario dell’amministratore delegato di Riva: l’eterno Bondi,
uomo dalle forbici taglienti..
Un dramma, un vero dramma che non riguarda semplicemente un
territorio dalla grande storia industriale: un dramma che pone in luce, ancora
una volta (e non ci stancheremo mai di ripeterlo) il fallimento totale del
processo di privatizzazione di un fondamentale comparto industriale come quello
siderurgico: un comparto praticamente alienato attraverso scelte sbagliate che
vengono da lontano (dal Prodi, commissario dell’Iri e ministro dell’Industria
nei governi Craxi e Andreotti degli anni’80 – ’90) che hanno privato il Paese
di un settore fondamentale per l’innovazione tecnologica, per le forniture
destinate alle grandi infrastrutture ormai vero tallone d’Achille della vicenda
italiana (pensiamo alle ferrovie).
Scelte sciagurate favorite, anche e soprattutto, dai “riformisti”
di governo sia a Roma, sia sul territorio e da un sindacato accondiscendente
sul terreno del “privato” e incapace di dimostrarsi “soggetto politico” (un
orrore, oggi, richiamare questo termine giudicato frettolosamente del tutto
improprio) in grado di reclamare progetti, programmazione, piani industriali.
Questo quadro riguarda la siderurgia, settore – chiave dello
sviluppo industriale di un Paese, settore che nel frattempo ha fatto passi da
gigante sul piano tecnologico e del rapporto con l’ambiente circostante
rispetto alla qualità dei suoi impianti : progressi cui ci siamo limitati ad
assistere, restando alla retroguardia anche rispetto all’indispensabile
concerto europeo.
Un quadro, però, che potrebbe essere delineato per tanti
altri settori industriali: dalla chimica all’elettronica, all’agroalimentare.
Certo ha pesato un enorme processo di corruzione, evidenziatosi come
intrecciato tra pubblico e privato (ricordate la “madre di tutte le tangenti”
Montedison). Ma una questione che non doveva essere affrontata privando il
nostro Paese dell’intero comparto industriale, regalandolo a privati che – come
abbiamo visto nel caso di Riva – hanno proseguito imperterriti nella distruzione
di qualsiasi senso etico da relazionare con la politica industriale.
Italia fanale di coda per responsabilità diretta del
cedimento all’egoismo vorace della concezione privatistica del lavoro, dell’assenza
di una programmazione pubblica, di un progetto di nazionalizzazioni in settori
chiave e di complessivo intervento pubblico in economia.
A sinistra non soltanto elementi di riflessione sul piano
dell’indirizzo complessivo della proposta economica, ma indicazioni di lotta da
portare avanti subito per difendere e affermare un patrimonio di lavoro,
conoscenza, fatica che non può essere definitivamente allineato.
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