La domanda è di grande attualità: come si determinano i
meccanismi di accesso all’effettiva gestione del potere politico in tempi di
società complessa, dove appaiono evidenti i limiti dei “corpi intermedi” e
delle stesse formazioni di governo?
Come può essere possibile non confondere potere e governo,
tanto più che il governo appare ormai esprimersi attraverso la formula a “bassa
intensità” dell’obbligo alla governabilità quale fine esaustivo dell’agire
politico?
Per rispondere efficacemente è necessario ricostruire subito
il quadro generale dentro cui ci troviamo: da una parte è cresciuto grandemente
il fenomeno della “personalizzazione” della politica ormai giunto a sfiorare
livelli preoccupanti in un rapporto tra il “capo” e le “masse” veicolato
soltanto dal mezzo televisivo o dal web, attraverso cui si realizza un
inquietante e per certi versi paradossale “dialogo” diretto tra il “politico” e
la folla; contestualmente, e ci verrebbe da aggiungere quasi naturalmente, sono
cambiati profondamente i partiti politici, ormai svuotati dalla partecipazione
di iscritti e militanti ridotti al rango di “fruitori di eventi” (nel caso le
cosiddette “primarie”) .
Partiti politici
trasformatisi in alcuni casi in “partiti personali elettorali” e in altri in
una forma particolare del “partito acchiappatutti” : un modello questo che
nella realtà del caso italiano appare molto più informe nella sua struttura e
molto più caotico nella sua organizzazione di quanto non fosse stato immaginato
nel momento della sua teorizzazione, quale punto possibile di superamento del
“partito di massa”.
Sarà bene intenderci subito su di una affermazione
essenziale: la democrazia non è possibile senza partiti politici, perché il
“pluralismo si esprime anche in organizzazioni stabili, durature, diffuse, che
si chiamano – appunto – partiti” (Kelsen 1929, trad.it. 1966). I partiti
svolgono funzioni non assolvibili da
nessun’altra organizzazione e non soltanto dal punto di vista della promozione
elettorale, ma anche nei compiti oggi
largamente disattesi se non del tutto ignorati della partecipazione alla vita
pubblica, della formulazione di programmi, ai compiti di acculturazione di
massa e di vera e propria integrazione sociale.
Partiti che vivono ormai soltanto attorno a due fattori
determinanti: il potere si spesa e quello di nomina.
Il punto da rimettere in discussione fino in fondo, allora, è quello riguardante il “come” si formano i
gruppi dirigenti, come avviene la selezione del personale politico, come si
costruiscono quelle élite chiamate al compito di dirigere la vita pubblica.
In questo senso è necessario non cadere in un errore: scambiare la capacità di direzione
politica da parte dell’élite con il “governo dei filosofi” basato
esclusivamente sulla superiorità di una scienza predeterminata considerando
così la posizione soggettivamente elitaria attribuita al singolo come
insuperabile e inamovibile.
L’elemento fondante di un possibile aggiornamento della
“teoria delle élite” lo indica già lo stesso Vilfredo Pareto , allorquando
individua nell’eterogeneità sociale il costruirsi di una dicotomia ”stabile”
tra una classe superiore e una classe inferiore e indica l’unica possibilità
per ritrovare i migliori nelle posizioni di vertice nel continuo ricambio delle
élite e al passaggio di individui da una classe all’altra (Sola, 2000).
Tocca però ad Antonio Gramsci costruire sul piano teorico la
nozione di élite, partendo dall’insoddisfazione per la definizione coniata da
Gaetano Mosca di “classe politica”.
Al pensatore sardo (“Quaderni del carcere” volume III,
edizione Einaudi 1975) la definizione “classe politica” appare “elastica e
ondeggiante”, dal momento che “talvolta essa sembra sinonimo di classe media,
altre volte è impiegata per indicare l’insieme delle classi possidenti, altre
volte ancora fa riferimento alla “parte colta” della società o, più
restrittivamente, al “personale politico” inteso come ceto parlamentare dello
Stato.
Per ovviare a questi inconvenienti e per ancorare la teoria
delle élite alla metodologia marxiana e alla teoria delle classi, Gramsci, che
pure utilizza in diverse occasioni il termine élite, propone di distinguere tra
classe dirigente e classe dominante.
Il criterio che egli adotta è direttamente riferito al
lessico marxista, ma tiene conto anche delle riflessioni di Pareto in tema di
“forza” e di “consenso”.
Premesso quindi che la supremazia di un gruppo sociale si
manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale”
Gramsci propone di chiamare classe dirigente quel gruppo che s’impone
attraverso il consenso, ovvero esercita l’egemonia sugli altri gruppi sociali.
Viceversa è classe dominante quel gruppo che s’impone
esclusivamente con la forza, con cui tende a liquidare o a sottomettere i
propri avversari.
Una classe può essere dominante e non dirigente oppure
dirigente e non dominante.
Per Gramsci una classe politica può essere veramente tale se
riesce a stabilire un corretto equilibrio nell’esercizio dell’egemonia.
Il tema della costruzione delle élite è quindi strettamente
connesso al tema dell’egemonia come conferma anche lo stesso teorico del
“governo” Robert Dahl (1958) allorquando indica che : l’élite deve costituire
un gruppo ben definito; le opinioni di questa élite debbono essere in contrasto
con quelle di ogni altro possibile gruppo analogo; in tali casi, implicanti
questioni politiche fondamentali le scelte dell’élite prevalgono regolarmente.
E’ proprio l’ultima affermazione che ci riporta
all’attualità perché è proprio l’assenza di capacità nell’individuare le
questioni politiche fondamentali che impedisce la formazione stessa delle élite
(mancando il presupposto indispensabile del “gruppo”) e di conseguenza la
possibilità di far prevalere una tesi sull’altra proprio per l’assenza di
definizione precisa dei termini di alternatività tra le tesi stesse.
Gli assunti di paradigma sui quali può poggiare il
rinnovamento di una ricerca attorno alla costruzione di un élite possono essere
così definiti: la politica è lotta per la preminenza e il potere va concepito
come “sostanza” e non come “relazione”; è necessario avere ben presente la distinzione tra potere reale e
potere apparente; la lotta per il potere e l’attività politica in generale è
fatto “minoritario” nella società; la conquista, il mantenimento, la gestione
del potere corrispondono alla capacità di coordinazione dei gruppi politici; la
società è una realtà irrimediabilmente eterogenea, gerarchica, e conflittuale;
ci si deve soffermare sul ruolo che le idee, i miti e le dottrine assumono nel
processo di legittimazione dell’autorità ( a proposito, per esempio, della
mistificante dottrina della “fine delle ideologie” propagandata fin dagli
anni’80 dai gruppi conservatori statunitensi e britannici).
In definitiva, il tratto essenziale della struttura di ogni
società consiste nell’organizzazione dei rapporti che intercorrono tra
governanti e governati, tra minoranza organizzata e maggioranza disorganizzata
e nelle relazioni che si stabiliscono tra i diversi gruppi che detengono ed
esercitano il potere: con buona pace di chi pensa come realistiche proposizioni quali quelle
della “democrazia diretta” e della “democrazia del pubblico”.
Sono questi gli elementi che debbono essere sottoposti alla
riflessione politica nell’attualità del disfacimento del sistema cui stiamo
assistendo : una riflessione da portare avanti attraverso un lavoro di studio
che punti, proprio per citare nuovamente Gramsci, alla riunificazione tra
teoria e prassi con un’ipotesi complessiva di trasformazione sociale collegata a
un élite ricostruita nell’interezza della sua identità di gruppo.
Naturalmente molte questioni sono state sottintese
nell’elaborare questo intervento: l’analisi delle diverse specie di élite
presenti in una stessa società, il tema delle relazioni tra le élite stesse e
le masse, l’approfondimento circa i meccanismi di legittimazione che debbono
essere attuati nell’acquisizione, nell’esercizio, nella detenzione e nel
rovesciamento del potere.
Si tratta di punti
essenziali da sottoporre, prima di tutto, a un non facile lavoro di vera e
propria “ricostruzione intellettuale”, quello al quale pensiamo ci si debba
dedicare con grande impegno in questa fase, senza dimenticare però l’attualità
drammatica dei fenomeni di vero e proprio arretramento di massa in corso sul
terreno delle condizioni di vita, dell’arretramento nella disponibilità di
diritti individuali e collettivi, nel restringimento dei termini di esercizio
della democrazia.
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