sabato 31 agosto 2013

SIRIA di G.Angelo Billia

 Un cicinin, quattro bombette per punire i cattivi e basta. Questo sta
dicendo Obama. Rassicurante, molto ragionevole, pacifista e con le
prove in tasca. Quest’ultima è la cosa che più di ogni altra parla di
piano criminale e di malafede. Chi può sapere, dal momento che l’ONU
non ha appurato ancora nulla, con granitica certezza da dove arrivano
i gas? Solo chi ha deciso di usarli per precostituire l’alibi per
l’attacco.



Chi pensa che le mie opinioni sono di parte, provi a domandarsi come
mai gli Stati Uniti si sono ben guardati dall’impedirlo quando Saddam
li usava, obbediente, nella guerra contro l’Iran voluta dagli USA e
come mai l’uso degli stessi gas contro i curdi è divenuto di dominio
pubblico solo quando Saddam è diventato nemico da abbattere.
In medio oriente non muove nulla senza lo zampino degli Stati Uniti.
Parliamo delle primavere arabe. Certamente c’è una situazione
nell’area, dal punto di vista delle condizioni di vita delle masse,
che è quella tipica dei paesi neo colonizzati: gruppi di potere super
ricchi e miseria nera per il resto. In molte realtà questa situazione
è divenuta insostenibile e la soluzione che pareva dietro l’angolo,
per l’Amministrazione Statunitense, era quella di scaricare i vecchi
super ricchi per favorire la formazione di una classe dirigente sul
modello europeo o latino americano. Gruppi di potere le cui
diramazioni pubbliche sarebbero stati eletti “democraticamente” senza
scalfire, nella realtà, gli interessi di potenza statunitensi.
Se si ha presente questo, il resto si spiega da sé. Cosa dice,
infatti, l’esperienza egiziana? Mubarak, uomo dell’esercito egiziano,
lautamente ricompensato per i favori ad Israele, viene defenestrato
alle prime elezioni, ma, c’è un ma davvero importante, le elezioni
vengono vinte non dalla componente filo occidentale, bensì dai
Fratelli mussulmani, cioè quella formazione che uccise Sadat reo di
aver fatto la pace con Israele. Curioso che nessuno ne parli, vero?
L’attuale colpo di Stato militare, alla luce di questi fatti si spiega
abbondantemente da sé. Potevano gli Stati Uniti tollerare che l’Egitto
insidiasse i progetti americani, mettendo in discussione il loro cane
da guardia, Israele? Altro che cautela di Obama!
L’Arabia Saudita, il cui gruppo di potere legato indissolubilmente
agli Stati Uniti, si fa promotrice, con il Qatar, altro alleato USA,
della formazione di un esercito di ribelli siriani, e per farlo non
esita a ricorrere a robuste iniezioni di mercenari occidentali, mentre
gli Stati Uniti fingono di non sapere. Intanto Israele continua nella
sua politica d’invasione e di sterminio della popolazione araba
palestinese, mentre, ufficialmente, in un gioco delle parti fin troppo
evidente, finge di fungere da freno all’aggressività americana. Per
farlo usa un argomento reale, che pure condiziona pesantemente le
cancellerie tradizionalmente disponibili ad ogni avventura sotto egida
NATO o, com’è accaduto, sotto egida ONU. L’argomento è l’infiltrazione
nell’esercito dei “liberatori”, degli integralisti islamici,
rappresentanti, cioè, di interessi nazionalistici arabi. Resta il
fatto che Hamas, particolarmente forte in Palestina e in Libano, è
schierato contro Israele a favore di Assad.
Considerando che l’Iran da sempre, cioè da quando la creatura
americana, lo Scià, è stato costretto alla fuga, è una spina nel
fianco, su basi fondamentalmente nazionalistiche, all’egemonia
americana nell’area e considerando il suo sostanziale legame
d’interessi con Assad, il gioco dell’intervento Statunitense e
dell’amico Holland, anch’egli infatuato dalla grandeur di degaulliana
memoria, è determinato da questi fattori. Si può star certi che per un
certo periodo Israele ufficialmente svolgerà un ruolo di basso
profilo, salvo spendersi se la situazione sfugge di mano.
Altri fattori, non tutti ponderabili fino in fondo, possono
influenzare il corso di questa guerra. La ragione di ciò la troviamo
anche considerando il ruolo della Russia e della Cina. E’ evidente
che, come già con la guerra in Afganistan, il controllo del petrolio è
solo la causa più evidente di queste avventure, l’altra, non meno
importante, è il contenimento della Russia e della Cina. Anch’essi
sono colossi imperialisti e lo scontro alla lunga sarà inevitabile. In
questo momento l’obiettivo statunitense è quello di limitare
l’espansione di questi ultimi costruendo le condizioni strategiche per
far partire da posizioni sfavorevoli, per i due imperi concorrenti, il
confronto militare che sicuramente ci sarà.
In questo quadro, appena accennato, spicca per la sua assenza il ruolo
delle masse pacifiste del mondo. Un po’ perché ognuno ha le sue gatte
da pelare, un po’ perché siamo ormai convinti che le guerre si fermano
col pacifismo moraleggiante. Credo sia ora di porsi il problema che la
guerra, per essere fermata, non ha bisogno semplicemente delle
espressioni di condanna degli illuminati. Esse non la fermeranno mai,
al massimo costruiranno martiri da affiggere sui muri a mo’ di santi
laici. Per fermare la guerra occorre chiarezza su chi la vuole e
comportamenti adeguati all’obiettivo. E’ triste dirlo, ma per fermare
la guerra ci vogliono i guerrieri della pace, non altro.

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